Oliver Sacks.
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L'UOMO CHE SCAMBIO' SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO.
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Titolo originale: "The Man Who Mistook His Wife For a Hat". 1985.
Traduzione di Clara Morena.
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1986. ADELPHI EDIZIONI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Oliver Sacks  un neurologo, ma il suo rapporto con la neurologia  simile a quello di Groddeck con la psicoanalisi. Perci Sacks  anche molte altre cose: Mi sento infatti medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse anche sono insieme, bench in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall'aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che  la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l'uomo cade radicalmente in preda alla malattia.
E anche questo va aggiunto: Sacks  uno scrittore con il quale i lettori stabiliscono un rapporto di tenace affezione, come fosse il medico che tutti hanno sognato e mai incontrato, quell'uomo che appartiene insieme alla scienza e alla malattia, che sa far parlare la malattia, che la vive ogni volta in tutta la sua pena e per la trasforma in un intrattenimento da "Mille e una notte". Questo libro, che si presenta come una serie di casi clinici,  un frammento di tali "Mille e una notte" - e ci pu aiutare a spiegare perch abbia raggiunto negli Stati Uniti un pubblico vastissimo. Nella maggior parte, questi casi - ma Sacks li chiama anche storie o fiabe - fanno parte dell'esperienza dell'autore. Cos, un giorno, Sacks si  trovato dinanzi l'uomo che scambi sua moglie per un cappello o il marinaio perduto.
Si presentavano come persone normali: l'uno illustre insegnante di musica, l'altro vigoroso uomo di mare. Ma in questi esseri si apriva una voragine invisibile: avevano perduto un pezzo della vita, qualcosa di costitutivo del "s". Il musicista carezza distrattamente i parchimetri credendo che siano teste di bambini. Il marinaio non pu neppure essere ipnotizzato perch non ricorda le parole dette dall'ipnotizzatore un attimo prima. Che cosa vive, se non sa nulla di ci che ha appena vissuto? Rispetto alla normalit, che  troppo complessa per essere capita, e tende a opacizzarsi nell'esperienza comune, tutti i deficit o gli eccessi di funzione, come li chiama la neurologia, sono squarci di luce, improvvisa trasparenza di processi che si tessono nel telaio incantato del cervello. Ma queste storie terribili e appassionanti tendono a rimanere imprigionate nei manuali.
Sacks  il mago benefico che le riscatta, e per pura capacit di identificazione con la sofferenza, con la turba, con la perdita o l'infrenabile sovrabbondanza riesce a ristabilire un contatto, spesso labile, delicatissimo, sempre prezioso per i pazienti e per noi, con mondi remoti e altrimenti muti. Questo  il libro di un nuotatore in acque sconosciute, dove pu accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia pu essere benessere e la normalit malattia, dove l'eccitazione pu essere schiavit o liberazione e dove la realt pu trovarsi nell'ebbrezza, non nella
sobriet.
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L'AUTORE.
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Oliver Sacks  nato a Londra nel 1933, in una famiglia di medici. Dopo studi di neurofisiologia,  tornato al lavoro clinico, che oggi pratica a New York. In preparazione presso Adelphi  il suo saggio "Risvegli", definito da W.H. Auden un capolavoro, che racconta i casi di pazienti risvegliati attraverso la somministrazione di un farmaco dopo decenni di sonno per encefalite letargica. "L'uomo che scambi sua moglie per un cappello"  stato pubblicato a Londra nel 1985.
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INDICE.
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Prefazione.
Parte prima. PERDITE.
1. L'uomo che scambi sua moglie per un cappello.
2. Il marinaio perduto.
3. La disincarnata.
4. L'uomo che cadde dal letto.
5. Mani.
6. Fantasmi.
7. Come un fuso.
8. Attenti a destr!
9. Il discorso del Presidente.
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Parte seconda. ECCESSI.
10. Ray dei mille tic.
11. La malattia di Cupido.
12. Una questione d'identit.
13. S, padre-sorella.
14. La posseduta.
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Parte terza. TRASPORTI.
15. Reminiscenza.
16. Nostalgia incontinente.
17. Passaggio in India.
18. Il cane sotto la pelle.
19. Omicidio.
20. Le visioni di Hildegard.
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Parte quarta. IL MONDO DEI SEMPLICI.
21. Rebecca.
22. Il melomane enciclopedico.
23. I gemelli.
24. L'artista autistico.
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Bibliografia.
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Fine Indice.
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"A Leonard Shengold, M.D".
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"Parlare delle malattie  un intrattenimento da "Mille e una notte".
WILLIAN OSLER.
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L'interesse del medico, a differenza di quello del naturalista,  rivolto... a un singolo organismo, il soggetto umano, del quale egli cerca di conservare l'identit in circostanze avverse.
IVY MCKENZIE.
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PREFAZIONE.
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L'ultima cosa che si decide quando si scrive un libro osserva Pascal
 che cosa mettere all'inizio. Cos, dopo aver scritto, raccolto e
ordinato queste strane storie, dopo aver scelto un titolo e due
epigrafi, devo ora chiedermi che cosa ho fatto, e perch.
La presenza di due epigrafi, per di pi contrastanti, e il contrasto
stesso che Ivy McKenzie stabilisce fra il medico e il naturalista,
corrispondono a una certa duplicit che  in me. Mi sento infatti
medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le
malattie e le persone; e forse anche sono insieme, bench in modo
insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto
dall'aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo
continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella
che  la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si
ammalano, ma solo l'uomo cade radicalmente in preda alla malattia.
Il mio lavoro, la mia vita si svolgono tutti coi malati - ma i malati
e la loro malattia mi inducono a riflessioni che altrimenti, forse,
non avrei fatto. Tant' che sono costretto a chiedermi con Nietzsche:
Quanto alla malattia: non siamo quasi tentati di chiederci se
potremmo farne a meno?, e a considerare le questioni che essa solleva
come fondamentali per loro natura. I miei pazienti mi spingono
continuamente a pormi delle domande e queste domande continuamente mi
spingono verso i pazienti; sicch nelle storie o studi che seguono c'
un continuo movimento dagli uni alle altre e viceversa.
Studi, certo; ma perch storie, o casi? Ippocrate introdusse il
concetto storico di malattia, l'idea che le malattie hanno un corso,
dai primi accenni al climax o crisi, e quindi alla risoluzione, lieta
o fatale. Ippocrate introdusse perci l'anamnesi, una descrizione, o
quadro, della storia naturale della malattia, espressa con precisione
dal vecchio termine patografia. Le anamnesi sono una forma di storia
naturale, ma non ci dicono nulla sull'individuo e sulla sua storia;
non comunicano nulla della persona e della sua esperienza, di come
essa affronta la malattia e lotta per sopravvivere. Non vi 
soggetto nella scarna storia di un caso clinico; le anamnesi moderne
accennano al soggetto con formule sbrigative (albino femmina
trisomico di 21 anni) che potrebbero riferirsi a un essere umano come
a un ratto. Per riportare il soggetto - il soggetto umano che soffre,
si avvilisce, lotta - al centro del quadro, dobbiamo approfondire la
storia di un caso sino a farne una vera storia, un racconto: solo
allora avremo un chi oltre a un che cosa, avremo una persona
reale, un paziente, in relazione alla malattia - in relazione alla
sfera fisica.
L'intima natura del paziente  del tutto pertinente all'mbito
d'indagine pi elevato della neurologia e alla psicologia, poich esse
hanno intimamente a che fare con la personalit del paziente, e lo
studio della malattia non pu essere disgiunto da quello
dell'identit. Queste turbe, e la loro descrizione e il loro studio,
richiedono anzi una nuova disciplina che possiamo chiamare a
neurologia dell'identit, poich si occupa dei fondamenti
neurofisiologici dell'io, l'antico problema del dualismo fra mente e
cervello. E' possibile che debba necessariamente esserci un abisso, un
abisso categoriale, tra la sfera psichica e quella fisica; ma studi e
anamnesi che riguardino in modo simultaneo e inseparabile entrambe - e
sono soprattutto questi che mi affascinano e che, nel complesso,
presento qui - possono ci nondimeno servire ad avvicinarle, a
portarci al punto stesso d'intersezione fra meccanismo e vita, alla
relazione tra processi fisiologici e biografia.
La tradizione di storie cliniche attente alla personalit umana tocca
il suo culmine nell'Ottocento per poi declinare con l'avvento di una
scienza neurologica impersonale. Ha scritto Lurija: La capacit di
descrivere, cos comune nei grandi neurologi e psichiatri
dell'Ottocento, oggi  quasi scomparsa... E' necessario ridarle vita.
Le sue ultime opere, come "Viaggio nella mente di un uomo che non
dimenticava nulla" e "Un mondo perduto e ritrovato", sono tentativi di
ridare vita a questa tradizione perduta. Le storie dei casi contenute
in questo libro riprendono perci una vecchia tradizione: la
tradizione ottocentesca di cui parla Lurija, la tradizione del primo
storico medico, Ippocrate, e la tradizione universale e preistorica
che ha sempre visto i pazienti raccontare al medico la loro storia.
Le fiabe classiche hanno figure archetipiche - eroi, vittime, martiri,
guerrieri. I pazienti neurologici sono tutte queste figure - e nelle
strane storie che qui si raccontano sono anche qualcosa di pi. In
quale categoria collocheremo, in questi termini mitici o metaforici,
il marinaio perduto, o le altre strane figure di questo libro?
Possiamo vederle come viaggiatori diretti verso terre inimmaginabili,
terre di cui altrimenti non avremmo idea, che non potremmo
raffigurarci. Ecco perch le loro vite e i loro viaggi hanno per me
qualcosa di fiabesco, ecco perch ho scelto come epigrafe l'immagine
di Osler delle "Mille e una notte" e perch sento di dover parlare di
storie e fiabe non meno che di casi. In questi campi, lo scientifico e
il romantico, il romanzesco, chiedono a gran voce d'incontrarsi:
Lurija amava parlare di scienza romantica. Essi s'incontrano al
punto d'intersezione tra fatto e fiaba, intersezione che caratterizza
(come gi nel mio libro "Awakenings") le vite dei pazienti qui
raccontate.
Ma che fatti! Che fiabe! A che cosa paragonarli? Forse non possediamo
i modelli, le metafore o i miti necessari. Che sia giunto il tempo di
nuovi simboli, di nuovi miti?


Otto capitoli di questo libro sono gi stati pubblicati: Il marinaio
perduto, Mani, I gemelli e L'artista autistico sulla New York
Review of Books (1984 e 1985); Ray dei mille tic, L'uomo che
scambi sua moglie per un cappello e Reminiscenza sulla London
Review of Books (1981, 1983, 1984, dove la versione ridotta di
quest'ultimo articolo aveva il titolo Orecchi musicali). Come un
fuso comparve in The Sciences (1985). Una descrizione fatta molto
tempo fa del caso di una mia paziente - l''originale' della Rose R. di
"Awakenings" e della Deborah di "A Kind of Alaska" che Harold Pinter
scrisse ispirandosi al mio libro - si trova in Nostalgia
incontinente (originalmente pubblicato come "Incontinent Nostalgia
induced by L-dopa" sul Lancet, primavera 1970). Dei miei quattro
Fantasmi, i primi due furono pubblicati come curiosit cliniche
sul British Medical Journal (1984). Due brevi capitoli sono tratti
da libri precedenti: L'uomo che cadde dal letto da "A Leg to Stand
On" e Le visioni di Hildegard da "Migraine". I rimanenti dodici
capitoli sono inediti e del tutto nuovi, e sono stati scritti durante
l'autunno e l'inverno del 1984.
Fra tutti i miei colleghi neurologi, la mia speciale gratitudine va
allo scomparso dottor James Purdon Martin, al quale ho mostrato le
videocassette di Rebecca e del signor MacGregor e con il quale ho
discusso a fondo di questi pazienti: il mio debito nei suoi confronti
 espresso in La disincarnata e in Come un fuso; al dottor Michael
Kremer, gi mio capo a Londra, che, in risposta a "A Leg to Stand
On" (1984), descrisse un suo caso molto simile (entrambi sono ora fusi
in L'uomo che cadde dal letto); al dottor Donald Macrae, il cui
straordinario caso di agnosia visiva, assurdamente simile al mio,
venne scoperto per pura combinazione solo due anni dopo che ebbi
scritto il mio articolo (ne parlo nel "Post scriptum" dell'Uomo che
scambi sua moglie per un cappello); e soprattutto alla mia carissima
amica e collega dottoressa Isabelle Rapin di New York, che discusse
con me parecchi casi, che mi present a Christina (la disincarnata),
e che conosceva Jos, l'artista autistico, da bambino.
Devo menzionare la disinteressata e generosa collaborazione dei
pazienti (e, in certi casi, dei loro parenti) di cui racconto le
storie: pur sapendo spesso di non poter ricevere un aiuto diretto, mi
hanno permesso, addirittura mi hanno incoraggiato, a scrivere di loro
e della loro vita nella speranza che altri possano imparare e capire,
e un giorno, forse, riuscire a guarire. Come in "Awakenings", il
segreto professionale e personale ha reso necessario l'uso di nomi
fittizi e qualche lieve modificazione dei particolari, ma mi sono
sforzato di mantenere il sapore essenziale della vita di queste
persone.
Desidero infine esprimere gratitudine, molto pi che gratitudine, al
mio mentore e medico, cui dedico questo libro.

New York, 10 febbraio 1985.

o.w.s.
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Parte prima. PERDITE.
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Il termine preferito della neurologia  deficit, col quale si denota
una menomazione o l'inabilit di una funzione neurologica: perdita
della parola, perdita del linguaggio, perdita della memoria, perdita
della vista, perdita della destrezza, perdita dell'identit e una
miriade di altre mancanze e perdite di funzioni (o facolt)
specifiche. Per tutte queste disfunzioni (altro termine molto in voga)
abbiamo tutta una serie di parole privative: afonia, afemia, afasia,
alessia, aprassia, agnosia, atassia - una parola per ogni funzione
nervosa o mentale di cui i pazienti, in seguito a malattia, lesione o
difetto di sviluppo, si trovino in parte o del tutto privati.
Lo studio scientifico della relazione fra cervello e mente ebbe inizio
nel 1861, quando il francese Broca trov che specifiche difficolt
nell'uso espressivo della parola (afasia) seguivano invariabilmente un
danno a una particolare porzione dell'emisfero cerebrale sinistro. Ci
apr la strada a una neurologia cerebrale che nel corso dei decenni
permise di tracciare una mappa del cervello umano, ascrivendo
specifiche facolt - linguistiche, intellettuali, percettive, eccetera
- ad altrettanto specifici centri del cervello. Verso la fine del
secolo divenne evidente a osservatori pi acuti - in primo luogo a
Freud, nel suo saggio sull'afasia - che la mappa cos tracciata era
troppo semplice, che tutte le attivit mentali avevano un'intricata
struttura interna, e quindi dovevano avere una base fisiologica
altrettanto complessa. Freud ne era convinto specialmente a proposito
di certi disordini del riconoscimento e della percezione per i quali
coni il termine di agnosia. Ed era convinto che una comprensione
soddisfacente dell'afasia o dell'agnosia richiedeva una scienza nuova
e pi raffinata.
La nuova scienza auspicata da Freud che studiasse la relazione fra
cervello e mente nacque in Russia durante la seconda guerra mondiale,
ad opera di A.R. Lurija (e di suo padre R.A. Lurija), Leontjev,
Anochin, Bernstein e altri, che le diedero il nome di
neuropsicologia. A.R. Lurija dedic tutta la vita allo sviluppo di
questa fecondissima scienza, la quale per, se si pensa alla sua
portata rivoluzionaria, fu piuttosto lenta ad arrivare in Occidente.
Essa  stata esposta sistematicamente in un libro monumentale, "Le
funzioni corticali superiori nell'uomo" e, in modo del tutto
differente, in una biografia o patografia: "Un mondo perduto e
ritrovato". Questi libri, bench a modo loro quasi perfetti,
lasciavano inesplorato un intero campo d'indagine. "Le funzioni
corticali superiori nell'uomo" tratta solo di quelle funzioni che
riguardano l'emisfero sinistro del cervello; analogamente, Zasetskij,
il protagonista di "Un mondo perduto e ritrovato", aveva una
vastissima lesione all'emisfero sinistro - il destro era intatto.
L'intera storia della neurologia e della neuropsicologia pu essere
vista come la storia delle indagini sull'emisfero sinistro.
Una ragione importante di questa relativa indifferenza per l'emisfero
destro o minore, come  sempre chiamato,  che mentre gli effetti di
lesioni variamente localizzate nella parte sinistra sono facilmente
dimostrabili, le corrispondenti sindromi dell'emisfero destro appaiono
molto meno distinte. Tale emisfero era di solito considerato
sprezzantemente pi primitivo del sinistro, che era visto invece
come l'esito ineguagliato dell'evoluzione umana. E in un certo senso 
cos: l'emisfero sinistro  pi complesso e specializzato,  un
prodotto molto tardo dello sviluppo del cervello del primate, e in
particolare dell'ominide. D'altro lato,  l'emisfero destro che 
preposto alla cruciale funzione del riconoscimento della realt,
capacit che ogni creatura umana deve avere per sopravvivere.
L'emisfero sinistro, come un calcolatore collegato al cervello umano
di base, serve a elaborare programmi e schemi; e la neurologia
classica si preoccupava pi degli schemi che della realt, cosicch,
quando finalmente emersero alcune sindromi dell'emisfero destro, esse
furono considerate bizzarre.
In passato ci furono tentativi - per esempio da parte di Anton,
nell'ultimo decennio del secolo scorso, e di Ptzl nel 1928 - di
esplorare le sindromi dell'emisfero destro, ma vennero stranamente
ignorati. In "Come lavora il cervello", uno dei suoi ultimi libri,
Lurija dedica una breve ma stimolante sezione alle sindromi
dell'emisfero destro, e cos conclude:
Queste deficienze finora mai studiate ci conducono a uno dei problemi
pi fondamentali: al ruolo dell'emisfero destro nella coscienza
diretta [...]. Lo studio di questo importantissimo campo  stato fin
qui trascurato [...]. Esso sar oggetto di analisi dettagliata in una
speciale serie di saggi [...] di prossima pubblicazione.
Lurija arriv effettivamente a scrivere alcuni di questi saggi negli
ultimi mesi di vita, quando era ormai gravemente ammalato, ma non ne
vide mai la pubblicazione, n essi furono pubblicati in Russia. Lurija
li mand in Inghilterra a R.L. Gregory, il quale li ha inseriti nel
suo "Oxford Companion to the Mind", attualmente in corso di stampa.
E' un campo dove le difficolt interne sono pari a quelle esterne. Per
i pazienti affetti da certe sindromi dell'emisfero destro  non solo
difficile ma impossibile conoscere i propri disturbi: una peculiare e
specifica anosagnosia come la defin Babinski.Ed 
straordinariamente difficile, anche per un osservatore di grande
sensibilit, rappresentarsi lo stato interiore, la situazione di
tali pazienti, poich si tratta di uno stato inimmaginabile,
remotissimo da qualsiasi cosa si sia mai provata. Le sindromi
dell'emisfero sinistro, per contro, sono relativamente facili da
immaginare. E nonostante le sindromi dell'emisfero destro siano non
meno frequenti di quelle dell'emisfero sinistro - perch non
dovrebbero esserlo? nella letteratura neurologica e
neuropsicologica, per ogni descrizione delle prime ne troveremo mille
delle seconde. E' come se tali sindromi fossero in qualche modo
estranee al carattere della neurologia. Eppure, come dice Lurija, esse
hanno un'importanza fondamentale. Tant' vero che richiederanno forse
una neurologia nuova, una scienza personalistica o (come amava
chiamarla Lurija) romanzesca; poich in esse ci vengono rivelati i
fondamenti fisici della "persona", del s. Lurija pensava che il
miglior modo d'introdurre una scienza di questo genere dovesse essere
una storia: la storia dettagliata del caso di un uomo con una grave
turba a livello di emisfero destro, un caso che sarebbe stato al tempo
stesso complementare e opposto a quello dell'uomo dal mondo perduto.
In una delle sue ultime lettere mi scrisse: Pubblichi queste storie,
anche se sono solo degli abbozzi. E' un campo pieno di cose
meravigliose. Devo confessare che questi disordini hanno per me un
fascino particolare, poich schiudono, o promettono, mondi quasi
inimmaginabili, e fanno intravedere una neurologia e una psicologia
aperte e pi spaziose, che si diversificano in modo stimolante
dall'alquanto rigida e meccanica neurologia del passato.
Ad attrarre il mio interesse, dunque, sono stati non tanto i deficit
in senso tradizionale, quanto le turbe neurologiche che colpiscono il
s. Queste turbe possono essere di vari tipi, possono derivare da un
eccesso non meno che da un indebolimento di una funzione, e pare
ragionevole considerare queste due categorie separatamente. Ma va
detto fin dall'inizio che una malattia non  mai semplicemente una
perdita o un eccesso, che c' sempre una reazione, da parte
dell'organismo o dell'individuo colpito, volta a ristabilire, a
sostituire, a compensare e a conservare la propria identit, per
strani che possano essere i mezzi usati: e lo studio o l'orientamento
di questi mezzi, non meno che lo studio dell'insulto primario al
sistema nervoso,  parte fondamentale del nostro compito di medici. E'
quello che ha sostenuto con vigore Ivy McKenzie:
Che cos' infatti che costituisce un'"entit di malattia" o una
"nuova malattia"? Il medico, a differenza del naturalista, non ha a
che fare con una vasta gamma di organismi diversi teoricamente
adattati in modo medio a un ambiente medio, bens con un singolo
organismo, il soggetto umano, in lotta per conservare la propria
identit in circostanze avverse.
Questa dinamica, questa lotta per conservare l'identit, per strani
che possano esserne i mezzi o gli effetti, fu riconosciuta in
psichiatria molto tempo fa - e, come molte altre cose,  associata in
particolare all'opera di Freud. I deliri della paranoia, ad esempio,
non furono da lui considerati come primari, bens come tentativi
(anche se deviati) di ristabilire, di ricostruire un mondo ridotto a
un caos completo. Esattamente allo stesso modo, Ivy McKenzie scrive:
La fisiopatologia della sindrome di Parkinson  lo studio di un "caos
organizzato", un caos indotto in prima istanza dalla distruzione di
importanti integrazioni e riorganizzato su una base instabile nel
processo di riabilitazione. Come "Awakenings" era lo studio di un
caos organizzato prodotto da un'unica bench multiforme malattia,
cos ci che segue  una serie di studi simili del caos organizzato
prodotto da una grande variet di malattie.
In questa prima parte, Perdite, il caso pi importante a mio parere,
 quello di una speciale forma di agnosia visiva: L'uomo che scambi
sua moglie per un cappello. Lo ritengo di importanza fondamentale.
Casi simili costituiscono una sfida radicale a uno degli assiomi o
assunti pi radicati della neurologia classica, in particolare
all'idea che un danno cerebrale, QUALSIASI danno cerebrale, riduce o
annulla l'atteggiamento astratto e categoriale (per usare la
terminologia di Kurt Goldstein), riducendo l'individuo all'emozionale
e al concreto. (Una tesi molto simile fu formulata da Hughlings
Jackson intorno al 1865). Qui, nel caso del dottor P., vediamo
l'esatto contrario: un uomo che ha completamente perduto (anche se
solo nella sfera visiva) l'emozionale, il concreto, il personale, il
reale... ed  stato ridotto, per cos dire, all'astratto e al
categoriale, con conseguenze particolarmente assurde. Che cosa ne
avrebbero detto Hughlings Jackson e Goldstein? Spesso ho immaginato di
invitarli a esaminare il dottor P. per poi chieder loro: Ebbene,
signori! Che avete da dire, ora?.
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L'UOMO CHE SCAMBIO' SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO.
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Il dottor P. era un eminente musicista, che per parecchi anni godette
di notoriet come cantante e in seguito come insegnante alla locale
Scuola di Musica. Fu qui che per la prima volta, nei suoi rapporti con
gli allievi, si manifestarono strani problemi. Talvolta, quando si
presentava uno studente, il dottor P. non lo riconosceva, o pi
precisamente non riconosceva la sua faccia. Appena lo studente
parlava, lo riconosceva dalla voce. Simili incidenti si moltiplicarono
causando imbarazzo, perplessit, paura - e a volte situazioni comiche.
Perch al dottor P. capitava sempre pi spesso non solo di non vedere
le facce, ma anche di vederle l dove non c'erano: per strada, come il
buon Magoo, gli capitava di dare affettuosi colpetti agli idranti e ai
parchimetri scambiandoli per teste di bambini; rivolgeva gentilmente
la parola ai pomelli dei mobili e si stupiva di non ricevere risposta.
In un primo tempo questi curiosi abbagli passavano per scherzi ed
erano accolti con una risata anche da parte dello stesso dottor P. Non
aveva forse sempre avuto uno strambo senso dell'umorismo e amato
paradossi e burle di gusto zen? Le sue facolt musicali erano
straordinarie come sempre; non accusava malesseri, non si era mai
sentito meglio; e i suoi errori erano cos assurdamente comici e cos
fantasiosi, che si sarebbe stentato a crederli autentici o indici di
qualcosa di serio. L'idea che ci fosse qualcosa che non andava
emerse solo circa tre anni dopo, quando insorse il diabete. Ben
sapendo che questo poteva danneggiargli la vista, il dottor P.
consult un oftalmologo, il quale fece un'anamnesi scrupolosa e lo
esamin accuratamente. I suoi occhi sono a posto concluse poi. Ma
c' qualcosa che non va nelle parti visive del suo cervello. Io non
posso aiutarla, deve consultare un neurologo. Fu cos che il dottor
P. si rivolse a me.
Pochi secondi di colloquio mi convinsero che non vi era traccia di
demenza nel senso comune. Il dottor P., un uomo di grande cultura e
fascino, parlava bene, con scioltezza, fantasia e umorismo. Non
riuscivo a capire come mai fosse stato indirizzato alla nostra
clinica.
Ma a ben osservare, qualcosa di un po' strano c'era. Parlando, era
rivolto, orientato, verso di me, eppure c'era qualcosa di curioso, che
per non riuscivo a tradurre in parole. Infine mi venne da pensare che
si rivolgeva a me non con gli occhi, ma con le orecchie. Gli occhi,
invece di guardarmi, di fissarmi, di captarmi normalmente,
saettavano in modo curioso dal mio naso al mio orecchio destro,
scendevano al mento, risalivano all'occhio destro, come se notassero
(anzi studiassero) i singoli lineamenti, ma senza vedere la mia faccia
nel suo complesso, le sue mutevoli espressioni, me come un tutt'uno.
Non so se me ne resi pienamente conto quella volta - era solo una vaga
e persistente stranezza, un difetto nella normale interazione fra
sguardo ed espressione. Mi vedeva, mi "esplorava", eppure...
Che c' che non va? gli chiesi infine.
Che io sappia, niente rispose con un sorriso ma secondo gli altri
avrei qualcosa agli occhi.
Ma lei non accusa nessun problema di vista?.
No, direttamente no, ma a volte faccio un po' di confusione.
Uscii un istante dalla stanza per parlare con la moglie. Quando
rientrai il dottor P. era tranquillamente seduto vicino alla finestra,
e pi che guardare fuori ascoltava attento. Il traffico, disse i
rumori della strada, i treni in lontananza... Formano una specie di
sinfonia, non le pare? Conosce "Pacific 234" di Honegger?.
Che persona deliziosa, pensai. Come pu esserci qualcosa di serio? Mi
permetteva di visitarlo?
Ma s, certo.
Nella tranquillizzante routine di un esame neurologico - forza
muscolare, coordinamento, riflessi, tono... - calmai la mia
inquietudine, e forse anche la sua. Fu mentre esaminavo i suoi
riflessi - leggermente anormali sul lato sinistro - che accadde il
primo fatto strano. Gli avevo tolto la scarpa sinistra e sfregato la
pianta del piede con una chiave - una prova di riflessi all'apparenza
banale ma determinante - poi mi voltai ad avvitare l'oftalmoscopio, in
attesa che lui si rimettesse la scarpa. Dopo un minuto mi accorsi con
sorpresa che non l'aveva ancora fatto.
Posso aiutare? chiesi.
Aiutare chi? A fare che cosa?.
Aiutare lei mettersi la scarpa.
Oh, disse avevo dimenticato la scarpa e aggiunse sotto voce: La
scarpa? La scarpa?. Sembrava sconcertato.
La sua scarpa ripetei. Non deve rinfilarsela?.
Lui guardava sempre in basso, non la scarpa per, con una
concentrazione intensa ma male indirizzata. Infine il suo sguardo si
pos sul piede: E' questa la mia scarpa, vero?.
Avevo sentito male? O aveva visto male lui?
I miei occhi spieg, e si mise una mano sul piede. E' questa la mia
scarpa, no?.
No. Quello  il suo piede. La sua scarpa  l.
Ah! Credevo che fosse il mio piede.
Stava scherzando? Era pazzo? Cieco? Se questa era una delle sue
strane confusioni, era certo la pi strana in cui mi fossi mai
imbattuto.
Lo aiutai a sistemare la scarpa (il piede) per evitare ulteriori
complicazioni. Quanto a lui, sembrava tranquillo, indifferente, forse
divertito. Ripresi la mia visita. La sua acutezza visiva era buona:
non aveva difficolt a vedere uno spillo sul pavimento, anche se
talvolta, quando veniva messo alla sua sinistra, non lo trovava.
Vedeva benissimo, ma che cosa vedeva? Aprii una copia del National
Geographic Magazine e gli chiesi di descrivere alcune foto.
Le sue risposte furono curiosissime. I suoi occhi si spostavano rapidi
da una cosa all'altra, cogliendo tratti minuscoli, isolati, come
avevano fatto con la mia faccia. Una forte luminosit, un colore, una
sagoma trattenevano la sua attenzione e suscitavano un commento, ma in
nessun caso colse la scena nella sua totalit. Non riusciva a vedere
l'insieme, vedeva solo dettagli, che individuava come puntini sullo
schermo di un radar. Non entr mai in relazione con l'immagine come un
tutto, non affront mai, per cos dire, la "fisionomia dell'immagine".
Non aveva il minimo senso di un paesaggio o di una scena.
Gli mostrai la copertina, una distesa ininterrotta di dune del Sahara.
Che cosa vede?.
Vedo un fiume disse. E un piccolo albergo con la terrazza
sull'acqua. Sulla terrazza c' gente che mangia. Qua e l vedo
ombrelloni colorati. Stava guardando, se questo era guardare, fuori
della copertina, a mezz'aria, e confabulava di elementi inesistenti,
come se l'assenza di elementi nella foto lo avesse spinto a immaginare
il fiume, la terrazza e gli ombrelloni colorati.
Devo aver avuto un'aria esterrefatta. Il dottor P. invece pareva
soddisfatto delle sue risposte e accennava un sorriso. Poi,
evidentemente convinto che la visita fosse finita, si guard intorno
alla ricerca del cappello. Allung la mano e afferr la testa di sua
moglie, cerc di sollevarla, di calzarla in capo. Aveva scambiato la
moglie per un cappello! La donna reag come se fosse abituata a cose
del genere.
Non riuscivo a spiegarmi quanto era successo in termini di neurologia
(o neuropsicologia) convenzionale. Sotto certi aspetti egli sembrava
perfettamente integro, sotto altri devastato in modo totale e
incomprensibile. Come poteva da un lato scambiare sua moglie per un
cappello e dall'altro svolgere, come faceva, la sua attivit didattica
alla Scuola di Musica?
Dovevo riflettere, rivederlo - e rivederlo nel suo ambiente familiare,
a casa sua.
Di l a qualche giorno andai a trovarlo. Nella mia cartella avevo lo
spartito di "Dichterliebe" (sapevo che gli piaceva Schumann) e tutta
una serie di oggetti per i test di percezione. La signora P. mi fece
entrare in un appartamento spazioso che ricordava la Berlino di fine
secolo. In mezzo alla stanza campeggiava un vecchio splendido
Bsendorfer, circondato da strumenti, leggii, spartiti... C'erano
anche libri e quadri, ma la musica era il centro di tutto. Il dottor
P. entr e con aria distratta e tendendo la mano avanz verso la
vecchia pendola, poi, sentendo la mia voce, si corresse e venne nella
mia direzione. Ci salutammo e chiacchierammo un po' dei concerti e
degli spettacoli del momento. Con una certa diffidenza, gli chiesi se
volesse cantare.
"Dichterliebe"! esclam. Ma non riesco pi a leggere la musica. Non
mi accompagnerebbe lei?.
Dissi che ci avrei provato. Su quel meraviglioso pianoforte persino la
mia esecuzione pareva buona e il dottor P. era un Fischer-Diskau non
pi giovane ma con una dolcezza infinita e a un orecchio perfetto
univa una voce guidata da un'acutissima intelligenza musicale. Era
chiaro che la Scuola di Musica non lo teneva per piet.
I lobi temporali del dottor P. erano evidentemente intatti: aveva
un'eccellente corteccia musicale. Che cosa succedeva, mi chiesi, nei
lobi parietali e occipitali, specialmente in quelle aree dove
avvengono i processi visivi? Nella mia attrezzatura per le visite
neurologiche porto sempre i solidi platonici, sicch decisi di
cominciare con quelli.
Che cos'? chiesi estraendo il primo.
Un cubo, naturalmente.
E questo? domandai sollevandone un altro.
Il dottor P. lo prese e lo esamin velocemente e in modo sistematico:
Un dodecaedro, naturalmente. E non si disturbi a tirar fuori gli
altri: riconoscer anche l'icosaedro.
Era chiaro che le forme astratte non presentavano problemi. E le
facce? Estrassi un mazzo di carte. Le identific tutte senza alcuna
esitazione: fanti, regine, re e jolly. Ma le carte dopotutto sono
disegni stilizzati ed era impossibile stabilire se egli vedesse delle
facce o semplicemente delle strutture disegnate. Decisi di mostrargli
un volume di vignette che avevo nella cartella. Anche questa volta se
la cav piuttosto bene. Il sigaro di Churchill, il naso di Jimmy
Durante: non appena aveva colto un tratto chiave era in grado
d'identificare il volto. Ma le caricature sono anch'esse formali e
schematiche. Restava da vedere come si sarebbe comportato con dei
volti veri, rappresentati in modo realistico.
Accesi la televisione, esclusi il sonoro e trovai un vecchio film di
Bette Davis. Si stava svolgendo una scena d'amore. Il dottor P. non
seppe riconoscere l'attrice, ma questo era spiegabile col fatto che
forse la Davis non era mai entrata a far parte del suo mondo. La cosa
pi sorprendente era invece che egli non riuscisse a identificare le
espressioni sul viso dell'attrice e del suo partner, bench nel corso
di una sola scena infuocata esse passassero dal desiderio ardente alla
passione, alla sorpresa, alla ripugnanza, alla furia, fino a
sciogliersi in una tenera riconciliazione. Il dottor P. non cap nulla
di tutto questo. Non riusciva ad afferrare il senso della scena,
l'identit dei personaggi, addirittura il loro sesso. I suoi commenti
sembravano quelli di un marziano.
Ma forse c'era la remota possibilit che parte delle sue difficolt
fosse connessa all'irrealt del mondo di celluloide hollywoodiano; e
mi venne in mente che forse gli sarebbe stato pi facile identificare
volti che appartenessero alla sua vita. Alle pareti dell'appartamento
c'erano fotografie di familiari, colleghi, allievi e sue. Ne feci una
pila e, con una certa apprensione, gliele sottoposi. Quello che
rispetto al film era stato divertente, o farsesco, riferito alla vita
reale fu tragico. Si pu dire che non riconobbe nessuno: n i
familiari, n i colleghi, n gli allievi, n se stesso. Riconobbe un
ritratto di Einstein perch ne individu i caratteristici capelli e
baffi; lo stesso avvenne con un paio di altre persone. Ah, Paul!
disse quando gli mostrai un ritratto del fratello. Quella mandibola
squadrata, quei grossi denti! Lo riconoscerei dovunque!. Ma era Paul
che riconosceva, o erano alcuni tratti che gli permettevano di
azzardare un nome con buona probabilit di aver ragione? In assenza di
contrassegni inconfondibili era assolutamente perso. Ma ci che non
funzionava non erano soltanto le facolt cognitive, la "gnosis"; era
tutto il suo modo di procedere che assolutamente non andava. Egli si
accostava a questi volti, anche quelli delle persone a lui pi vicine
e care, come a rompicapo o a test astratti. Non stabiliva nessun
rapporto con loro, non li vedeva. Nessun viso gli riusciva
familiare, non lo vedeva come un tu, ma lo identificava come un
semplice insieme di tratti, un esso. Vi era quindi "gnosis" formale,
ma nessun accenno a una gnosi personale. E questo si accompagnava
all'indifferenza, o alla cecit, verso l'espressione. Un viso, per
noi,  una persona che si affaccia; vediamo, per cos dire, la persona
attraverso la sua "persona" (nel senso latino del termine), il suo
viso. Ma per il dottor P. non c'era "persona": nessuna "persona"
all'esterno, nessuna persona dentro.
Andando a casa sua, mi ero fermato da un fiorista per comprare una
vistosa rosa rossa da mettermi all'occhiello. Ora me la sfilai e
gliela porsi. Egli la prese non come uno cui si offra un fiore, ma
come un botanico o un morfologo cui venga porto un esemplare.
Quindici centimetri circa di lunghezza comment. Una forma rossa
convoluta con un'appendice lineare verde.
S dissi incoraggiante. Che cosa pensa che sia?.
Difficile dirlo. Sembrava perplesso. Non ha la simmetria semplice
dei solidi platonici, pur potendo forse avere una simmetria superiore
tutta sua... Potrebbe essere un'infiorescenza o un fiore, credo.
Potrebbe essere? sondai.
S, potrebbe conferm.
L'annusi suggerii, e di nuovo egli parve un po' sconcertato, come se
gli avessi chiesto di annusare una simmetria superiore. Ma
accondiscese gentilmente e port la rosa al naso. Improvvisamente, si
anim.
Che meraviglia! esclam. Una rosa precoce. Che profumo divino!. Si
mise a canticchiare: "Die Rose, die Lilie...". A quanto pareva, la
realt poteva essere trasmessa dall'odorato, se non dalla vista.
Provai con un ultimo test. Era una giornata ancora fredda, d'inizio di
primavera, e io avevo gettato sul divano il soprabito e i guanti.
E questo che cos'? chiesi sollevando un guanto.
Posso esaminarlo? disse. Me lo prese di mano e si mise a studiarlo
come aveva fatto con le forme geometriche.
Una superficie continua, annunci infine avvolta su se stessa.
Dotata... esit di cinque estensioni cave, se cos si pu dire.
S dissi cautamente. Lei mi ha fatto una descrizione. Ora mi dica
che cos'.
Un qualche contenitore?.
S, dissi e che cosa potrebbe contenere?.
Potrebbe contenere il suo contenuto! disse il dottor P. con una
risata. Ci sono varie possibilit. Potrebbe essere un portamonete,
per esempio, per monete di cinque valori diversi. Oppure....
Interruppi quel folle flusso di parole. Non ha un aspetto familiare?
Non crede che potrebbe contenere, fasciare, una parte del suo corpo?.
Nessun lampo di riconoscimento illumin il suo viso. (1)
Nessun bambino saprebbe vedere e descrivere una superficie continua,
avvolta su se stessa, ma non c' bambino, anche molto piccolo, che
non riconoscerebbe immediatamente un guanto, un oggetto noto, che non
saprebbe che serve a coprire la mano. Il dottor P. no. Nulla di quello
che vedeva gli era familiare. Visivamente, era smarrito in un mondo di
astrazioni inanimate. Anzi, non possedeva un mondo visivo reale, cos
come non possedeva un s visivo reale. Poteva parlare delle cose, ma
non le vedeva direttamente. Hughlings Jackson, a proposito degli
afasici e di coloro che hanno subto lesioni all'emisfero sinistro,
dice che hanno perso il pensiero astratto e propositivo e li
paragona ai cani (o meglio, paragona i cani agli afasici). Il dottor
P. invece funzionava esattamente come una macchina. Non soltanto
perch nei confronti del mondo visivo mostrava la stessa indifferenza
di un calcolatore, ma perch - cosa ancora pi sorprendente -
costruiva il mondo come fa un calcolatore, servendosi di
caratteristiche chiave e di relazioni schematiche. Era possibile
identificare la struttura - facendo una sorta di "identiti"kit -
senza minimamente coglierne la realt.
I test fatti fino a quel momento non mi dicevano nulla sul mondo
interiore del dottor P. Era possibile che memoria e immaginazione
visive fossero ancora intatte? Gli chiesi d'immaginare di entrare in
una delle piazze della nostra citt dal lato nord, di attraversarla,
nella fantasia o nel ricordo, e di elencarmi gli edifici davanti ai
quali sarebbe passato. Egli nomin gli edifici alla sua destra, ma non
quelli a sinistra. Gli chiesi allora di immaginare di entrare nella
piazza da sud. Di nuovo menzion soltanto gli edifici che si trovavano
sul lato destro, sebbene fossero proprio quelli che prima aveva
omesso. Gli edifici che aveva visto interiormente prima ora non
furono menzionati, presumibilmente perch non erano pi visti. Era
evidente che le sue difficolt relative alla sinistra, i deficit del
suo campo visivo, erano tanto esterni quanto interni, e tagliavano in
due memoria e fantasia visive.
Che cosa succedeva, a un livello superiore, alla sua visualizzazione
interna? Pensando all'intensit quasi allucinatoria con cui Tolstoj
visualizza e anima i suoi personaggi, interrogai il dottor P. su "Anna
Karenina". Egli ricordava benissimo i vari episodi, aveva
perfettamente presente l'intreccio, ma omise tutte le caratteristiche
visive, la narrazione o le scene visive. Ricordava le parole dei
personaggi, ma non i loro volti; e nonostante fosse in grado, grazie
alla sua straordinaria memoria, di citare, a richiesta, quasi alla
lettera le descrizioni visive originali, era evidente che esse erano
per lui del tutto vuote e prive di realt sensoriale, immaginativa o
emotiva. C'era quindi anche un'agnosia interiore. (2)
Ma ben presto scoprii che ci si verificava solo in certi tipi di
visualizzazione. Quella dei volti e delle scene, della componente
visiva di una narrazione o di un evento, era profondamente
danneggiata, quasi assente. Ma la visualizzazione degli schemi era
intatta, e forse addirittura potenziata. Quando lo sfidai a una
partita a scacchi mentale, non ebbe difficolt a visualizzare la
scacchiera o le mosse - n, per essere onesti, a battermi
clamorosamente.
Lurija dice di Zasetskij che aveva perso completamente la capacit di
giocare, ma che la sua vivida immaginazione era intatta. Zasetskij e
il dottor P. vivevano in mondi che erano l'immagine speculare l'uno
dell'altro. Ma la differenza pi triste fra di loro era che Zasetskij,
come dice Lurija, lottava per riacquistare le facolt perdute con
l'indomita tenacia di un'anima perduta, mentre il dottor P. non
lottava, non sapeva quello che aveva perduto, anzi, non sapeva di aver
perduto qualcosa. Ma chi era pi tragico, chi era maggiormente anima
perduta: l'uomo che sapeva o l'uomo che non sapeva?
Quando la visita fu terminata, la signora P. ci chiam a tavola, dove
c'erano il caff e una scelta di ottimi pasticcini. Di buon appetito e
canticchiando sottovoce, il dottor P. attacc i dolci con decisione.
Con movimenti veloci e sciolti, senza esitare, canterellando, tirava i
piatti verso di s, prendeva questo o quel dolce, in un gran fluire di
gorgoglii, in una celebrazione canora del cibo. A un tratto ci fu
un'improvvisa interruzione: una serie di veloci e perentori colpi
bussati alla porta. Colto alla sprovvista, il dottor P. trasal, si
blocc, smise di mangiare e si irrigid sulla sedia, con
un'espressione di cieca e smarrita indifferenza. Vedeva la tavola ma
non la vedeva pi, non la percepiva pi come una tavola carica di
dolci. Sua moglie gli vers il caff: l'aroma gli stuzzic il naso e
lo riport alla realt. La melodia del mangiare riprese.
Come riesce a fare le cose di tutti i giorni? mi chiesi. Che cosa
succede quando si veste, va in bagno, si lava? Seguii sua moglie in
cucina e le chiesi come faceva suo marito, per esempio, a vestirsi.
E' come per il mangiare spieg. Io gli tiro fuori i soliti vestiti
e li metto al solito posto, e lui si veste senza difficolt,
canticchiando. Fa tutto canticchiando. Ma se viene interrotto e perde
il filo, si blocca, non riconosce pi i vestiti, o il suo stesso
corpo. Canta continuamente: canta per mangiare, per vestirsi, per fare
il bagno, sempre. Non riesce a fare nulla se non lo trasforma in una
melodia.
Mentre parlavamo, la mia attenzione fu attratta dai quadri alle
pareti.
S, disse la signora P. mio marito aveva talento come pittore,
oltre che come cantante. Ogni anno la Scuola esponeva i suoi quadri.
Li passai in rassegna con curiosit. Erano in ordine cronologico. Le
prime erano tutte opere naturalistiche e realistiche, con un contenuto
emotivo vivido e insieme curato nei particolari e concreto. Col
passare degli anni si facevano meno vivide e concrete, meno
realistiche e naturalistiche, ma molto pi astratte, addirittura
geometriche e cubistiche. Infine, negli ultimi quadri, le tele
diventavano, almeno per me, astruse: semplici linee caotiche e chiazze
irregolari di colore. Commentai la cosa con la signora P.
Oh, voi dottori, siete i soliti filistei! esclam. Ma non vede
l'"evoluzione artistica"? Non vede come ha abbandonato il realismo dei
primi anni per passare a un'arte astratta, non figurativa?.
No, non  questo mi dissi (ma me ne guardai dal ripeterlo alla
povera signora). Il dottor P. era effettivamente passato dal realismo
al non figurativismo e alla pittura astratta, ma si trattava di un
percorso non artistico bens patologico - un percorso diretto verso
una profonda agnosia visiva, durante il quale erano andati via via
distrutti ogni facolt di raffigurazione e di creazione d'immagini,
ogni senso del concreto, della realt. Quella parete di quadri era un
tragico documento patologico, che apparteneva alla neurologia, non
all'arte.
E tuttavia, riflettei, non aveva in parte ragione anche la moglie?
Perch tra le forze della patologia e quelle della creazione c'
spesso una lotta, e talvolta, cosa ancora pi interessante, una
collusione. Forse nel suo periodo cubista c'era stata un'evoluzione
artistica e insieme un'evoluzione patologica dalla cui collusione era
nata una forma originale: a mano a mano che egli perdeva il senso del
concreto forse si arricchiva in quello dell'astratto, sviluppando una
maggior sensibilit per tutti gli elementi strutturali, le linee, i
perimetri, le sagome: una facolt quasi picassiana di vedere, e di
dipingere, le organizzazioni astratte immerse, e di solito perse, nel
concreto... Ma negli ultimi dipinti, purtroppo, vedevo solo caos e
agnosia.
Tornammo nella grande sala da musica dove troneggiava il Bsendorfer:
il dottor P. canticchiava sull'ultimo pasticcino.
Allora, dottor Sacks mi disse. Mi pare di capire che lei mi trova
un caso interessante. Dov' il guasto, a suo avviso, e che cosa mi
consiglia di fare?.
Dove sia il guasto non so proprio dirglielo, replicai ma le dir
che cosa funziona bene, a mio avviso: lei  un ottimo musicista, e la
musica  la sua vita. In un caso come il suo, ci che prescriverei 
una vita interamente dedita alla musica. Finora la musica  stata il
centro della sua esistenza; ora la faccia diventare la sua intera
vita.
Questo avvenne quattro anni fa. Non l'ho pi rivisto, ma mi sono
spesso chiesto in che modo egli cogliesse il mondo, data la sua strana
perdita d'immagine, di visualizzazione, e la perfetta conservazione di
una grande musicalit. Penso che la musica avesse preso per lui il
posto dell'immagine. Invece di un'immagine corporea aveva una musica
corporea: ecco perch era in grado di muoversi e agire con tanta
disinvoltura, ma si bloccava completamente, confuso, se s'interrompeva
la musica interiore. Lo stesso succedeva con l'esterno, col mondo...
(3)
In "Il mondo come volont e rappresentazione" Schopenhauer parla della
musica come di pura volont. Come lo avrebbe affascinato il dottor
P., un uomo che aveva interamente perduto il mondo come
rappresentazione ma che lo conservava interamente come musica o
volont.
E per fortuna questo dur sino alla fine, perch nonostante il
graduale progredire della malattia (un tumore massivo o un processo
degenerativo nelle parti visive del cervello), il dottor P. continu
fino all'ultimo a insegnare e a vivere la musica.
...
.
...
Post scriptum.
...
.
...
Che spiegazione dare della singolare incapacit del dottor P. di
interpretare, di giudicare, un guanto per quello che ? Era evidente
che in questo caso egli non riusciva a formulare un giudizio
cognitivo, pur essendo in grado di produrre numerose ipotesi
cognitive. Un giudizio  intuitivo, personale, comprensivo e concreto:
noi vediamo come stanno le cose, in relazione tra di loro e con noi
stessi. Era proprio questa capacit di vedere, di stabilire relazioni
che mancava al dottor P. (il cui giudizio in ogni altro campo era del
resto rapido e normale). Qual era la causa? Una mancanza
d'informazione visiva, o un difetto nell'elaborazione
dell'informazione? (Questa sarebbe la spiegazione data da una
neurologia classica, che procede per schemi). Oppure il difetto era
nell'atteggiamento del dottor P., per cui egli non era in grado di
mettere ci che vedeva in relazione con se stesso?
Queste spiegazioni, o modalit esplicative, non si escludono a
vicenda: appunto perch sono modalit diverse, possono coesistere ed
essere entrambe vere. E ci viene ammesso, implicitamente o
esplicitamente, dalla neurologia classica: implicitamente da Macrae,
quando trova insoddisfacente parlare di schematizzazioni difettose o
di difettosa elaborazione e integrazione visiva; esplicitamente da
Goldstein, quando parla di atteggiamento astratto. Ma anche
l'atteggiamento astratto, che permette la categorizzazione, non
spiega il dottor P., e forse nemmeno il concetto di giudizio in
generale. Perch il dottor P. AVEVA un atteggiamento astratto, anzi,
non aveva altro. Ed era precisamente questa assurda astrazione del suo
atteggiamento, assurda perch non rafforzata da nient'altro, che lo
rendeva incapace di percepire le identit o i particolari, che lo
rendeva incapace di giudizio.
E' curioso come la neurologia e la psicologia, pur parlando di
un'infinit di altre cose, non parlino quasi mai di giudizio; eppure
 proprio il venir meno del giudizio (sia in mbiti specifici, come
nel caso del dottor P., sia pi in generale, come nel caso di pazienti
con sindrome di Korsakov o con sindrome del lobo frontale) (4) che
costituisce l'essenza di tanti disordini neuropsicologici. Del
giudizio e dell'identit, che possono esserne le vittime, la
neuropsicologia non dice mai nulla.
Eppure, vuoi in senso filosofico (kantiano) vuoi in senso empirico ed
evolutivo, il giudizio  la nostra facolt pi importante. Un animale,
o un uomo, pu fare benissimo a meno dell'atteggiamento astratto, ma
perir rapidamente se privato del giudizio. Il giudizio, senz'altro la
"prima" facolt di una vita o di una mente superiori,  ignorato o
male interpretato dalla neurologia classica (computazionale). E se ci
chiediamo come possa originarsi questa assurdit, basta guardare gli
assunti, o l'evoluzione, della neurologia stessa. Perch la neurologia
classica (come la fisica classica), dalle analogie meccaniche di
Hughlings Jackson alle odierne analogie con gli elaboratori,  sempre
stata meccanicistica.
Certo, il cervello  una macchina e un elaboratore, e la neurologia
classica ha perfettamente ragione. Ma i processi mentali, che
costituiscono il nostro essere e la nostra vita, non sono soltanto
astratti e meccanici, sono anche personali; e in quanto tali implicano
non solo la classificazione e l'ordinamento in categorie, ma anche una
continua attivit di giudizio e di sentimento. Se ci va perduto,
finiamo, come il dottor P., per assomigliare a degli elaboratori. Allo
stesso modo, se cancelliamo il giudizio e il sentimento, l'elemento
personale, dalle scienze cognitiviste, le riduciamo a qualcosa di
carente, come il dottor P., e insieme riduciamo il "nostro"
apprendimento del concreto e del reale.
Per una sorta di comica e spaventosa analogia, la neurologia e la
psicologia cognitiviste odierne presentano una forte somiglianza
proprio col povero dottor P.! Come lui abbiamo bisogno del concreto e
del reale; e come lui non ce ne accorgiamo. Le nostre scienze
cognitiviste soffrono anch'esse di una agnosia essenzialmente simile a
quella del dottor P. Il quale pu dunque servire da monito e da
parabola, mostrandoci che cosa succede a una scienza che rifugga dal
giudizio, dal particolare, dal personale e diventi interamente
astratta e computazionale.
Fu sempre motivo di grande rammarico per me il fatto di non aver
potuto, per circostanze indipendenti dalla mia volont, continuare a
studiare il suo caso, attraverso osservazioni e indagini come quelle
descritte sopra, o la diagnosi dell'esatta patologia.


Si teme sempre che un caso sia unico, specialmente se presenta
caratteristiche straordinarie come quelle del dottor P. Fu quindi con
grande interesse e piacere, non disgiunti da sollievo, che, sfogliando
l'annata del 1956 della rivista Brain, m'imbattei nella descrizione
dettagliata di un caso quasi comicamente simile, simile (anzi,
identico) sotto il profilo psicologico e fenomenologico, pur con la
totale diversit della patologia sottostante (una grave lesione al
capo) e di tutte le circostanze personali. Gli autori parlano del loro
caso come unico nella storia documentata di questo disturbo, ed
evidentemente provarono il mio stesso stupore davanti alle loro
scoperte. (5) Rimando il lettore interessato all'articolo di Donald
Macrae ed Elli Trolle (1956), di cui riporto qui una breve parafrasi
con citazioni dall'originale.
Il loro paziente era un uomo di trentadue anni il quale, in seguito a
un grave incidente automobilistico che determin uno stato
d'incoscienza durato tre settimane, lamentava esclusivamente
un'incapacit a riconoscere i volti, persino quelli della moglie e dei
figli. Non un solo volto gli era familiare, ma ce n'erano tre che
riusciva a identificare: appartenevano a tre colleghi, uno con un tic
che gli faceva sbattere gli occhi, uno con un grosso neo sulla guancia
e il terzo cos alto e magro che come lui non c'era nessuno. Ognuno
di essi, sottolineano Macrae e Trolle, era riconosciuto unicamente
dal singolo tratto saliente menzionato. In genere (come il dottor P.)
l'uomo riconosceva i familiari solo dalla voce.
Il paziente aveva difficolt persino a riconoscere se stesso allo
specchio, come riferiscono dettagliatamente Macrae e Trolle: Nella
prima fase della convalescenza egli chiedeva spesso, soprattutto
mentre si radeva, se il volto che lo fissava fosse davvero il suo, e
pur sapendo che fisicamente non poteva trattarsi di altri, faceva
sovente delle smorfie o tirava fuori la lingua "per esser sicuro". A
forza di studiare attentamente il proprio volto nello specchio,
incominci pian piano a riconoscerlo, anche se non "in un lampo" come
in passato, bens notandone i capelli, i contorni e due piccoli nei
sulla guancia sinistra.
In generale non riusciva a riconoscere gli oggetti a colpo d'occhio,
ma doveva isolarne uno o due tratti e da quelli indovinare, e ogni
tanto sbagliava clamorosamente. In particolare, notano gli autori, le
sue difficolt insorgevano con gli esseri "animati".
Gli oggetti semplici e schematici, invece, ad esempio le forbici, un
orologio, una chiave, non presentavano difficolt. Macrae e Trolle
osservano inoltre: La sua "memoria topografica" era strana: si
verificava l'apparente paradosso che egli fosse in grado di trovare la
strada da casa sua all'ospedale e di muoversi con sicurezza
all'interno dell'ospedale, ma non sapesse dire il nome delle strade
"lungo il percorso" [a differenza del dottor P., egli era anche
affetto da parziale afasia], n desse segni di visualizzare la
topografia.
Altrettanto evidente era una grave compromissione della memoria visiva
delle persone, anche di quelle incontrate molto tempo prima
dell'incidente; sussisteva il ricordo dei comportamenti, o magari di
certi atteggiamenti peculiari, ma non quello dell'aspetto esteriore o
del volto. Analogamente, una serie di domande specifiche rivel che
egli non aveva pi immagini visive nemmeno nei "sogni". Dunque, come
per il dottor P., in questo paziente il danno essenziale non
riguardava solo la percezione visiva, ma anche le facolt fondamentali
della rappresentazione visiva ossia l'immaginazione e la memoria
visive, quantomeno in attinenza con gli aspetti personali, familiari,
concreti della vita.
Un'ultima osservazione divertente. Se il dottor P. arrivava a
scambiare la moglie per un cappello, il paziente di Macrae, anch'egli
incapace di riconoscere la moglie, aveva bisogno per identificarla che
essa portasse un "contrassegno" visivo, un accessorio di
abbigliamento vistoso, ad esempio un largo cappello.


NOTE.

Nota 1. In seguito se lo infil per caso: Dio mio! esclam. E' un
guanto!. La cosa ricordava Lanuti, un paziente di Kurt Goldstein, che
riusciva a riconoscere gli oggetti solo se cercava di usarli al loro
scopo.
Nota 2. Mi sono sempre chiesto se anche le descrizioni visive di Helen
Keller non fossero, con tutta la loro eloquenza, in qualche modo
vuote. O se la Keller, trasferendo le immagini dall'mbito tattile a
quello visivo, oppure, cosa ancora pi straordinaria, dall'mbito
verbale e metaforico a quello sensoriale e visivo, avesse in effetti
raggiunto la capacit di creare immagini visive, anche se la sua
corteccia visiva non era mai stata stimolata direttamente dagli occhi.
Ma nel caso del dottor P. il danno riguardava proprio la corteccia, il
requisito organico indispensabile alla produzione delle immagini
figurative. Interessante e tipico era il fatto che i suoi sogni non
fossero pi figurativi e che il messaggio del sogno fosse trasmesso
in termini non visivi.
Nota 3. Allo stesso modo, come appresi in seguito dalla moglie,
quantunque egli non riuscisse a riconoscere i suoi studenti se erano
seduti e fermi, se erano immagini, li riconosceva immediatamente se
"si muovevano": E' Karl esclamava. Conosco i suoi movimenti, la
musica del suo corpo.
Nota 4. Si vedano pi avanti i capitoli 12 e 13.
Nota 5. Solo dopo aver ultimato questo libro ho scoperto che esistono
in effetti numerosi studi sull'agnosia visiva in generale e sulla
prosopagnosia in particolare, ma sono sparsi in cos tante
pubblicazioni e scritti in cos tante lingue che  facile non venirne
a conoscenza. In particolare, ho avuto recentemente il grande piacere
di incontrare il dottor Andrew Kertesz,depositariodi
un'impareggiabile conoscenza della letteratura mondiale sull'argomento
e autore egli stesso di alcuni studi molto dettagliati su pazienti
affetti da queste agnosie (si veda, per esempio, il suo articolo
sull'agnosia visiva in Cortex, 1979). Il dottor Kertesz mi cit il
caso a lui noto di un allevatore che aveva sviluppato una
prosopagnosia e di conseguenza non riusciva pi a distinguere le
(facce delle) sue MUCCHE! E di un altro paziente, custode di un museo
di storia naturale, che scambi la propria immagine riflessa per il
diorama di una SCIMMIA. Come nel caso del dottor P. e in quello del
paziente di Macrae e di Trolle, sono soprattutto gli esseri animati
che vengono percepiti in modo cos assurdamente erroneo.
...
.
...
2.
IL MARINAIO PERDUTO. (1)
...
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...
"Si deve incominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di
ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria
la vita non  vita... La nostra memoria  la nostra coerenza, la
nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire. Senza
di essa non siamo nulla... (Non mi resta che aspettare l'amnesia
finale, quella che pu cancellare una vita intera, come fu per mia
madre...).
LUIS BUUEL.


Questo passo commovente e spaventoso tratto dalle memorie di Buuel
solleva interrogativi fondamentali: clinici, pratici, esistenziali,
filosofici. Che genere di vita (se di vita si pu parlare), di mondo,
di s, rimane in una persona che ha perduto la maggior parte della
memoria e con essa il suo passato e i suoi ormeggi nel tempo?
Quando lo lessi, mi venne subito in mente un mio paziente in cui tali
interrogativi erano esemplificati alla perfezione: il simpatico,
intelligente, smemorato Jimmie G., ammesso nella nostra casa di cura
per anziani vicino a New York all'inizio del 1975; l'enigmatica nota
di trasferimento con cui si present diceva: Incapace, demente,
confuso e disorientato.
Jimmie era un bell'uomo con una bella testa di ricci grigi, un
quarantanovenne sano e prestante. Era allegro, gentile e cordiale.
Salve, dottore! disse. Bella giornata! Mi siedo qui?. Era un tipo
socievole, dispostissimo a parlare e a rispondere a tutte le mie
domande. Mi disse il suo nome, la sua data di nascita e il nome della
cittadina del Connecticut dove era nato, che descrisse con cura
affettuosa, disegnandone persino la piantina. Parl delle case dove
aveva abitato la sua famiglia (ricordava ancora i numeri di telefono),
parl dei suoi anni di scuola, degli amici di allora e della sua
passione per la matematica e le scienze. Raccont con entusiasmo del
periodo trascorso in marina, dove era stato chiamato a diciassette
anni, nel 1943, appena finite le superiori. La sua naturale
predisposizione per le scienze lo destinava alla radiotecnica e
all'elettronica, sicch, dopo un corso accelerato nel Texas, si
ritrov assistente radiotelegrafista a bordo di un sottomarino.
Ricordava i nomi dei vari sottomarini sui quali aveva prestato
servizio, le loro missioni, le loro basi operative, i nomi dei
compagni di bordo. Ricordava l'alfabeto Morse ed era ancora un ottimo
radiotelegrafista, anche a tastiera cieca.
Una giovinezza piena e interessante, che aveva lasciato un ricordo
vivido, preciso e affettuoso. Ma per qualche ragione le sue
reminiscenze si arrestavano l. Jimmie ricordava, anzi, quasi
riviveva, i giorni del suo servizio militare, la guerra e la sua fine,
i suoi progetti per il futuro. Si era affezionato alla marina e
pensava quasi di rimanervi. Ma vista la legge sui sussidi per i
reduci, pensava che forse avrebbe fatto meglio a iscriversi
all'universit. Suo fratello maggiore frequentava una scuola di
ragioneria ed era fidanzato con una ragazza dell'Oregon, una vera
bellezza.
Quando rievocava e riviveva il passato, Jimmie si animava; sembrava
piuttosto parlare del presente, e fui molto colpito dall'uso dei tempi
nel suo racconto: se per gli anni di scuola aveva usato il passato,
per quelli trascorsi in marina usava il presente, e non (cos mi
parve) il presente storico, il fittizio presente del ricordo, ma il
vero presente dell'esperienza immediata.
Fui colto da un improvviso, improbabile sospetto.
In che anno siamo, signor G.? chiesi, nascondendo la mia perplessit
dietro un tono indifferente.
Come sarebbe? Nel '45. E continu: Abbiamo vinto la guerra,
Roosevelt  morto, ora c' Truman. Si preparano tempi splendidi.
E lei, Jimmie, quanti anni ha?.
Ebbe un momento di strana incertezza ed esit a rispondere, come se
fosse impegnato in un calcolo.
Be', ecco, diciannove. Far i venti il prossimo compleanno.
Guardando l'uomo dai capelli grigi che mi stava davanti, ebbi un
impulso che non mi sono mai perdonato; fu il colmo della crudelt, o
lo sarebbe stato se Jimmie fosse stato in grado di ricordarsene.
Ecco dissi, e gli misi davanti uno specchio. Guardi qui e mi dica
che cosa vede. Ha diciannove anni l'uomo che la guarda da dentro lo
specchio?.
Jimmie sbianc di colpo e si afferr alla sedia. Cristo sussurr.
Cristo, che vuol dire questo? Che cosa mi succede? E' un incubo? Sono
pazzo? E' uno scherzo?. Era sconvolto, terrorizzato.
Va tutto bene, Jimmie cercai di tranquillizzarlo. E' solo un
errore. Non c' motivo di preoccuparsi. Ecco!. Lo condussi alla
finestra. Che splendida giornata di primavera, eh? Vede quei ragazzi
che giocano a baseball?. Lui riprese colore e sorrise e io uscii di
soppiatto dalla stanza portando via l'odioso specchio.
Due minuti dopo rientrai. Jimmie era ancora alla finestra e osservava
divertito i ragazzi che giocavano a baseball. Quando aprii la porta si
volt con una espressione allegra sul volto.
Salve, dottore! disse. Bella giornata! Lei voleva parlarmi. Mi
siedo qui?. Sul suo viso aperto e franco non c'era traccia di
riconoscimento.
Non ci siamo gi conosciuti, signor G.? chiesi con fare
indifferente.
No, non mi sembra. Con una barba come la sua, dottore, non potrei
dimenticarla!.
Perch mi chiama "dottore"?.
Be', lei  un dottore, no?.
S, ma se non mi conosce, come fa a sapere che cosa sono?.
Lei parla come un dottore. Lo vedo che  un dottore.
Ebbene s, ha ragione. Sono il neurologo di qui.
Neurologo? Ehi, ho i nervi che non funzionano? E che posto  "qui"?
Insomma, dove sono?.
Stavo proprio per chiederglielo: dove pensa di essere?.
Vedo letti e pazienti dappertutto, sembrerebbe una specie di
ospedale. Ma che diavolo ci farei io in un ospedale, e poi con tutti
questi vecchi, gente molto pi vecchia di me. Io mi sento bene, sono
forte come un toro. Forse qui ci lavoro... E' cos? Che lavoro
faccio?... No, lei scuote la testa, lo leggo nei suoi occhi che non
lavoro qui. Se  cos, allora mi ci hanno messo. Sono un paziente,
sono ammalato e non lo so, dottore? E' pazzesco, spaventoso... E' uno
scherzo?.
Lei non sa di che si tratta? Davvero non lo sa? Si ricorda di avermi
parlato della sua infanzia, della sua giovinezza nel Connecticut, di
aver lavorato come radiotelegrafista sui sottomarini? E di avermi
detto che suo fratello  fidanzato con una ragazza dell'Oregon?.
Ehi,  vero. Ma questo non gliel'ho detto io, non l'ho mai vista in
vita mia. Deve aver letto tutto sulla mia cartella clinica.
E va bene dissi. Le racconter una storia. Un uomo and dal suo
dottore perch lamentava dei vuoti di memoria. Il dottore gli fece
alcune domande di routine, poi disse: "Allora, mi dica di questi
vuoti". "Quali vuoti?" rispose il paziente.
Dunque  questo il mio problema rise Jimmie. Gi, lo sospettavo.
Ogni tanto mi accorgo di dimenticare delle cose, cose appena successe.
Il passato, per,  chiaro.
Mi permette di visitarla, di sottoporla a qualche test?.
Certo disse affabilmente. Tutto quello che vuole.
Nei test d'intelligenza mostr attitudini eccellenti. Aveva prontezza
di spirito, capacit di osservazione e di logica e risolveva senza
difficolt problemi complessi e rompicapo, purch fossero risolvibili
rapidamente. Se richiedevano molto tempo, dimenticava quello che stava
facendo. Era abile e svelto al filetto e alla dama, e per giunta furbo
e aggressivo; mi batt facilmente. Ma agli scacchi perse il filo: le
mosse erano troppo lente.
Dirigendo la mia indagine sulla sua memoria, riscontrai un'estrema e
singolare perdita della memoria recente: qualunque cosa gli venisse
detta, mostrata o fatta, veniva di norma dimenticata entro pochi
secondi. Ad esempio, posai sul tavolo il mio orologio, la mia cravatta
e i miei occhiali, li coprii e gli chiesi di tenerli a mente.
Scambiammo qualche parola per un minuto, poi gli chiesi che cosa
avessi nascosto. Non ricordava nessuno degli oggetti, anzi, non
ricordava nemmeno che gli avessi chiesto di tenerli a mente. Ripetei
il test, questa volta facendogli scrivere i nomi dei tre oggetti;
anche questa volta li dimentic, e quando gli mostrai il foglio con la
sua scrittura ne fu stupefatto, e disse che non ricordava
assolutamente di aver scritto qualcosa, pur riconoscendo che quella
era la sua scrittura; dopo un po' avvert come un'eco del fatto di
avere annotato i nomi.
Talvolta serbava deboli ricordi, una sorta di vaga eco o sensazione di
familiarit. Ad esempio, cinque minuti dopo la nostra partita a
filetto ricordava che un dottore aveva giocato con lui un po' di
tempo fa, ma non aveva la minima idea di quanto fosse lontano quel
tempo fa, se di minuti o di mesi. Poi fece una pausa e infine disse:
Magari era lei! Quando confermai che ero io, sembr divertito.
Questo leggero divertimento e indifferenza erano molto caratteristici,
cos come lo erano le complicate cogitazioni cui era indotto dal suo
disorientamento temporale. Quando gli chiesi in che stagione fossimo,
si guard subito intorno alla ricerca di qualche indizio (io avevo
badato a togliere dalla mia scrivania il calendario) e cerc di
dedurlo approssimativamente guardando fuori dalla finestra.
Il suo problema era, evidentemente, non un'incapacit di registrare
cose e fatti nella memoria, ma un'estrema labilit delle tracce
mnestiche, suscettibili di essere cancellate nel giro di un minuto,
spesso meno, specie se intervenivano stimoli distraenti o competitivi;
al tempo stesso per le sue facolt intellettuali e percettive erano
intatte, e decisamente di alto livello.
Le conoscenze scientifiche di Jimmie erano quelle di un bravo studente
che ha appena finito la scuola superiore, con spiccate doti per la
matematica e le scienze. Eccelleva nei calcoli aritmetici (e anche
algebrici), ma solo se erano risolvibili in pochi secondi. Se
richiedevano vari passaggi, e quindi troppo tempo, egli dimenticava a
che punto era e persino che cosa gli era stato chiesto. Conosceva gli
elementi - li mise a confronto ed elenc la tavola periodica,
omettendo per quelli transuranici.
E' completa? chiesi quando ebbe finito.
Completa e aggiornata, per quanto ne so.
Non conosce altri elementi dopo l'uranio?.
Sta scherzando? Ci sono novantuno elementi, e l'uranio  l'ultimo.
Feci una pausa e sfogliai un numero del National Geographic che
stava sulla scrivania. Mi nomini i pianeti dissi e me ne parli un
po'. Senza esitazione, mi elenc con sicurezza i pianeti precisando
data di scoperta, distanza dal sole, massa calcolata, caratteristiche
e gravit.
Che cos' questo? chiesi mostrandogli una foto sulla rivista che
avevo in mano.
La luna rispose.
No dissi. E' una foto della terra presa dalla luna.
Lei vuol scherzare, dottore! Avrebbero dovuto portare una macchina
fotografica fin lass!.
Appunto.
Questa, poi! Ma scherza? Come diavolo si farebbe?.
A meno che non fosse un attore eccellente, un impostore che simulava
uno stupore non provato, questa era una convincentissima dimostrazione
che egli viveva ancora nel passato. Le sue parole, le sue emozioni, la
sua innocente meraviglia, il suo sforzo per trovare un senso in quanto
vedeva, erano appunto quelli di un ragazzo intelligente degli Anni
Quaranta messo di fronte al futuro, al non ancora accaduto e al quasi
inimmaginabile. E' questo fatto, pi di ogni altro, scrissi nei miei
appunti che mi persuade della genuinit del suo blocco al 1945... Ci
che gli ho detto e mostrato ha prodotto l'autentico stupore che
avrebbe suscitato in un ragazzo intelligente dell'ra pre-Sputnik.
Trovai un'altra foto sulla rivista e gliela mostrai.
E' una portaerei disse. Una linea veramente ultramoderna. Non ne ho
mai vista una simile.
Come si chiama? chiesi.
Guard sotto la foto e parve perplesso, poi disse: La "Nimitz"!.
Qualcosa non va?.
Eh s, diavolo! rispose con foga. Le conosco tutte per nome, ma non
conosco nessuna "Nimitz"... S, c' un ammiraglio Nimitz, ma non ho
mai sentito dire che il suo nome era stato dato a una portaerei!.
Butt gi con rabbia la rivista.
Cominciava a dar segni di stanchezza, di irritazione e di nervosismo
sotto la continua pressione delle anomalie e delle contraddizioni, con
tutto ci che esse comportavano di pauroso e che egli non poteva fare
a meno di capire. Io, senza riflettere lo avevo gi gettato nel
panico, sicch capii che era tempo di porre fine alla nostra seduta.
Ci accostammo di nuovo alla finestra: il diamante del baseball era
pieno di sole; a poco a poco Jimmie si rasseren: dimentic la
"Nimitz", la foto dal satellite e tutti gli altri orribili sospetti e
si concentr sulla partita. Quando dalla sala da pranzo sal un
profumo appetitoso, schiocc le labbra, disse sorridendo: Si mangia!
e si conged.
Anch'io mi sentivo molto turbato: era straziante, assurdo,
sconvolgente, pensare alla sua vita smarrita in un limbo, una vita che
andava dissolvendosi.
Egli , per cos dire, scrissi nei miei appunti isolato in un
singolo momento dell'esistenza, con tutt'intorno un fossato, o lacuna
di smemoratezza... E' un uomo senza passato (e senza futuro), bloccato
in un attimo sempre diverso e privo di senso. E pi prosaicamente
aggiunsi: Per il resto, l'esame neurologico ha dato risultati del
tutto normali. Impressione: probabile sindrome di Korsakov, dovuta a
degenerazione da alcolismo dei corpi mammillari. Nei miei appunti sui
fatti e sulle osservazioni, scrupolosamente registrati, non potevo
fare a meno di aggiungere, in uno strano miscuglio, riflessioni su ci
che tali problemi potevano significare, su chi, che cosa e dove
fosse quel poveretto - se mai si poteva parlare di esistenza, data
una cos assoluta privazione di memoria o di continuit.
In questi e in successivi appunti continuai a riflettere, in modo non
scientifico, sull'anima perduta, e su come si potessero stabilire
una continuit, delle radici, poich costui era un uomo senza radici,
o radicato solo in un passato lontano.
L'importante  collegare - ma come poteva collegare Jimmie, e come
potevamo noi aiutarlo in questo? Che cos'era la vita senza
collegamenti? Oso affermare scriveva Hume che altro non siamo se
non un fascio o un accumulo di sensazioni diverse, che si susseguono
con inimmaginabile rapidit, e sono in perpetuo flusso e movimento.
In un certo senso Jimmie era stato ridotto a un essere di questo
genere, e io non potevo fare a meno di pensare a come sarebbe stato
affascinato Hume nel vedere incarnata in lui la sua chimera
filosofica, la grottesca riduzione di un uomo a puro flusso incoerente
di mutamenti non collegati.
Forse potevo trovare consiglio e soccorso nella letteratura medica,
una letteratura che per qualche ragione era in larga misura russa:
dalle originali tesi di Korsakov (Mosca, 1887) su casi simili di
perdita di memoria, tuttora chiamati sindrome di Korsakov, a
"Neuropsicologia della memoria" di Lurija (la cui traduzione in
inglese usc solo un anno dopo il mio primo incontro con Jimmie). Nel
1887 Korsakov scriveva:
Il disturbo interessa quasi esclusivamente la memoria di avvenimenti
recenti; le impressioni recenti paiono svanire pi in fretta, mentre
quelle del passato pi lontano sono ricordate con esattezza, cosicch
l'intelligenza del paziente, il suo acume e la sua intraprendenza
rimangono in larga misura intatti.
Alle brillanti ma scarne osservazioni di Korsakov si  aggiunto un
secolo di ricerche. Le pi ricche e approfondite sono senz'altro
quelle di Lurija; e nei suoi lavori la scienza diventa poesia, si
evoca il pathos di uno smarrimento radicale. In questi pazienti si
osservano sempre gravi disturbi nell'organizzazione delle impressioni
degli avvenimenti e della loro successione temporale scrive Lurija.
Di conseguenza, essi perdono la loro esperienza integrale del tempo e
cominciano a vivere in un mondo di impressioni isolate. Inoltre, come
egli osserva, lo sradicamento (e il disordine) delle impressioni pu
avere effetto retroattivo nei casi pi gravi, e coinvolgere persino
avvenimenti relativamente distanti.
La maggior parte dei pazienti di Lurija descritti nel suo libro aveva
un tumore cerebrale grave e massivo che provocava gli stessi effetti
della sindrome di Korsakov, ma che in seguito si diffondeva con esiti
spesso fatali. Lurija non include nessun caso di sindrome di Korsakov
semplice, basata sulla distruzione autolimitante descritta da
Korsakov: distruzione di neuroni prodotta dall'alcol nei minuscoli ma
cruciali corpi mammillari, mentre il resto del cervello rimane
intatto. Nei casi di Lurija, quindi, non vi  stato uno studio
longitudinale a lungo termine.
In un primo momento, l'evidente blocco al 1945 aveva suscitato in me
forte perplessit, dubbi e addirittura sospetti: era un punto, una
data, e per giunta simbolicamente cos pregnante. In una nota
successiva scrissi:
C' un grande vuoto. Non sappiamo che cosa accadde allora, o in
seguito... Dobbiamo colmare questi anni "mancanti", rivolgendoci al
fratello, alla marina, agli ospedali dove  stato... E' possibile che
a quell'epoca abbia subto un violento trauma cerebrale o emotivo in
combattimento, in guerra, e che questo da allora lo abbia segnato?...
Che la guerra sia stata per lui il "punto culminante", l'ultima volta
che fu realmente vivo, e l'esistenza, da allora, una lunga parabola
discendente?. (2)
Lo sottoponemmo a vari test (E.E.G., scintigrafie cerebrali) che non
rivelarono alcun danno cerebrale massivo; non erano per test che
potessero rivelare un'atrofia dei minuscoli corpi mammillari. I
rapporti che ricevemmo dalla marina ci dissero che Jimmie aveva
prestato servizio fino al 1965 e che a quell'epoca era in pieno
possesso delle sue facolt.
Poi scovammo una secca relazione del Bellevue Hospital, datata 1971,
che lo descriveva come totalmente disorientato... con un'avanzata
sindrome cerebrale organica da alcolismo (a quel tempo si era anche
manifestata una cirrosi). Dal Bellevue Jimmie era stato mandato in uno
squallido posto al Greenwich Village, una cosiddetta casa di cura da
cui, nel 1975, la nostra clinica lo trasse fuori affamato e pieno di
pidocchi.
Riuscimmo a trovare il fratello, quello che Jimmie descriveva sempre
come studente di ragioneria e fidanzato con una ragazza dell'Oregon.
Nel frattempo l'aveva sposata, era diventato padre e nonno, e da
trent'anni lavorava come ragioniere.
Invece della messe di informazioni e della partecipazione che ci
aspettavamo da lui, ricevemmo una lettera cortese ma sbrigativa. Era
evidente, soprattutto a leggere fra le righe, che dal 1943 i due
fratelli si erano incontrati solo di sfuggita ed erano andati ognuno
per la sua strada, in parte perch le loro carriere erano diverse e li
tenevano lontani, in parte per le profonde differenze di carattere
(anche se non tali da cancellare un legame affettivo). Jimmie, a
quanto pareva, non si era mai sistemato, prendeva la vita alla
leggera, era sempre stato un bevitore. Secondo il fratello, la
marina gli offriva una struttura, una vita, e i veri problemi
incominciarono col suo congedo, nel 1965. Senza la sua struttura
abituale, senza la sua ncora, Jimmie aveva smesso di lavorare, era
crollato e aveva incominciato a bere sul serio. Verso la met e
soprattutto la fine degli Anni Sessanta c'era stata una certa
diminuzione della memoria, simile a quella della sindrome di Korsakov,
ma non cos grave da impedire a Jimmie di cavarsela con la
disinvoltura che gli era propria. Ma nel 1970 il problema del bere si
fece pi acuto.
Quell'anno, verso Natale, Jimmie era scoppiato, era caduto in uno
stato delirante di eccitazione e confusione, e fu allora che lo
ricoverarono al Bellevue. Di l a un mese l'eccitazione e il delirio
erano scomparsi, lasciandosi dietro per profondi e strani vuoti di
memoria, o deficit, per usare il gergo medico. Il fratello era
venuto a trovarlo (non si vedevano da vent'anni) e con suo orrore, non
solo Jimmie non lo riconobbe, ma gli disse: La smetta di scherzare!
Per l'et che ha potrebbe essere mio padre. Mio fratello  un ragazzo
e sta ancora studiando ragioneria.
Quando ricevetti queste informazioni la mia perplessit aument:
perch Jimmie non ricordava gli ultimi anni passati in marina, perch
non rievocava e non organizzava i suoi ricordi fino al 1970? A quel
tempo non avevo sentito dire che tali pazienti potessero avere
un'amnesia retrograda (si veda il "Post scriptum"). Mi chiedo sempre
pi spesso scrissi allora se non ci sia un elemento di amnesia
isterica o di fuga, se egli non rifugga da qualcosa che sarebbe troppo
spaventoso ricordare e proposi di farlo visitare dalla nostra
psichiatra. Costei fece una relazione minuziosa e dettagliata:
nell'esame era stato incluso un test al sodio amital, che doveva
liberare eventuali ricordi rimossi. Nella speranza di strappare a
Jimmie questi ricordi rimossi dall'isteria, fu tentata anche l'ipnosi.
E' un sistema che di solito funziona nei casi di amnesia isterica, ma
con Jimmie fall perch egli non era ipnotizzabile, e non a causa di
una sua resistenza, ma per la sua estrema amnesia che gli faceva
perdere il filo di quello che gli diceva l'ipnotizzatrice. (Il dottor
M. Homonoff, che lavorava al reparto amnesici del Boston Veterans
Administration Hospital, mi riferisce di esperienze simili e della sua
impressione che ci sia assolutamente tipico nei pazienti con sindrome
di Korsakov, diversamente da quelli che presentano amnesia isterica).
Non ho l'impressione n la prova scrisse la psichiatra che si
tratti di deficit isterico o "simulato". A Jimmie mancano sia i mezzi
sia il motivo per fingere. I suoi deficit di memoria sono organici,
permanenti e irrimediabili;  certo sconcertante che essi risalgano a
tanto tempo addietro. Poich il paziente risultava indifferente...
non manifesta particolare ansiet... non crea problemi di
sorveglianza, essa riteneva di non poter essere d'aiuto, n vedeva la
possibilit di alcun aggancio terapeutico.
A questo punto, convinto che si trattasse in realt di semplice
sindrome di Korsakov non complicata da altri fattori, emozionali o
organici, scrissi a Lurija per avere un parere. Nella sua risposta
Lurija menzion il suo paziente Bel, () la cui amnesia aveva
cancellato retroattivamente dieci anni. Disse di non vedere alcun
motivo per cui tale amnesia retrograda non potesse andare indietro di
decenni, o addirittura di tutta una vita. Non mi resta che aspettare
l'amnesia finale, scrive Buuel quella che pu cancellare una vita
intera. Ma l'amnesia di Jimmie, per qualche motivo, aveva cancellato
a ritroso la memoria e il tempo fino al 1945 circa e l si era
fermata. Ogni tanto egli ricordava cose avvenute molto pi tardi, ma
erano ricordi frammentari e sparsi nel tempo. Una volta, vedendo in un
titolo di giornale la parola satellite, accenn a una sua
partecipazione a un progetto di rilevamento satelliti quando era a
bordo della "Chesapeake Bay": un frammento di ricordo che risaliva
all'inizio o alla met degli Anni Sessanta. Ma il suo punto d'arresto
era situabile, a tutti gli effetti, alla met (o verso la fine) degli
Anni Quaranta, e qualsiasi cosa avvenuta successivamente era ricordata
in modo frammentario e sconnesso. Cos era nel 1975 e cos  ancora
adesso, nove anni dopo.
Che cosa si poteva, che cosa si doveva fare? In un caso come questo
non ci sono indicazioni scrisse Lurija. Faccia tutto quello che le
suggeriscono la sua intelligenza e il suo cuore. La speranza che egli
recuperi la memoria  poca o nulla. Ma un uomo non consiste solo di
memoria. Ha sentimenti, volont, sensibilit, coscienza morale, tutte
cose su cui la neuropsicologia non pu dire nulla. Ed  in queste
cose, che travalicano i confini di una psicologia impersonale, che lei
pu trovare il modo di arrivare al suo paziente e di cambiarlo. E le
circostanze in cui lei svolge il suo lavoro glielo consentono meglio
che ad altri, poich lei lavora in una casa di cura, che  come un
piccolo mondo, ben diverso dalle cliniche e dagli istituti dove lavoro
io. Dal punto di vista neuropsicologico, lei pu fare poco o niente;
ma nell'mbito dell'Individuale forse pu molto.
Lurija menzion il suo paziente Kur che manifestava una rara lucidit
sul proprio stato e, pur sapendo di non avere speranza, pareva
stranamente sereno. Non ho memoria del presente diceva Kur. Non so
che cosa ho appena fatto n da dove sono appena venuto... Ricordo
benissimo il mio passato, ma non ho memoria del presente. Quando gli
veniva chiesto se avesse mai visto prima la persona che lo stava
esaminando, diceva: Non posso dire n s n no, non posso n
affermare n negare di averla vista. A volte succedeva la stessa cosa
con Jimmie. E come Kur, che rimase parecchi mesi nello stesso
ospedale, anche Jimmie incominci a formarsi un senso di
familiarit; a poco a poco impar a muoversi all'interno della casa
di cura, impar dove si trovavano la sala da pranzo, la sua stanza,
gli ascensori, le scale, e in un certo senso cominci a riconoscere
alcuni membri del personale, anche se li confondeva (e forse doveva
farlo) con gente del suo passato. Presto si affezion alla
capoinfermiera: ne riconosceva immediatamente la voce, il passo, ma
diceva sempre che era stata una sua compagna di scuola alle superiori
e si stupiva moltissimo quando io mi rivolgevo a lei chiamandola
sorella.
Accidenti! esclamava. Ne succedono di tutte. Non avrei mai
immaginato che ti saresti fatta suora!.
Da quando si trova nella nostra casa di cura, cio dall'inizio del
1975, Jimmie non  mai stato in grado di identificare qualcuno in modo
stabile. L'unica persona che riconosca veramente  suo fratello, ogni
volta che questi viene dall'Oregon a trovarlo. Sono incontri molto
intensi e commoventi, gli unici che procurino a Jimmie una vera
emozione. Egli ama suo fratello, lo riconosce, ma non riesce a capire
come mai sembri cos vecchio: Mah, forse c' chi invecchia presto
dice. A dire il vero il fratello dimostra molto meno della sua et e
ha quel tipo di viso e di corporatura che cambia poco con gli anni. I
loro sono veri incontri, l'unica occasione in cui Jimmie colleghi
passato e presente, eppure non riescono assolutamente a fornire alcun
senso storico, di continuit. Se mai, mettono in evidenza, almeno per
suo fratello e per gli altri che li vedono insieme, come Jimmie
continui a vivere fossilizzato nel passato.
Tutti noi, all'inizio, speravamo moltissimo di aiutare Jimmie. Era
difficile credere che non ci fosse modo di fare qualcosa per un uomo
cos piacevole, simpatico, pronto e intelligente. Ma nessuno di noi
aveva mai incontrato, mai immaginato, un'amnesia di tale entit, la
possibilit di un abisso nel quale precipiti insondabilmente ogni
cosa, ogni esperienza, ogni avvenimento, un buco senza fondo della
memoria che inghiotta il mondo intero.
La prima volta che vidi Jimmie, gli proposi di tenere un diario e
chiesi che lo si incoraggiasse ad annotare ogni giorno le sue
esperienze, i suoi sentimenti, pensieri, ricordi, riflessioni. In un
primo tempo questi tentativi vennero frustrati dal fatto che egli
smarriva in continuazione il taccuino: fu necessario fissarglielo
addosso in qualche modo. Ma anche questo non serv a nulla: egli
teneva diligentemente un breve resoconto giornaliero ma non riusciva a
riconoscere quello che aveva annotato in precedenza. Riconosceva la
sua scrittura e il suo stile, ma era sempre stupefatto di trovare che
aveva scritto qualcosa il giorno prima.
Stupefatto, e indifferente, perch in realt non aveva un giorno
prima. Le sue annotazioni rimanevano senza collegamenti e senza la
possibilit di stabilirne e non avevano il potere di dare il senso del
tempo e della continuit. Inoltre erano banali (uova a colazione,
vista la partita alla T.V.) e non arrivavano mai al profondo. Ma
c'era davvero un profondo in questo smemorato, un profondo fatto di
sentimenti e di pensieri duraturi, oppure egli era stato ridotto a una
sorta di vaniloquio humeano, una mera successione di impressioni e
avvenimenti senza relazione fra di loro?
Jimmie era e insieme non era consapevole di questa profonda, tragica
perdita in se stesso, DI se stesso. (Se un uomo ha perso una gamba o
un occhio, sa di averli persi; ma se ha perso un s, se stesso, non
pu saperlo, perch egli non c' pi per saperlo). Perci non potevo
interrogarlo intellettualmente su queste cose.
All'inizio si era mostrato sconcertato di trovarsi in mezzo a dei
pazienti, dato che, come diceva, lui non stava male. Ma quali erano le
sue sensazioni, i suoi sentimenti? Era robusto e in piena forma, aveva
una forza e un'energia quasi animalesche, ma anche una strana inerzia,
passivit e (come tutti notavano) indifferenza; dava a tutti noi
l'opprimente sensazione che mancasse qualcosa, ma anche questo
fatto, se lui se ne accorgeva, veniva accettato con una strana
indifferenza. Un giorno lo interrogai non sulla sua memoria o sul
passato, ma sui pi semplici ed elementari sentimenti:
Come si sente?.
Come mi sento? ripet grattandosi la testa. Non posso dire di
sentirmi male. Ma nemmeno bene. Non posso dire di sentire qualcosa.
E' infelice? continuai.
Non posso dire di esserlo.
Trova piacere nella vita?.
Non posso dire di trovarne....
Esitai, temendo di spingermi troppo oltre, di far precipitare un uomo
in una nascosta, inammissibile, insopportabile disperazione.
Non trova piacere nella vita  ripetei con una certa esitazione. Che
effetto le fa allora la vita?.
Non posso dire che mi faccia un qualche effetto.
Ma si sente vivo?.
Sentirmi vivo? Non proprio. E' da molto tempo che non mi sento vivo.
Sul suo viso c'era un'espressione di infinita tristezza e
rassegnazione.
In seguito, avendo notato la sua abilit nei giochi e nei rompicapo
veloci, il piacere che provava nel risolverli e il potere che essi
avevano di trattenerlo, almeno finch duravano, e di dargli, per un
poco, un senso di cameratismo e di competitivit (non si era mai
lamentato di solitudine, ma aveva un'aria cos sola; non aveva mai
manifestato tristezza, ma sembrava cos triste), proposi di farlo
partecipare ai programmi ricreativi della nostra casa di cura. L'idea
funzion meglio, meglio del diario. Per un poco Jimmie si lasciava
coinvolgere con entusiasmo nei giochi o nelle partite, ma ben presto
lo stimolo scompariva: risolveva tutti i rompicapo con facilit, e nei
giochi superava tutti per abilit e prontezza. Quando lo scopr torn
a essere irritabile e inquieto, a vagare per i corridoi, scontento,
annoiato, e un po' indignato: i giochi e i rompicapo erano cose da
bambini, un passatempo. Era chiaro che desiderava ardentemente
qualcosa da fare: voleva fare, essere, sentire, e non poteva; voleva
un senso, uno scopo; voleva, per dirla con Freud, Lavoro e Amore.
Era in grado di svolgere un lavoro normale? Suo fratello aveva detto
che quando aveva smesso di lavorare, nel 1965, era crollato. C'erano
due cose in cui era abilissimo: trasmettere in Morse e dattilografare
senza guardare la tastiera. Il codice Morse non era utilizzabile, a
meno d'inventare un pretesto; ma se riusciva a riacquistare l'abilit
di un tempo, un buon dattilografo poteva servirci: sarebbe stato un
vero lavoro, non un semplice gioco. Jimmie ritrov presto l'antica
destrezza e arriv a battere a macchina con grande velocit (non
poteva farlo adagio) e in questo trov parte dello stimolo e della
gratificazione di un lavoro. Ma era pur sempre un meccanico battere su
una tastiera, una cosa banale che non raggiungeva il suo intimo. E
quello che scriveva, lo scriveva meccanicamente: non riusciva a
ritenere i concetti, le brevi frasi si susseguivano in un ordine privo
di significato.
Veniva istintivo parlare di lui come di una vittima spirituale, di
un'anima perduta: era possibile che fosse stato realmente de-
animato da una malattia? Pensate che ce l'abbia, un'anima? chiesi
una volta alle infermiere. La domanda le indign, ma ne capirono la
ragione. Osservi Jimmie nella cappella dissero e giudichi lei
stesso.
Lo feci, e fui commosso, profondamente commosso e colpito, perch vidi
un'attenzione, una concentrazione cos intense e salde come mai avevo
visto prima in lui e delle quali non lo ritenevo capace. Lo osservai
inginocchiarsi e ricevere l'ostia consacrata, e non potei dubitare
della pienezza e della totalit della Comunione, della perfetta
sintonia del suo spirito con lo spirito della messa. Con piena,
intensa e tranquilla disposizione d'animo, con la calma di una
concentrazione e di un'attenzione assolute, egli si accost e
partecip alla Santa Comunione. Era totalmente trattenuto, assorbito
da un sentimento. In quel momento non c'era smemoratezza, non c'era
sindrome di Korsakov, n la loro esistenza pareva possibile o
immaginabile; perch egli non era pi alla merc di un meccanismo
difettoso e fallibile, quello di sequenze e tracce mnestiche prive di
senso, ma era assorbito in un atto, un atto del suo intero essere, che
conteneva sentimento e significato in una continuit e unit organiche
cos perfette da non ammettere interruzione di sorta.
Era evidente che nell'assolutezza dell'attenzione e dell'atto
spirituali Jimmie trovava se stesso, trovava continuit e realt. Le
infermiere avevano ragione: l egli trovava la sua anima. E aveva
ragione anche Lurija, le cui parole ora mi tornavano in mente: Un
uomo non consiste di sola memoria. Ha sentimento, volont,
sensibilit, coscienza morale... E' in queste cose... che lei pu
toccarlo e vedere un profondo cambiamento. La memoria, l'attivit
mentale, la sola mente non erano in grado di trattenerlo; ma
l'attenzione e l'azione morale ci riuscivano in pieno.
Ma forse morale era una parola troppo angusta, perch qui erano
interessati anche l'elemento estetico e quello drammatico. Vedere
Jimmie nella cappella mi apr gli occhi su altri campi in cui l'anima
viene chiamata, trattenuta e placata nell'attenzione e nella
comunione. La stessa profondit di assorbimento e attenzione Jimmie la
mostrava in relazione alla musica e all'arte: notai che non aveva
difficolt nel seguire la musica o semplici lavori teatrali, perch
nella musica e nell'arte ogni momento si riferisce ad altri momenti e
li contiene. Gli piaceva fare del giardinaggio e si era assunto parte
del lavoro nel nostro giardino. Dapprima l'aveva visto come un posto
ogni giorno nuovo, ma per qualche motivo gli era diventato pi
familiare dell'interno della clinica. Ormai non vi si perdeva n si
confondeva quasi pi; credo che lo collegasse mentalmente coi giardini
che aveva amato da giovane nel Connecticut.
Jimmie, cos perduto nel tempo spaziale estensionale, era
perfettamente organizzato in quello intenzionale bergsoniano; ci
che era fugace, non trattenibile, come struttura formale, era
perfettamente stabile, perfettamente trattenuto come arte o volont.
Inoltre c'era qualcosa che perdurava e sopravviveva. Se Jimmie era per
breve tempo preso da qualcosa, un compito, un rompicapo, un gioco,
un calcolo, trattenuto entro il loro stimolo puramente mentale, non
appena li aveva risolti si perdeva, precipitava nell'abisso del suo
nulla, nella sua amnesia. Ma se era trattenuto in un'attenzione
spirituale ed emotiva - quando contemplava la natura o l'arte, quando
ascoltava la musica o partecipava alla messa nella cappella -
l'attenzione, il suo stato d'animo, la sua calma duravano per un
certo tempo e allora c'erano in lui una pensosit e una pace che
riscontravamo raramente o mai negli altri momenti della sua vita nella
casa di cura.
Ormai conosco Jimmie da nove anni, e dal punto di vista
neuropsicologico egli non  minimamente cambiato. Presenta ancora la
gravissima, devastante sindrome di Korsakov, non  in grado di
ricordare un particolare isolato per pi di pochi secondi, e ha una
profonda amnesia che parte dal 1945. Ma dal punto di vista umano,
spirituale, egli  a volte un uomo completamente diverso: non pi
incapace di stare fermo, irrequieto, annoiato e perduto, bens
profondamente attento alla bellezza e all'anima del mondo, ricco di
tutte le categorie kierkegaardiane, l'estetica, la morale, la
religiosa, la drammatica. La prima volta che lo incontrai, mi chiesi
se egli non fosse condannato a essere una specie di schiuma humeana,
fluttuante senza scopo sulla superficie della vita, e se esistesse
davvero un modo di superare la perdita di coesione dovuta alla sua
malattia humeana. La scienza empirica mi diceva di no, ma la scienza
empirica, l'empirismo, non tiene conto dell'anima, di ci che
costituisce e determina l'individuo. Forse siamo qui di fronte a una
lezione filosofica non meno che clinica, e cio che nella sindrome di
Korsakov, o nella demenza o in altre catastrofi del genere, per quanto
grandi siano il danno organico e la dissoluzione humeana, rimane
intatta la possibilit di una reintegrazione attraverso l'arte, la
comunione, il contatto con lo spirito umano; e questo pu sopravvivere
anche in presenza di uno stato di devastazione neurologica che in un
primo tempo appare senza speranza.
...
.
...
Post scriptum.
...
.
...
Ora so che l'amnesia retrograda  fino a un certo punto molto comune,
se non universale, nei casi di sindrome di Korsakov. La sindrome di
Korsakov classica - una devastazione profonda e permanente, ma pura,
della memoria, causata dalla distruzione dei corpi mammillari dovuta
ad alcolismo -  rara, persino tra i fortissimi bevitori. Essa 
naturalmente riscontrabile in concomitanza di altre patologie, come
nei pazienti di Lurija affetti da tumori. Un caso particolarmente
affascinante di sindrome di Korsakov acuta (e per fortuna transitoria)
 stato ben descritto recentemente nella cosiddetta amnesia globale
transitoria (o T.G.A.: "transitory global amnesia") che pu
verificarsi a seguito di emicranie, traumi cranici o diminuito apporto
di sangue al cervello. In questi casi pu verificarsi per pochi minuti
o per ore una grave e strana amnesia, anche se il paziente continua a
guidare la macchina, o magari a svolgere meccanicamente le sue
mansioni mediche o editoriali. Ma sotto questa scioltezza c' una
profonda amnesia: ogni frase viene dimenticata non appena pronunciata,
ogni cosa cancellata pochi istanti dopo essere stata vista, anche se i
ricordi fissati nella memoria da molto tempo e i gesti abituali
possono essere perfettamente conservati.
In questi casi pu inoltre presentarsi una profonda amnesia
retrograda. Il mio collega dottor Leon Protass mi ha descritto un caso
simile da lui recentemente osservato: il paziente, un uomo di grande
intelligenza, fu incapace per alcune ore di ricordare la moglie e i
figli, di ricordare che aveva moglie e figli. In sostanza egli perse
trent'anni della sua vita, fortunatamente solo per poche ore. La
ripresa da questi attacchi  rapida e completa, eppure, in un certo
senso, essi sono gli ictus minori pi spaventosi, per il loro potere
di annullare, cancellare completamente decenni di vita ricca di
avvenimenti, di conquiste, di ricordi. L'orrore, naturalmente,  solo
degli altri: il paziente, inconsapevole e amnesico per la sua stessa
amnesia, pu continuare in quello che sta facendo, con la massima
indifferenza, e scoprire solo in seguito di aver perso senza
accorgersene non un solo giorno (come comunemente avviene nei
blackout da ubriachezza), ma met della sua vita. Il fatto di poter
perdere buona parte della propria vita  pieno di un orrore
particolare e misterioso.
In et adulta, la vita, la vita superiore, pu essere troncata
prematuramente da un ictus, da senilit, da una lesione cerebrale,
eccetera, ma di solito rimane la coscienza della vita vissuta, del
proprio passato. Ci viene di solito sentito come una specie di
compensazione: Almeno ho vissuto pienamente, ho gustato a fondo la
vita prima di subire una lesione al cervello, un ictus, eccetera.
Questa sensazione di una vita vissuta precedente, che pu essere una
consolazione o un tormento,  precisamente ci di cui si viene privati
dall'amnesia retrograda. L'amnesia finale, quella che pu cancellare
una vita intera di cui parla Buuel pu verificarsi, forse, nella
demenza terminale, ma non, stando alla mia esperienza, all'improvviso,
come conseguenza di un ictus. Ma vi  un tipo di amnesia, diversa
eppure paragonabile, che pu verificarsi all'improvviso; diversa in
quanto non  globale ma specifica. Ad esempio, in un mio paziente
un'improvvisa trombosi nella circolazione cerebrale posteriore caus
la morte immediata delle parti visive del cervello. Il paziente
divent subito completamente cieco, ma non se ne rese conto. Sembrava
cieco, ma non se ne lamentava. Le domande e i test rivelarono al di l
di ogni dubbio non solo che egli aveva una cecit centrale o
corticale, ma che aveva perso ogni immagine e ricordo visivi, che li
aveva persi totalmente; eppure non avvertiva alcuna perdita. In
realt, egli aveva perso l'idea stessa di vista, e non solo era
incapace di descrivere qualcosa visivamente, ma rimaneva sconcertato
quando usavo parole come vista e luce. Era diventato, in sostanza,
un essere nonvisivo. Era stato derubato di tutta la sua vita vedente,
della visualit. Tutta la sua vita vedente era stata in realt
cancellata, e cancellata permanentemente, nell'istante dell'ictus.
Tale amnesia visiva, tale (per cos dire) cecit alla cecit, amnesia
dell'amnesia,  in effetti una sindrome di Korsakov totale, limitata
alla visualit.
Un'amnesia ancora pi limitata, ma non meno totale, pu manifestarsi
in relazione a una particolare forma di percezione, come nel caso
descritto nel capitolo precedente, L'uomo che scambi sua moglie per
un cappello. L c'era una prosopagnosia, o agnosia per i volti,
assoluta. Il paziente era incapace non solo di riconoscere, ma anche
di immaginare o ricordare qualsiasi volto: aveva anzi perso l'idea
stessa di volto, cos come il mio paziente pi duramente colpito
aveva perso l'idea stessa di vista o di luce. Tali sindromi furono
descritte intorno al 1890 da Anton. Ma le implicazioni delle sindromi
di Korsakov e di Anton, ci che esse comportano e devono comportare
per il mondo, per la vita, per l'identit dei pazienti che ne sono
affetti, sono state a tutt'oggi scarsamente considerate.
Nel caso di Jimmie ci eravamo talvolta chiesti come avrebbe reagito se
fosse stato ricondotto nella sua citt d'origine, in un certo senso ai
giorni che precedettero la sua amnesia, ma la cittadina del
Connecticut aveva conosciuto negli ultimi anni una grossa espansione.
In seguito scoprii che cosa sarebbe probabilmente successo, anche se
l'occasione mi fu offerta da un altro paziente affetto da sindrome di
Korsakov, Stephen R., che si era gravemente ammalato nel 1980 e la cui
amnesia retrograda interessava solo gli ultimi due anni circa. Nel
caso di questo paziente, le cui gravi crisi convulsive, spasticit e
altri problemi rendevano necessaria la degenza, le rare visite a casa
per il fine settimana rivelarono una situazione commovente. In
ospedale egli non riconosceva niente e nessuno ed era in uno stato di
quasi continua agitazione e disorientamento. Ma quando la moglie lo
portava a casa, alla sua casa che era praticamente una scatola del
tempo contenente l'epoca precedente alla sua amnesia, egli si sentiva
all'istante nel suo mondo. Riconosceva ogni cosa, dava un colpetto al
barometro, controllava il termostato, sedeva nella sua poltrona
preferita come era solito fare. Parlava dei vicini, dei negozi, del
pub locale, di un cinema del quartiere, cos come erano stati a met
degli Anni Settanta. I minimi cambiamenti apportati alla casa lo
angosciavano e lo sconcertavano. (Hai cambiato le tende, oggi!
protest una volta con la moglie. Come mai? Cos, all'improvviso!
Stamattina erano verdi!. In realt non erano pi verdi dal 1978).
Riconosceva la maggior parte delle case e dei negozi della zona, che
non erano molto cambiati fra il 1978 e il 1983; ma fu sconcertato
dalla sostituzione del cinema (Come hanno fatto a demolirlo e a
costruire un supermercato "in una sola notte"?). Riconosceva amici e
vicini, ma li trovava stranamente pi vecchi di quanto si aspettasse
(Il vecchio Taldeitali! Mostra proprio tutta la sua et. Non l'ho mai
notato prima. Come mai tutti mostrano la loro et, oggi?). Ma il
momento di vera angoscia e orrore era quando la moglie lo riportava in
clinica, quando lo riportava, per quella che a lui pareva una
stravaganza incomprensibile, in una strana casa che egli non aveva mai
visto, piena di sconosciuti, e poi se ne andava. Ma che fai? gridava
terrorizzato e confuso. Che razza di posto  questo? Che diavolo sta
succedendo?. La vista di queste scene era quasi insostenibile; al
paziente tutto doveva sembrare follia, incubo. Forse per fortuna,
avrebbe dimenticato ogni cosa entro un paio di minuti.
Questi pazienti fossilizzati nel passato riescono a sentirsi a proprio
agio, a orientarsi, solo nel passato. Per loro, il tempo ha subto un
arresto. Sento Stephen R. urlare terrorizzato e sconvolto quando fa
ritorno, urlare per riavere un passato che non esiste pi. Ma che cosa
possiamo fare? Creare una scatola del tempo, una finzione? Non ho mai
conosciuto un paziente che si trovasse ad affrontare in modo cos
tormentoso una situazione di anacronismo, se non forse Rose R. da me
descritta in "Awakenings" (si veda il capitolo 16, Nostalgia
incontinente).
Jimmie ha raggiunto una sorta di calma; William (capitolo 12) continua
le sue confabulazioni, ma in Stephen la ferita del tempo  sempre
aperta, e il suo tormento non cesser mai.


NOTE.

Nota 1. Dopo aver scritto e pubblicato questa storia iniziai, insieme
col dottor Elkhonon Goldberg, allievo di Lurija e curatore
dell'edizione originale (russa) di "Neuropsicologia della memoria", un
accurato e sistematico studio neuropsicologico di questo paziente. Una
parte delle conclusioni preliminari  stata gi presentata dal dottor
Goldberg in occasione di alcuni congressi; ci auguriamo di poter
pubblicare quanto prima un resoconto completo.
Nota 2. Nel suo affascinante libro "The Good War" (1985), Studs Terkel
trascrive innumerevoli storie raccolte dalla viva voce di donne e
uomini, soprattutto combattenti, che sentirono la seconda guerra
mondiale come un periodo molto intenso, di gran lunga il pi reale e
significativo della loro vita, e trovarono scialbo al suo confronto
tutto ci che segu. Questi uomini spesso insistono sui loro ricordi
di guerra, rivivono le battaglie, il cameratismo, le certezze morali,
l'intensit di vita. Ma questo insistere sul passato e la relativa
indifferenza nei confronti del presente, questo ottundimento emotivo
della sensibilit e della memoria attuali, non assomiglia in nulla
all'amnesia organica di Jimmie. Ho avuto recentemente occasione di
discutere la questione con Terkel: Ho incontrato migliaia di uomini
mi ha detto che hanno l'impressione di "segnare il passo" dal '45; ma
non ho mai incontrato nessuno per il quale il tempo si sia fermato,
come  successo al suo amnesico Jimmie.
Nota 3. Si veda A.R. Lurija, "Neuropsicologia della memoria" (1981).
...
.
...
3.
LA DISINCARNATA.
...
.
...
Gli aspetti di cose per noi importantissime sono nascosti a causa
della loro semplicit e familiarit. (Si  incapaci di notare qualcosa
perch la si ha sempre davanti agli occhi). I veri fondamenti di
un'indagine non colpiscono affatto l'uomo che la compie.
WITTGENSTEIN.
...
.
...
Ci che Wittgenstein scrive qui a proposito dell'epistemologia lo si
potrebbe estendere ad aspetti della propria fisiologia e psicologia,
specialmente in riferimento a ci che Sherrington una volta chiam il
nostro senso segreto, il nostro sesto senso: quel flusso sensorio
continuo ma inconscio proveniente dalle parti mobili del nostro corpo
(muscoli, tendini, articolazioni), che ne controlla e ne adatta di
continuo la posizione, il tono e il movimento, in un modo per che a
noi rimane nascosto perch automatico e inconscio.
Gli altri sensi, i cinque sensi, sono noti e manifesti; ma questo, il
nostro senso nascosto, fu necessario scoprirlo, come in effetti
avvenne da parte di Sherrington alla fine del secolo scorso. Egli lo
chiam propriocezione per distinguerlo da esterocezione e
interocezione, e inoltre perch  indispensabile per il nostro senso
di noi stessi; poich  solo grazie alla propriocezione, per cos
dire, che noi avvertiamo il nostro corpo come nostro, come nostra
propriet, come veramente nostro (Sherrington, 1906, 1940).
Che cos' pi importante per noi, a un livello elementare, del
controllo, del possesso e del funzionamento del nostro essere fisico?
Eppure  un fatto cos automatico, cos familiare, che non lo degniamo
mai di un pensiero.
Jonathan Miller ha curato una bellissima serie di programmi
televisivi, "The Body in Question", il corpo in discussione, ma il
corpo, di solito, non  mai in discussione: il nostro corpo  fuori
discussione, o forse non  degno di essere discusso:  semplicemente,
incontestabilmente, dato. Questa incontestabilit del corpo, la sua
certezza,  per Wittgenstein il punto di partenza e la base di ogni
conoscenza e certezza. Egli apre infatti il suo ultimo libro ("Della
certezza") dicendo: Se sai che qui c' una mano, allora ti concediamo
tutto il resto. Ma poco pi sotto continua: Per si pu benissimo
chiedere se di questo sia possibile dubitare sensatamente...; e un
po' pi avanti: Posso dubitarne? Per "dubitare" mi mancano le
ragioni.
In realt, il suo libro potrebbe intitolarsi "Del dubbio", poich 
contrassegnato dal dubbio non meno che dall'affermazione. In
particolare egli si chiede - e noi possiamo chiederci a nostra volta
se queste riflessioni non siano per caso state indotte dal suo lavoro
con i pazienti di un ospedale, durante la guerra; se esistano
situazioni o condizioni che tolgono la certezza del proprio corpo, che
danno motivi di dubitare di esso, forse addirittura di perdere
interamente il proprio corpo in un dubbio totale. Questo pensiero
sembra dominare il suo ultimo libro come un incubo.

Christina era una giovane donna di ventisette anni, una ragazzona che
praticava l'hockey e l'equitazione, sicura di s, fisicamente e
mentalmente robusta. Aveva due figli e lavorava a casa come
programmatrice di calcolatore. Era intelligente e colta, amava i
balletti classici e i poeti laghisti inglesi (ma non Wittgenstein,
direi). Conduceva una vita attiva e piena, e non era quasi mai stata
ammalata. Fu dunque con una certa sorpresa da parte sua che, dopo un
attacco di dolori addominali, le furono trovati dei calcoli biliari e
si ritenne opportuno procedere a una colecistectomia.
Venne ricoverata in ospedale tre giorni prima della data
dell'intervento e le furono somministrati antibiotici per profilassi
antimicrobica. Si trattava di prassi ordinaria, precauzionale, poich
non si prevedevano complicazioni. Christina lo sapeva e, da persona
ragionevole, non ne fu allarmata.
Il giorno precedente l'intervento, Christina, che di solito non era
incline a fantasie, fu turbata da un sogno di particolare intensit:
nel sogno oscillava violentemente sulle gambe, quasi non sentiva il
terreno sotto di s, non aveva quasi sensibilit nelle mani, le vedeva
vagare nell'aria e se sollevava un oggetto questo le sfuggiva subito
dalle dita.
Il sogno l'angosci. (Non ne avevo mai fatto uno cos disse. Non
riesco a togliermelo dalla testa). La sua angoscia era tale che
richiedemmo il parere dello psichiatra. Ansia preoperatoria disse
quello. Normalissimo, ne vediamo tutti i giorni.
Ma pi tardi, durante la giornata il sogno divenne realt. Christina
si sentiva insicura sulle gambe, si muoveva con scatti goffi, agitando
le braccia nell'aria, e lasciava cadere di mano gli oggetti.
Venne di nuovo convocato lo psichiatra, che sembr seccato della
chiamata ma anche, per un istante, incerto e perplesso. Isteria
d'angoscia butt l questa volta in tono sbrigativo. Tipici sintomi
di conversione: se ne vedono di continuo.
Ma il giorno dell'intervento Christina stava ancora peggio. Non era in
grado di stare in posizione eretta se non guardandosi i piedi. Non
riusciva a tenere niente in mano, e le mani, se non le osservava,
annaspavano qua e l. Se cercava di afferrare qualcosa o di portarsi
il cibo alla bocca, esse mancavano l'oggetto o l'oltrepassavano con
uno scatto, come se fosse venuto meno un qualche controllo o
coordinamento essenziali.
Quasi non riusciva nemmeno a stare seduta: il corpo le cedeva. Il
suo viso era stranamente inespressivo e rilasciato, la mascella
ricadeva inerte, persino la postura vocale era scomparsa.
E' successo qualcosa di spaventoso articol con voce piatta,
spettrale. Non mi sento pi il corpo. Mi sento strana, disincarnata.
Erano parole sbalorditive, sconvolte, sconvolgenti. Disincarnata:
era pazza? Ma che dire allora del suo stato fisico? Il collasso del
tono e di tutta quanta la postura muscolare, l'annaspare delle mani,
di cui pareva non accorgersi; quel frustare l'aria, quei gesti
disordinati che mancavano il segno, come se non arrivassero
informazioni dalla periferia, come se i circuiti di controllo del tono
e del movimento si fossero catastroficamente spezzati.
E' un'affermazione strana dissi ai medici interni. E' quasi
impossibile immaginare che cosa potrebbe provocarla.
Ma si tratta d'isteria, dottor Sacks. Non ha detto cos lo
psichiatra?.
Si, certo. Ma avete mai visto un'isteria come questa? Pensate in modo
fenomenologico: prendete ci che vedete come un fenomeno autentico,
nel quale lo stato fisico e lo stato mentale della paziente non siano
una finzione ma un insieme psicofisico. C' qualcosa che potrebbe dare
un simile quadro di annullamento del corpo e della mente?
Non  una domanda da esame aggiunsi. Sono perplesso quanto voi. Non
ho mai visto n immaginato nulla del genere prima d'ora....
Ci riflettemmo su tutti quanti per un pezzo.
Non potrebbe essere una sindrome biparietale? chiese uno.
E' "come se" risposi. COME SE i lobi parietali non ricevessero le
solite informazioni sensoriali. Proviamo a fare qualche test
sensoriale, e anche qualche test funzionale del lobo parietale.
Cos facemmo e incominci a profilarsi un quadro della situazione.
Sembrava esserci un deficit propriocettivo molto profondo, quasi
totale, che andava dalla punta dei piedi alla testa: i lobi parietali
funzionavano, "ma non avevano niente con cui lavorare". Poteva darsi
che Christina avesse una crisi isterica, ma aveva anche qualcosa di
molto pi vasto, e di un genere che nessuno di noi aveva mai visto n
immaginato prima. A questo punto richiedemmo una visita d'emergenza,
non dello psichiatra ma dello specialista in medicina fisica, il
fisiatra.
Questi arriv immediatamente, comprendendo l'urgenza della chiamata.
Quando vide Christina spalanc gli occhi, fece un rapido esame
generale, poi procedette a test elettrici della funzionalit nervosa e
muscolare. E' proprio straordinario disse. Non ho mai visto n
letto niente di simile prima d'ora. Ha ragione lei: la paziente ha
perso ogni propriocezione, dalla testa ai piedi. Non ha alcun senso
dei muscoli, dei tendini, delle articolazioni. C' una lieve perdita
di altre modalit sensoriali - al tatto superficiale, alla temperatura
e al dolore - e anche un lieve coinvolgimento delle fibre motorie. Ma
il danno interessa in prevalenza il senso della posizione, la
propriocezione.
Qual  la causa? chiedemmo.
I neurologi siete voi. Sta a voi scoprirla.
A mezzogiorno Christina era ancora peggiorata. Giaceva immobile e
senza tono: persino il respiro era corto. Oltre che strana, la sua
situazione era grave, tanto che pensammo a un respiratore.
Un prelievo liquorale rivel una polineurite acuta, ma di un tipo
assolutamente eccezionale: non assomigliava alla sindrome di Guillain-
Barr, con la sua gravissima implicazione motoria, bens a una neurite
esclusivamente (o quasi) sensoriale, che interessava le radici
sensoriali dei nervi spinali e cranici in tutta la neurasse. (1)
L'operazione fu rinviata: sarebbe stata una follia in quel momento.
Molto pi urgenti erano le domande: Sopravviver? Che cosa possiamo
fare?.
Qual  il verdetto? chiese Christina con voce debole e un ancor pi
debole sorriso, dopo che fu analizzato il suo liquido spinale.
Lei ha un'infiammazione, una neurite... incominciammo, e le dicemmo
tutto quello che sapevamo. Quando dimenticavamo qualcosa, o esitavamo,
le sue domande precise ci riportavano al nocciolo della questione.
Ci sar un miglioramento? chiese. Ci scambiammo uno sguardo, poi,
rivolti a lei: Non abbiamo idea.
Il senso del corpo, le dissi,  dato da tre cose: la visione, gli
organi dell'equilibrio (il sistema vestibolare) e la propriocezione:
lei aveva perso quest'ultima. Normalmente le tre cose lavoravano
insieme. Se una veniva meno, le altre potevano, fino a un certo grado,
compensare o sostituire. In particolare le parlai di un mio paziente,
il signor MacGregor, che, non essendo in grado di usare gli organi
dell'equilibrio, usava al loro posto gli occhi (si veda pi avanti il
capitolo 7). E di pazienti colpiti da neurosifilide, tabe dorsale, che
presentavano sintomi simili ma limitati alle gambe, e di come
anch'essi dovessero compensare con la vista (si veda Fantasmi
posizionali al capitolo 6). E di come questi pazienti, alla richiesta
di muovere le gambe, rispondevano spesso con un Certo, dottore,
appena le trovo.
Christina ascoltava attenta, con una sorta di intensit disperata.
Allora disse lentamente devo usare la vista, usare gli occhi in
ogni situazione dove prima usavo la... come l'avete chiamata? la
propriocezione. Ho gi notato aggiunse pensosa che mi accade di
'perdere' le braccia. Le credo in un posto e le trovo in un altro.
Questa "propriocezione"  come se fosse gli occhi del corpo, il modo
in cui il corpo vede se stesso. E se scompare, come  successo a me,
" come se il corpo fosse cieco". Il mio corpo non pu 'vedere' se
stesso se ha perso i suoi occhi, giusto? Cos tocca a "me" guardarlo,
essere i suoi occhi. Giusto?.
Giusto dissi. Lei potrebbe fare la fisiologa.
Dovr farlo per forza, replic visto che la mia fisiologia si 
guastata e magari non si riaggiuster mai pi "naturalmente"....
Fu un bene che Christina mostrasse tanta forza d'animo fin
dall'inizio, perch, anche se l'infiammazione acuta retrocedette e il
liquido spinale torn normale, il danno alle fibre propriocettive
rimase; non ci fu quindi ripresa neurologica n una settimana n un
anno dopo. A dire il vero non c' stata nessuna ripresa negli otto
anni ormai trascorsi, sebbene Christina riesca ormai a condurre una
sua vita, una specie di vita, ricorrendo a ripieghi e adattamenti di
ogni genere, emozionali e morali non meno che neurologici.
Quella prima settimana Christina non fece nulla, se ne stava sdraiata
passivamente, mangiava pochissimo. Era in uno stato di estremo stress,
di orrore e disperazione. Che vita sarebbe stata la sua se non
avveniva una guarigione naturale? Che vita, se ogni movimento doveva
essere compiuto artificialmente? Che vita, soprattutto, se si sentiva
disincarnata?
Poi, come sempre accade, il desiderio di vivere l'ebbe vinta e
Christina incominci a muoversi. Dapprima non riusciva a fare nulla
senza usare gli occhi, e se appena li chiudeva si accasciava
completamente. Doveva controllarsi con la vista, guardare attentamente
ogni parte del proprio corpo in movimento, con una scrupolosit e una
concentrazione quasi dolorose. I suoi movimenti, controllati e
regolati coscientemente, dapprima furono goffi e quanto mai
artificiali. Ma poi - e qui fummo entrambi felicemente sorpresi dalla
forza di un automatismo che aumentava di giorno in giorno -, poi
incominciarono a mostrare una modulazione pi sottile, una maggiore
armonia e naturalezza (pur richiedendo sempre e interamente l'uso
della vista).
A poco a poco, settimana dopo settimana, la normale retroazione
inconscia della propriocezione veniva sempre pi sostituita da una
retroazione altrettanto inconscia originata dalla vista,
dall'automatismo visivo e da riflessi sempre pi integrati e pronti.
Era possibile che stesse anche accadendo qualcosa di pi fondamentale?
Il cervello ha del corpo un modello visivo, o immagine corporea, che
di norma  piuttosto debole (nei ciechi  ovviamente assente) e
sussidiario al modello propriocettivo: era possibile adesso che,
essendo andato perduto il modello propriocettivo del corpo, questo
modello visivo stesse acquisendo, per compensazione o sostituzione,
una forza potenziata, eccezionale, straordinaria? E a questo si
potrebbe aggiungere anche un potenziamento compensatorio del modello
vestibolare del corpo... entrambi in una misura che superava le nostre
aspettative o speranze. (2)
Che vi fosse o no un aumento nell'uso della retroazione vestibolare,
vi era sicuramente un aumento nell'uso dell'udito, una retroazione
uditiva. Di norma questa  sussidiaria e di scarsa importanza per il
linguaggio: se siamo sordi per un raffreddore di testa continuiamo a
parlare normalmente, e alcuni sordi congeniti possono arrivare a
parlare in modo praticamente perfetto. La modulazione del linguaggio,
infatti,  di solito propriocettiva, governata da impulsi che
affluiscono da tutti i nostri organi vocali. Christina aveva perso
questo afflusso normale, questa afferenza, aveva perso il tono vocale
e la postura propriocettivi normali e doveva quindi far ricorso, in
loro vece, all'udito, alla retroazione uditiva.
Accanto a queste nuove forme compensative di retroazione, Christina
cominci a sviluppare - in un primo tempo in modo deliberato e
conscio, ma in seguito sempre pi inconscio e automatico - varie forme
di una nuova regolazione anticipativa compensatoria (in questa sua
riabilitazione essa ebbe la collaborazione di un personale
specializzato ricco di carica umana e d'inventiva).
Per circa un mese dal momento della catastrofe Christina fu inerte
come una bambola di pezza, incapace persino di mettersi a sedere sul
letto. Ma tre mesi dopo rimasi sbalordito quando la vidi seduta bene
eretta - fin troppo eretta: una posizione statuaria, come di una
ballerina che si arresti a met di una figura. E ben presto capii che
si trattava effettivamente di una posa, assunta e mantenuta in modo
conscio o automatico, una specie di postura forzata o intenzionale o
istrionica, per compensare la persistente mancanza di postura genuina
e naturale. Poich la natura era venuta meno, Christina ricorreva
all'artificio, ma l'artificio era suggerito dalla natura e presto
divenne una seconda natura. Lo stesso accadde per la voce, che
all'inizio era quasi del tutto scomparsa.
Anche la voce era come proiettata a un pubblico dal palcoscenico. Era
in effetti una voce dal timbro teatrale, ma non per istrionismo o per
bizzarria, bens perch non c'era ancora una postura vocale naturale.
E lo stesso accadeva per il volto, che tendeva a rimanere piatto e
inespressivo (pur in presenza di emozioni interiori di intensit
normale) a causa della mancanza di tono e di postura facciali
propriocettivi, (3) a meno che Christina non accentuasse
artificialmente l'espressione (cos come gli afasici adottano accenti
e inflessioni esagerate).
Ma tutti questi espedienti ottenevano, nel migliore dei casi,
risultati parziali. Rendevano la vita possibile, ma non normale.
Christina impar a camminare, a servirsi dei mezzi pubblici, a
svolgere le comuni attivit quotidiane, ma solo esercitando una grande
vigilanza e ricorrendo a modalit di comportamento strane, che
peraltro si bloccavano non appena la sua attenzione veniva distratta.
Ad esempio, se mentre mangiava parlava, o se mangiando la sua
attenzione era altrove, stringeva coltello e forchetta con una forza
dolorosa che rendeva esangui le unghie e la punta delle dita; ma se la
presa si allentava anche di poco, le posate le cadevano subito di
mano: non c'era una via intermedia, una modulazione dell'attivit.
Insomma, pur non essendovi accenno di guarigione neurologica (il danno
anatomico subto dalle fibre nervose non regrediva), con l'aiuto di
una terapia intensa e differenziata (Christina rimase nel reparto di
riabilitazione dell'ospedale per quasi un anno) ci fu una
considerevole ripresa funzionale, cio un recupero delle funzioni
mediante varie sostituzioni e altri espedienti simili. Finalmente
Christina pot lasciare l'ospedale, andare a casa, tornare dai suoi
bambini. Pot tornare al suo calcolatore, che impar a usare con
straordinaria perizia ed efficienza, se si pensa che tutto doveva
essere fatto usando la vista, non il tatto. Aveva imparato a
funzionare, ma che cosa provava? Le sostituzioni avevano disperso
quella sensazione di essere disincarnata di cui aveva parlato
all'inizio?
La risposta : assolutamente no. Perdurando la mancanza di
propriocezione, Christina ha sempre la sensazione che il suo corpo sia
morto, non reale, non suo: non riesce a farlo proprio. Non sa trovare
le parole per descrivere questo stato, pu solo usare analogie
derivate dagli altri sensi: Ho la sensazione che il mio corpo sia
cieco e sordo a se stesso... che non abbia un senso di se stesso
dice. Non ha parole, parole dirette, per descrivere questa privazione,
questa tenebra (o silenzio) sensoriale simile alla cecit o alla
sordit. Non ha parole e anche noi non ne troviamo. E la societ non
ha n parole n comprensione per simili stati. I ciechi almeno ci
trovano premurosi: riusciamo a immaginare il loro stato e li trattiamo
di conseguenza. Ma quando Christina si arrampica faticosamente su un
autobus, trova solo un'incomprensione sgarbata e stizzosa: Ehi,
signora, ma che fa? E' cieca? E' ubriaca?. E lei, che cosa pu
rispondere: Non ho la propriocezione? Questa mancanza di sostegno e
solidariet sociali rende ancor pi pesante il fardello di Christina:
 un'invalida, ma la natura della sua invalidit non  chiara; non ,
dopo tutto, palesemente cieca o paralitica, o impedita in modo
visibile, e il pi delle volte viene trattata come una commediante o
un'idiota. Ecco che cosa succede a chi  affetto da disordini dei
sensi nascosti (e a chi ha menomazioni vestibolari o ha subto una
labirintectomia).
Christina  condannata a vivere in un mondo indescrivibile,
inimmaginabile, ma forse sarebbe meglio dire un non mondo, un
nulla. Ogni tanto ha una crisi, non in pubblico, ma con me: Se solo
potessi SENTIRE! esclama. Ma ho dimenticato che cosa significa... Io
ero normale, vero? Mi muovevo come chiunque altro?.
Ma s, naturalmente.
Non esiste un "naturalmente". Io non posso crederlo. Voglio una
prova.
Le mostro un film che la riprende insieme ai figli girato poche
settimane prima della sua polineurite.
S, naturalmente, sono io! sorride Christina, poi esclama: Ma non
riesco pi a identificarmi con quella ragazza cos piena di grazia!
Non c' pi, non riesco a ricordarla, "non riesco nemmeno a
immaginarla". E' come se mi fosse stato tolto qualcosa dentro, proprio
nel centro... come si fa con le rane, no? Si tira via il centro, il
midollo spinale... Le si svuota... Ecco! Sono stata "svuotata", come
una rana... Venghino, signori, venghino ad ammirare Chris, il primo
essere umano svuotato! Niente propriocezione, niente senso di s...
Chris, la ragazza disincarnata, la ragazza svuotata!. Ride
convulsamente, sull'orlo dell'isteria. Io la calmo: Su, ora basta! e
intanto penso: Ha ragione?.
Perch in un certo senso essa  davvero svuotata, disincarnata, una
specie di fantasma. Insieme al senso della propriocezione, ha perso
l'ncora fondamentale, organica dell'identit - almeno di quella
identit corporea, o io corporeo, che Freud considera la base
dell'io: L'io  anzitutto un io corporeo. Spersonalizzazioni o
derealizzazioni simili avvengono sempre di necessit quando vi sono
disturbi profondi della percezione o dell'immagine corporea. Tutto
questo fu osservato, e poi impareggiabilmente descritto, da Weir
Mitchell, il quale lavor con pazienti che avevano subto amputazioni
o riportato danni al sistema nervoso durante la Guerra Civile
americana; in un resoconto famoso, quasi un romanzo, che resta tuttora
la descrizione migliore e la pi accurata dal punto di vista
fenomenologico, egli dice, per bocca del suo paziente-medico George
Dedlow:
Mi accorsi con orrore di essere talvolta meno consapevole di quanto
lo fossi di solito di me stesso, della mia propria esistenza. Questa
sensazione era cos nuova che dapprima ne fui sbalordito. Mi veniva da
chiedere continuamente a qualcuno se ero realmente George Dedlow; ma
rendendomi ben conto della figura ridicola che avrei fatto con una
simile domanda, mi trattenni dal parlare del mio caso e mi sforzai di
analizzare con pi precisione le mie sensazioni. Talvolta la
convinzione della mia mancanza del senso di essere me stesso era
schiacciante e dolorosa. Era, per quanto mi  possibile descriverla,
una deficienza del sentimento egoistico d'individualit.
Christina ha questa sensazione generale, questa deficienza del
sentimento egoistico d'individualit, che  diminuita con il processo
di adattamento e con il passare del tempo. E ha questa sensazione
specifica, organicamente fondata, di disincarnazione che rimane grave
e misteriosa come il giorno in cui l'avvert per la prima volta. E' la
stessa sensazione che provano, per esempio, quelli che hanno subto
una sezione trasversa alta del cilindro midollare; ma costoro
ovviamente sono paralizzati, mentre Christina, per quanto priva di
corpo,  di nuovo in piedi.
Essa conosce brevi momenti di parziale tregua, quando la sua pelle 
stimolata. Esce ogni volta che pu, ama le macchine scoperte che le
fanno sentire il vento sul corpo e sul viso (l'entit del danno alla
sensibilit superficiale, del tatto superficiale  molto lieve). Che
meraviglia! dice. Sento il vento sulle braccia e sul viso e allora
so, vagamente, di avere delle braccia e un viso. Non  come sentirli
in modo completo, ma  pur sempre qualcosa, solleva per un poco questo
orribile velo di morte.
Ma la sua  e rimane una situazione wittgensteiniana. Non sa che
qui c' una mano; la sua perdita di propriocezione, la sua
deafferenziazione, l'hanno privata della sua base esistenziale,
epistemica, e niente che lei possa fare, o pensare, modificher questo
fatto. Non pu essere certa del suo corpo: che cosa avrebbe detto
Wittgenstein nella sua situazione? E' straordinario, ma quella di
Christina  la storia di una vittoria e insieme di una sconfitta. La
vittoria  che essa riesce ad agire, la sconfitta  che non pu
essere. Ha ottenuto una vittoria che ha dell'incredibile in tutti gli
adattamenti consentiti dalla volont, dal coraggio, dalla tenacia,
dall'autonomia e plasticit dei sensi, dal sistema nervoso. Ha
affrontato e affronta una situazione senza precedenti, ha combattuto
contro difficolt e avversit inimmaginabili ed  sopravvissuta
rivelandosi un essere indomito, straordinario. E' una degli
sconosciuti eroi ed eroine delle malattie neurologiche.
Tuttavia rimane e rimarr per sempre menomata e sconfitta. Tutto lo
spirito e tutta l'ingegnosit di questo mondo, tutte le compensazioni
e le sostituzioni consentite dal sistema nervoso non possono
minimamente modificare la sua persistente e assoluta perdita della
propriocezione, quel vitale sesto senso senza il quale il corpo 
necessariamente irreale, non posseduto.
La povera Christina  svuotata ora, nel 1985, n pi n meno di
quanto lo fosse otto anni fa e cos rimarr per il resto della sua
vita. La sua esperienza non ha precedenti. Christina , per quanto ne
so, la prima del suo genere, il primo essere umano disincarnato.
...
.
...
Post scriptum.
...
.
...
Adesso Christina , per cos dire, in compagnia. Apprendo dal dottor
H.H. Schaumberg, a cui si deve la prima descrizione della sindrome,
che i pazienti affetti da gravi neuropatie sensoriali si stanno
rivelando numerosi. I pi colpiti soffrono di disturbi dell'immagine
corporea, come Christina. Molti sono dei fanatici della salute, o
hanno la fissazione delle vitamine e hanno assunto quantit enormi di
vitamina B6 (piridossina). Cos ora ci sono alcune centinaia di uomini
e donne disincarnati, i quali per, per la maggior parte, possono, a
differenza di Christina, sperare in un miglioramento non appena
smettono di avvelenarsi con la piridossina.


NOTE.

Nota 1. Queste polineuriti sensoriali sono note, bench rare. Ci che
era singolarissimo nel caso di Christina, per quanto ne sapevamo a
quel tempo (il 1977), era la straordinaria selettivit mostrata, il
fatto che il danno fosse quasi esclusivamente a carico delle sole
fibre propriocettive.
Nota 2. Si confronti l'affascinante caso descritto dallo scomparso
Purdon Martin in "The Basal Ganglia and Posture" (1967), pagina 32:
Questo paziente, nonostante anni di fisioterapia e di training, non
ha mai riacquistato la capacit di camminare in modo normale. La sua
difficolt maggiore sta nell'incominciare il movimento e nel darsi la
spinta in avanti... E' anche incapace di alzarsi da una sedia. Non
riesce a strisciare per terra o a mettersi carponi. Quando sta in
piedi o cammina,  totalmente dipendente dalla vista e se chiude gli
occhi cade a terra. In un primo tempo se chiudeva gli occhi non
riusciva a mantenere la sua posizione su una comune sedia, ma ha
gradualmente acquisito la capacit di farlo.
Nota 3. Purdon Martin, unico quasi fra i neurologi contemporanei,
parlava spesso di postura facciale e vocale e del loro fondamento
ultimo nell'integrit propriocettiva. Fu molto incuriosito dal caso di
Christina e da alcuni film e registrazioni che avevo fatto di lei, e
anzi molti suggerimenti e formulazioni qui riportati sono suoi.







4.
L'UOMO CHE CADDE DAL LETTO.

Molti anni fa, quando ero studente di medicina, una delle infermiere
mi telefon assai perplessa per raccontarmi una strana storia. Quella
mattina avevano ricoverato un nuovo paziente, un giovanotto, che per
tutto il giorno era sembrato piacevole e assolutamente normale, fino a
pochi minuti prima, quando, svegliatosi da un sonnellino, si era
mostrato eccitato e strano, non era pi lo stesso. Era addirittura
riuscito a cadere dal letto e adesso era seduto sul pavimento, faceva
un sacco di storie, sbraitava e rifiutava di tornare a sdraiarsi.
Potevo, per favore, venire a vedere che cosa stava succedendo?
Quando arrivai, il paziente era sdraiato sul pavimento vicino al letto
e si fissava una gamba. Sul suo viso si leggevano insieme rabbia,
paura, perplessit e voglia di ridere - ma soprattutto perplessit,
con un fondo di sgomento. Gli chiesi se voleva tornare a letto, se gli
serviva aiuto, ma sembr turbato da queste proposte e scosse la testa.
Mi accovacciai vicino a lui e l, sul pavimento, ascoltai la sua
storia. Era stato ricoverato la mattina stessa per alcuni esami; non
lamentava nulla, ma i neurologi, trovandogli la gamba sinistra pigra
- disse proprio cos - avevano prescritto il ricovero. La giornata era
trascorsa normalmente: si sentiva benissimo e verso sera si
addorment. Si svegli sentendosi sempre bene, finch non accenn un
movimento. Fu allora che nel letto trov (sono parole sue) una gamba
sconosciuta, UNA GAMBA UMANA RECISA, una cosa orribile! Dapprima
rimase senza fiato per lo stupore e il disgusto: non gli era mai
successa, non aveva mai immaginato una cosa tanto incredibile. Allung
una mano per tastarla. Sembrava una gamba perfettamente formata, ma
strana e fredda. A questo punto ebbe come un lampo di comprensione:
ma certo, era uno scherzo! Uno scherzo un po' mostruoso e fuori luogo,
ma molto originale! Era l'ultimo dell'anno e l'ospedale era in festa.
La met del personale era ubriaca, volavano battute e petardi, si
faceva baldoria. Qualche infermiera con un macabro senso dell'umorismo
aveva evidentemente sottratto una gamba dalla sala di anatomia e
gliel'aveva infilata tra le lenzuola mentre lui dormiva, per fargli
uno scherzo. Questa spiegazione lo sollev alquanto, ma poich uno
scherzo  uno scherzo e questo aveva passato un po' il segno, gett
quella robaccia fuori dal letto. Ma (e a questo punto il tono
discorsivo gli venne meno, di colpo si mise a tremare e si fece
pallido come un lenzuolo) "quando la gett fuori dal letto, lui, ecco,
lui le and dietro, e ora quella roba gli era attaccata".
La guardi! esclam con una smorfia di ripugnanza. Non  orribile?
Non le fa schifo? Io credevo che un cadavere fosse morto e basta. Ma
questo  incredibile, assurdo! E poi...  mostruoso, ma sembra
attaccata a me!. L'afferr con le due mani, con una violenza
straordinaria, cerc di strapparsela dal corpo e, non riuscendovi, in
un accesso di rabbia la prese a pugni.
Adagio! dissi. Calma! Non si agiti cos! Fossi in lei, non
prenderei a pugni cos quella gamba.
E perch no? chiese stizzito e bellicoso.
Perch  SUA risposi. Non riconosce la sua gamba?.
Mi fiss con un misto di stupore, incredulit, terrore e divertimento
non disgiunti da un vago sospetto di scherzo: Ah, dottore! disse.
Lei mi sta prendendo in giro. Lei  in combutta con l'infermiera! Non
dovrebbe scherzare cos con i pazienti!.
Non sto scherzando dissi. Questa gamba  sua.
Vide dalla mia faccia che ero perfettamente serio, e ne fu
terrorizzato: Mia, dottore? Non crede che uno dovrebbe saper
riconoscere la propria gamba?.
Certamente! risposi. DOVREBBE. Non riesco a immaginare come Si
possa non riconoscere la propria gamba. Forse  lei quello che
scherzava?.
Giuro su Dio, su quello che vuole, che io non... Uno "dovrebbe" saper
riconoscere il proprio corpo, cos' e cosa non  suo. Ma questa gamba,
questa cosa, ebbe un altro brivido di ripugnanza non mi convince,
non la sento vera... E poi non mi sembra una parte di me.
Che cosa le sembra, allora? chiesi sconcertato, e a questo punto lo
ero non meno di lui.
Cosa mi sembra? ripet lentamente. Glielo dico subito cosa mi
sembra. "Una cosa dell'altro mondo". Come pu appartenermi una roba
simile? Non so proprio da dove possa venire.... La voce gli si
spense. Era terrorizzato e sconvolto.
Senta, dissi non credo che lei stia bene. Da bravo, si lasci
rimettere a letto. Ma vorrei farle un'ultima domanda. Se questa...
questa cosa non  la sua gamba sinistra (a un certo punto della
nostra conversazione l'aveva chiamata imitazione e aveva espresso il
suo stupore che qualcuno si fosse dato la pena di fabbricare un
facsimile) dov' allora la sua gamba sinistra?.
Impallid di nuovo, al punto che temetti uno svenimento. Non so
disse. Non ne ho idea. E' scomparsa. Non si trova....


Post scriptum.

Dopo la pubblicazione di questo resoconto (in "A Leg to Stand On",
1984) ricevetti una lettera da un eminente neurologo, il dottor
Michael Kremer, che scriveva:
Mi fu chiesto di visitare un paziente del reparto cardiologico, che
suscitava perplessit. Aveva una fibrillazione atriale e gli si era
liberato un grosso embolo che gli aveva procurato una emiplegia
sinistra; mi chiesero di visitarlo perch di notte cadeva sempre dal
letto e i cardiologi non riuscivano a scoprirne il motivo.
Quando gli chiesi che cosa succedeva, mi disse in tutta seriet che,
quando di notte si svegliava, trovava sempre accanto a s nel letto
una gamba pelosa, morta, fredda: una presenza che non riusciva a
spiegarsi ma che non poteva tollerare, sicch con il braccio e la
gamba buoni la spingeva gi dal letto; naturalmente, il resto del suo
corpo le andava dietro.
Era un esempio eccellente della totale perdita di consapevolezza del
suo arto plegico; la cosa interessante fu che non riuscii a farmi dire
se la sua gamba da quel lato era in letto con lui, perch era troppo
concentrato sulla spiacevole gamba sconosciuta che trovava accanto a
s.
...
.
...
5.
MANI.
...
.
...
Madeleine J. fu ricoverata all'ospedale di Saint Benedict, vicino a
New York, nel 1980, all'et di sessant'anni. Era cieca dalla nascita e
affetta da paralisi cerebrale, ed era sempre vissuta in casa,
assistita dalla famiglia. Mi aspettavo di trovarla ritardata e
regredita, vista la sua storia clinica e la sua pietosa condizione:
spasticit e atetosi, cio movimenti involontari di entrambe le mani,
a cui si aggiungeva un mancato sviluppo dell'organo della vista.
Non era n l'una cosa n l'altra. Anzi: parlava con scioltezza,
addirittura con eloquenza (fortunatamente la spasticit non aveva
quasi colpito la parola), e si rivel una donna assai vivace,
estremamente colta e intelligente.
Lei ha letto davvero molto dissi. Deve essere proprio brava con
l'alfabeto Braille.
Niente affatto rispose. Devo farmi leggere tutto dagli altri,
oppure usare libri-cassetta. Del Braille non conosco nemmeno una
parola. Non so fare NIENTE con le mani, sono completamente inutili.
Le sollev, con un'espressione di scherno. Sono due cos flaccidi e
inutili, non le sento nemmeno come parte di me.
Ne fui non poco sorpreso. Di solito le mani non sono colpite dalla
paralisi cerebrale, almeno non in modo fondamentale: possono essere un
po' spastiche o deboli o deformi, ma l'uso rimane di solito buono (a
differenza delle gambe che nella variante chiamata malattia di Little,
o diplegia cerebrale, possono essere completamente paralizzate).
Le mani della signorina J. erano "lievemente" spastiche e atetotiche,
ma le capacit sensorie (come stabilii rapidamente) erano
assolutamente intatte: essa identificava subito e senza sbagliare uno
sfioramento, il dolore, la temperatura, il movimento passivo delle
dita. Non c'era deficit della sensazione elementare come tale, ma
c'era, in drammatico contrasto, un gravissimo deficit della
percezione. Essa non era in grado di riconoscere o identificare
assolutamente nulla. Le misi in mano ogni sorta di oggetti, inclusa la
mia mano. Non riusciva a identificarli, e non li esplorava nemmeno: le
sue mani non compivano alcun movimento attivo interrogativo, erano
davvero inattive, inerti, inutili come cos senza vita.
Molto strano, mi dissi. Come spiegarlo? Il deficit sensorio non 
grave. Le sue mani si direbbero potenzialmente in grado di funzionare
perfettamente, eppure non lo sono. Che non funzionino, che siano
inutili, perch non le ha mai usate? L'essere stata sempre
protetta, assistita, coccolata le aveva forse impedito le
normali attivit esplorative delle mani, che tutti i bambini
apprendono nei primi mesi di vita? L'avevano portata in braccio,
avevano fatto ogni cosa per lei, impedendole in tal modo di sviluppare
delle mani normali? E se cos era (l'ipotesi pareva un po' forzata, ma
era l'unica che riuscissi a formulare), poteva acquisire adesso, a
sessant'anni, quello che avrebbe dovuto acquisire nelle prime
settimane e mesi di vita?
C'erano dei precedenti? Era mai stato descritto, o provato, qualcosa
di simile? Non lo sapevo, ma pensai subito a un possibile parallelo,
un caso riportato da Leont'ev e Zaporozhets nel loro libro
"Riabilitazione della funzione manuale". La condizione da essi
descritta aveva un'origine completamente diversa: un'analoga
alienazione della mano osservata in circa duecento soldati, come
conseguenza di una grave lesione e di un successivo intervento
chirurgico; le mani ferite erano avvertite come estranee,
inanimate, inutili, posticce, bench dal punto di vista
neurologico e sensorio fossero sostanzialmente intatte. Secondo
Leont'ev e Zaporozhets i sistemi gnosici che permettono la gnosi,
o uso percettivo delle mani, possono essere dissociati in casi
simili in seguito a una lesione con successivo intervento chirurgico e
alla conseguente interruzione di settimane o mesi nell'uso delle mani.
Nel caso di Madeleine, il fenomeno era identico - mani inutili, a
inanimate, alienate - ma durava da una vita. Essa non doveva
semplicemente ritrovare le proprie mani, doveva scoprirle -
acquisirle, conquistarle per la prima volta: non semplicemente
ricuperare un sistema gnosico dissociato, ma costruire un sistema
gnosico mai posseduto. Era possibile?
I soldati feriti descritti da Leont'ev e Zaporozhets prima delle
lesioni avevano mani normali. Dovevano quindi solo ricordare ci che
era stato dimenticato, o dissociato, o reso inattivo dalla grave
lesione. Madeleine, invece, non aveva un repertorio mnemonico perch
non aveva mai usato le mani - che non sentiva di "possedere" - o le
braccia. Non aveva mai mangiato da sola, non era mai andata al
gabinetto da sola, non aveva mai cercato di prendere qualcosa da sola,
aveva sempre lasciato che gli altri l'aiutassero. Per sessant'anni si
era comportata come un essere senza mani.
Era questa dunque la sfida che ci stava di fronte: una paziente le cui
mani avevano sensazioni elementari perfette, ma che appariva incapace
di integrare queste sensazioni al livello di percezioni collegate col
mondo e con se stessa; incapace di dire: Percepisco riconosco,
voglio, agisco per quanto riguardava le sue inutili mani. Ma in
qualche modo dovevamo portarla (come riuscirono a fare Leont'ev e
Zaporozhets con i loro pazienti) ad agire e a usare le mani
attivamente, e cos facendo (speravamo) a raggiungere l'integrazione:
L'integrazione  nell'azione, come ha detto Roy Campbell.
Madeleine fu pienamente d'accordo con noi, l'idea l'affascinava, anzi,
ma si mostr anche perplessa e un po' scettica. Com' possibile che
io riesca a fare qualcosa con queste mani diceva che non hanno pi
vita di due blocchi di plastilina?.
Nel principio  l'azione scrive Goethe. Pu darsi, quando ci
troviamo di fronte a dilemmi esistenziali o morali, ma non l dove
hanno origine il movimento e la percezione. Eppure, anche qui c'
sempre qualcosa di improvviso: un primo passo (o una prima parola,
come quando Helen Keller disse acqua), un primo movimento, una prima
percezione, un primo impulso - totale, inaspettato, l dove prima non
c'era nulla, o nulla che avesse senso. Nel principio  l'impulso.
Non un'azione, non un riflesso, ma un impulso, che  pi evidente e,
insieme, pi misterioso... Non potevamo dire a Madeleine: Fa' un
gesto!, ma potevamo sperare in un impulso; potevamo sperarlo,
sollecitarlo, persino provocarlo...
Pensai al lattante, quando cerca il seno. Di tanto in tanto ai pasti,
come per caso, mettetele i piatti un po' lontani suggerii alle
infermiere. Non fatele soffrire la fame, non tormentatela, ma
mostratevi meno sollecite del solito nell'imboccarla. E un giorno
accadde ci che non era mai accaduto prima: impaziente, affamata,
invece di aspettare passivamente e pazientemente, Madeleine allung un
braccio, annasp, trov una ciambellina e la port alla bocca. Era la
prima volta che usava le mani, era la sua prima azione manuale in
sessant'anni, e segn la sua nascita come individuo motorio (termine
usato da Sherrington per indicare la persona che emerge attraverso le
azioni). Segn inoltre la sua prima percezione manuale, e quindi la
sua nascita come individuo percettivo completo. La sua prima
percezione, il suo primo riconoscimento, fu quello di una ciambellina,
o della ciambellinit - cos come il primo riconoscimento, il primo
enunciato di Helen Keller fu quello dell'acqua (l'acquit).
Dopo questa prima azione, questa prima percezione, i progressi furono
rapidissimi. Come aveva sporto una mano per esplorare o toccare una
ciambellina, cos ora, nella sua nuova fame, le sporse entrambe per
esplorare o toccare il mondo intero. Dapprima fu il mangiare: sentire,
esplorare i diversi cibi, i contenitori, gli utensili. Il
'riconoscimento' richiedeva un percorso induttivo o congetturale
curiosamente tortuoso, poich Madeleine, cieca e 'senza mani' fin
dalla nascita, mancava delle immagini interiori pi semplici (mentre
Helen Keller aveva almeno delle immagini tattili). Se non avesse avuto
un'intelligenza e una vivacit culturale eccezionali, con una fantasia
nutrita e sostenuta, per cos dire, dalle immagini degli altri,
immagini trasmesse dal linguaggio, dalla "parola", sarebbe forse
rimasta impotente come un neonato.
Una ciambella veniva riconosciuta come un pane rotondo con un buco in
mezzo; una forchetta come un oggetto allungato e piatto con una serie
di prolungamenti acuminati. Ma poi a questa analisi preliminare
subentr un'intuizione immediata, e gli oggetti vennero riconosciuti
all'istante per quello che erano, come immediatamente familiari per
carattere e 'fisionomia', vennero riconosciuti come unici, come
'vecchi amici'. E a questo tipo di riconoscimento, non analitico ma
sintetico e immediato, si accompagnava un vivo piacere, la sensazione
di scoprire un mondo pieno d'incanto, di mistero e di bellezza.
Gli oggetti pi comuni non solo la riempivano di gioia ma stimolarono
in lei il desiderio di riprodurli. Chiese della creta e cominci a
modellare: la sua prima creazione, la sua prima scultura, fu un
calzascarpe, ma cos permeato di vigore e di umorismo, con curve cos
fluide, possenti e corpose da ricordare le sculture giovanili di Henry
Moore.
Poi (era passato un mese dai primi riconoscimenti) la sua attenzione,
la sua curiosit, si spostarono dagli oggetti alle persone. Dopotutto
c'era un limite all'interesse e alle possibilit espressive degli
oggetti, anche quando erano trasfigurati da una specie di genio
innocente, ingenuo e spesso comico. Ora Madeleine sentiva il bisogno
di esplorare il volto e la figura umani, fermi e in movimento. Essere
'sentiti' da Madeleine era un'esperienza fuori del comune. Le sue
mani, fino a poco tempo prima inerti e flaccide, parevano ora animate
da una vivacit e una sensibilit straordinarie. Ci si sentiva non
solo riconosciuti, scrutati con un'intensit e una minuziosit
superiori a quelle di un esame visivo, ma 'assaporati' e apprezzati
con la concentrazione, la fantasia e il senso estetico di un'artista
nata (o neonata). Ci si sentiva esplorati non semplicemente dalle mani
di una cieca, ma dalle mani di un'artista cieca, di una mente
meditativa e creativa che si era appena dischiusa alla piena realt
sensoriale e spirituale del mondo. Anche queste esplorazioni
chiedevano insistentemente di essere raffigurate e riprodotte come
realt esteriore.
Madeleine cominci a modellare teste e figure umane e in capo a un
anno si era conquistata una fama locale come la scultrice cieca del
Saint Benedict. Le sue sculture di solito erano met o tre quarti
della grandezza naturale, avevano lineamenti semplici ma riconoscibili
e uno straordinario vigore espressivo. Per me, per lei, per tutti noi
fu un'esperienza molto commovente, straordinaria, quasi miracolosa.
Chi avrebbe mai potuto immaginare che delle facolt percettive
basilari non acquisite, come di norma avviene, nei primi mesi di vita,
avrebbero potuto esserlo a sessant'anni? Che splendide prospettive di
apprendimento tardivo, e di apprendimento per gli handicappati, si
aprivano! Chi avrebbe potuto immaginare che in questa donna, cieca,
spastica, tenuta nascosta, disattivata, superprotetta per tutta la
vita ci fosse il seme di una sorprendente sensibilit artistica (non
sospettata n da lei n da altri) che sarebbe germogliato e sbocciato
in una realt splendida e rara, dopo essere rimasto in letargo,
disseccato, per sessant'anni?


Post scriptum.

Come dovevo scoprire pi tardi, tuttavia, il caso di Madeleine J. non
era affatto unico. Era passato meno di un anno che incontrai un altro
paziente (Simon K.) anch'egli affetto da paralisi cerebrale unita a
una grave menomazione della vista. Pur avendo forza e sensibilit
normali nelle mani, il signor K. non le usava quasi mai, ed era
grandemente impacciato nel maneggiare, esplorare e riconoscere
qualsiasi cosa. Resi avvertiti da Madeleine J., ci chiedemmo se
anch'egli non avesse per caso un'analoga agnosia evolutiva e non
fosse quindi curabile nello stesso modo. E difatti ci accorgemmo ben
presto che quello che avevamo ottenuto con Madeleine lo potevamo
ottenere anche con Simon. Di l a un anno egli aveva sviluppato una
notevole e diversificata manualit, e in particolare si divertiva a
eseguire piccoli lavori di falegnameria, costruendo, con compensato e
blocchi di legno, giocattoli semplici. Non provava alcun impulso a
scolpire, a riprodurre gli oggetti, non era artista per natura come
Madeleine. Ma dopo mezzo secolo passato in pratica senza mani, provava
ugualmente un grande piacere a usarle nei modi pi svariati.
Questo risultato  forse ancora pi notevole perch Simon  lievemente
ritardato,  un buon sempliciotto, ben diverso dall'appassionata e
altamente dotata Madeleine J. Di lei si potrebbe dire che 
straordinaria, una Helen Keller, una donna come se ne trova una su un
milione. Niente di questo nel caso del bravo Simon. Eppure la
conquista fondamentale, la conquista delle mani, si dimostr
pienamente possibile tanto per l'uno che per l'altra. Pare evidente
che l'intelligenza come tale non interviene in alcun modo nella
faccenda, che l'unica cosa essenziale  l'uso.
Questi casi di agnosia evolutiva sono forse rari, ma si osservano
sovente casi di agnosia acquisita che illustrano lo stesso principio
fondamentale dell'uso. Incontro ad esempio pazienti con una grave
neuropatia, detta guanto e calza, dovuta al diabete. Se la
neuropatia  sufficientemente grave, i pazienti passano da una
sensazione d'insensibilit (l'effetto guanto e calza) a una di
totale inesistenza o derealizzazione. Possono sentirsi (per usare
l'espressione di un paziente) come un troncone umano, con mani e
piedi completamente mancanti. A volte hanno la sensazione che
braccia e gambe terminino in due moncherini, cui siano attaccati in
qualche modo pezzi di carne morta o blocchi di plastilina. Questa
sensazione di derealizzazione ha la caratteristica di presentarsi, in
modo assolutamente improvviso... come altrettanto improvviso, se si
verifica,  il ritorno della realt. Esiste, per cos dire, una soglia
critica (funzionale e ontologica). E' determinante ottenere che questi
pazienti usino le mani e i piedi - se necessario, ricorrendo a qualche
stratagemma. Se ci si riesce  facile che avvenga un'improvvisa ri-
realizzazione, un balzo indietro nella realt e nella vita
soggettive... purch vi sia un sufficiente potenziale psicologico (la
cosa non  possibile se la neuropatia  totale, se le parti distali
dei nervi sono completamente morte).
Per i pazienti con neuropatia grave ma subtotale il recupero anche
limitato dell'uso di mani e piedi  letteralmente vitale, segnando la
differenza tra l'essere un troncone umano e il poter disporre di una
ragionevole funzionalit (un uso eccessivo pu provocare un
affaticamento della limitata funzione nervosa e una nuova, improvvisa
derealizzazione).
Andrebbe aggiunto che queste sensazioni soggettive hanno precisi
correlati oggettivi: nei muscoli delle mani e dei piedi si riscontra
un silenzio elettrico localizzato; e, sotto l'aspetto sensoriale,
una completa assenza di qualsiasi potenziale evocato, a ogni livello
fino alla corteccia sensoriale. Non appena le mani e i piedi sono
stati ri-realizzati, con l'uso, vi  un capovolgimento completo del
quadro fisiologico.
Un'analoga sensazione di silenzio corporeo e di irrealt  descritta
pi sopra nel capitolo 3, La disincarnata.
...
.
...
6.
FANTASMI.
...
.
...
Un fantasma, nel linguaggio dei neurologi,  l'immagine o il ricordo
persistente di una parte del corpo, di solito un arto, protratta per
mesi o anni dopo la sua perdita. Conosciuti gi nell'antichit, i
fantasmi furono abbondantemente studiati e descritti dal grande
neurologo americano Silas Weir Mitchell, durante e dopo la Guerra
Civile.
Weir Mitchell descrisse vari "tipi" di fantasma: alcuni stranamente
spettrali e irreali (che lui chiam spettri sensoriali), altri
fortemente, o addirittura pericolosamente, verosimili e realistici;
alcuni intensamente dolorosi, altri (la maggior parte) del tutto
indolori; alcuni di una nettezza quasi fotografica, come se fossero
riproduzioni o facsimili dell'arto perduto, altri scorciati o distorti
in modo grottesco... cui si aggiungono poi i fantasmi negativi o
fantasmi di assenza. Weir Mitchell indic inoltre chiaramente che
questi disturbi dell'immagine corporea - termine che fu introdotto
solo cinquant'anni dopo da Henry Head - sono forse influenzati o da
fattori centrali (stimolazione o lesione della corteccia sensoriale,
specialmente quella dei lobi parietali) o da fattori periferici ( il
caso del moncone di nervo o neuroma; della lesione del nervo, del
blocco o della stimolazione del nervo; dei disturbi alle radici dei
nervi spinali o ai fasci sensitivi nel midollo spinale). A me
interessano particolarmente queste determinanti periferiche.
Le storie che seguono, brevissime, quasi aneddoti, sono tratte dalla
rubrica Curiosit cliniche del British Medical Journal.


IL DITO FANTASMA.

Un marinaio si recise accidentalmente l'indice della mano destra. Nei
quarant'anni seguenti fu tormentato dal fastidioso fantasma del dito
rigidamente teso, com'era nel momento in cui se l'era reciso. Ogni
volta che avvicinava la mano alla faccia, per esempio per mangiare o
per grattarsi il naso, temeva che il dito fantasma gli cavasse un
occhio. (Sapeva che era impossibile, ma la sensazione era
irreprimibile). In seguito svilupp una grave neuropatia diabetica
sensoriale e perse ogni sensazione addirittura di avere le dita. E
allora anche il dito fantasma scomparve.
E' risaputo che un disordine patologico centrale, come un ictus che
lede la regione cerebrale, pu 'guarire' da un fantasma. Con quale
frequenza un disturbo patologico periferico sortisce lo stesso
effetto?
ARTI FANTASMA CHE SCOMPAIONO.

Tutti gli amputati, e tutti quelli che lavorano con loro, sanno che un
arto fantasma  essenziale per poter usare un arto artificiale. Il
dottor Michael Kremer scrive: Il suo valore per l'amputato  enorme.
Sono convinto che nessun amputato con un arto inferiore artificiale
pu servirsene in modo soddisfacente finch non arriva a incorporare
in esso l'immagine corporea, in altre parole il fantasma.
Per lo stesso motivo la scomparsa di un fantasma pu essere
disastrosa, e impone d'urgenza la necessit di recuperarlo, di
rianimarlo. Ci pu essere effettuato in vari modi: Weir Mitchell
descrive come una mano fantasma, scomparsa da venticinque anni, venne
improvvisamente 'resuscitata' mediante faradizzazione del plesso
brachiale. Uno di questi pazienti, in cura presso di me, descrive come
al mattino deve 'svegliare' il suo fantasma: dapprima flette il
moncone della coscia verso di s, poi lo picchia energicamente pi
volte, come fosse il sedere di un bambino. Al quinto o sesto colpo
il fantasma compare all'improvviso, riacceso, "folgorato", dallo
stimolo periferico. Solo allora egli pu mettersi la protesi e
camminare. Chiss a quali altri strani metodi ricorrono gli amputati.


FANTASMI POSIZIONALI.

Un paziente, Charles D. fu mandato da noi perch inciampava, cadeva di
continuo e soffriva di vertigini; c'erano stati sospetti infondati di
disturbi al labirinto. Un colloquio accurato rivel che ci che egli
provava non erano affatto vertigini bens un flusso di illusioni
posizionali sempre diverse: d'un tratto il pavimento pareva pi
lontano, poi si avvicinava di colpo, si abbassava, s'inclinava,
sobbalzava, come una nave nella tempesta diceva lui. Sicch egli
stesso vacillava e sbandava, "a meno che non si guardasse i piedi".
Era necessaria la vista per mostrargli la vera posizione dei piedi e
del pavimento: il tatto era diventato assolutamente instabile e
ingannevole; ma talvolta persino la vista era sopraffatta dal tatto,
cosicch il pavimento e i suoi piedi assumevano un aspetto pauroso e
mutevole.
Trovammo in breve che egli soffriva di un primo attacco acuto di tabe
e (poich era interessata anche la radice dorsale) di una specie di
delirio sensoriale di illusioni propriocettive in successione
rapida. Tutti conoscono lo stadio finale classico della tabe, nel
quale pu presentarsi una 'cecit' propriocettiva virtuale nei
confronti delle gambe. I lettori hanno mai incontrato questo stadio
intermedio - di fantasmi o illusioni posizionali - dovuto a un delirio
tabetico acuto (e reversibile)?

L'esperienza raccontata da questo paziente mi ricorda quella molto
singolare che feci io stesso, durante la "ripresa" da uno scotoma
propriocettivo. In "A Leg to Stand On"  cos descritta:
Barcollavo sensibilmente, dovetti abbassare gli occhi. Ed ecco che
individuai la fonte della mia agitazione. Era la mia gamba, o
piuttosto quel coso, quel liscio cilindro di gesso che fungeva da
gamba, quella bianca astrazione di gamba. Ora il cilindro era lungo
cento metri, ora neanche due millimetri; ora era grasso, ora magro;
ora s'inclinava da un lato, ora dall'altro. Mutava costantemente
dimensioni e forma, posizione e angolazione, e questo quattro o cinque
volte al secondo. Tra un "fotogramma" e l'altro potevano esserci anche
mille passaggi.


I FANTASMI: VIVI O MORTI.

Vi  spesso una certa confusione a proposito dei fantasmi: dovrebbero
o non dovrebbero verificarsi? sono o non sono patologici? sono o non
sono reali? La letteratura crea confusione; non cos i pazienti, i
quali chiariscono le cose descrivendo differenti "tipi" di fantasmi.
Ecco la descrizione che mi fece un uomo equilibrato, con una gamba
amputata sopra il ginocchio:
C' questa cosa, questo piede-fantasma, che a volte fa un male cane:
le dita s'inarcano o si contraggono in spasmi dolorosi. I dolori pi
forti sono di notte, o quando non ho su la protesi o non sto facendo
niente. Quando metto la protesi e cammino, spariscono. Sento sempre
nettamente la gamba, ma stavolta  un fantasma buono, diverso: anima
la protesi e mi permette di camminare.
Per questo paziente, per tutti i pazienti, l'uso non  dunque
importantissimo? Non serve dunque a scacciare un fantasma cattivo (o
passivo o patologico), se esiste; e a mantenere vivo, attivo e in
buona salute, come  loro necessario, il fantasma buono, cio il
persistente ricordo o immagine personale dell'arto?
...
.
...
7.
COME UN FUSO.
...
.
...
Sono ormai passati nove anni dal mio primo incontro col signor
MacGregor nella clinica neurologica di Saint Dunstan, una casa per
anziani dove lavorai per un certo tempo, ma lo ricordo - lo vedo -
come fosse ieri.
Qual  il problema? chiesi quando egli entr camminando tutto
inclinato da una parte.
Problema? Io non ho problemi, almeno, che io sappia... Ma gli altri
continuano a dirmi che pendo da un lato: "Sembri la torre di Pisa" mi
dicono. "Ancora un po' e ti troverai lungo disteso".
Ma lei non si accorge di pendere?.
Io mi sento bene, non capisco che cosa vogliano dire. Com' possibile
che io penda da un lato senza accorgermene?.
Davvero strano convenni. Vediamo un po'. Le dispiace alzarsi e fare
una camminatina? Solo da qui alla parete e ritorno. Voglio vedere da
me, "e voglio che veda anche lei". Facciamo una videocassetta mentre
cammina e la rivediamo subito.
Benissimo disse lui, e preso un paio di volte lo slancio, si alz in
piedi. Proprio un bel vecchio, pensai. Novantatr anni e non gliene
avresti dati pi di settanta. Arzillo, lucidissimo, capace di campare
fino ai cento. E robusto come uno scaricatore, morbo di Parkinson o
no. Ora stava camminando sicuro, spedito, ma assurdamente inclinato da
una parte, di un buon venti gradi, col centro di gravit spostato a
sinistra, ai limiti dell'equilibrio.
Ecco! disse con un sorriso compiaciuto. Visto? Nessun problema, ho
camminato dritto come un fuso.
Davvero, signor MacGregor? chiesi. Sar bene che giudichi da s.
Riavvolsi il nastro e lo feci ripartire. Quando si vide sullo schermo
rimase sconvolto: sbarr gli occhi, spalanc la bocca e borbott: Che
mi venga un colpo!. E poi: Hanno ragione,  vero che pendo da un
lato. Ora lo "vedo" benissimo, ma non me ne rendo conto. Non lo
"sento".
Proprio cos dissi. Qui sta il problema.
Noi abbiamo cinque sensi, di cui ci vantiamo, che riconosciamo ed
esaltiamo, sensi che costituiscono per noi il mondo sensibile. Ma ce
ne sono altri - sensi segreti, sesti sensi, se volete - altrettanto
vitali, eppure non riconosciuti e non celebrati. Questi sensi,
inconsci, automatici, li si  dovuti scoprire. E anzi, storicamente la
loro scoperta  arrivata tardi: ci che i vittoriani chiamavano con
termine vago senso muscolare - la consapevolezza della rispettiva
posizione del tronco e degli arti, che deriva dai recettori situati
nelle giunture e nei tendini - fu in realt definito (e chiamato
propriocezione) solo alla fine dell'Ottocento. E i complessi
meccanismi e coordinamenti che permettono al nostro corpo di avere
nello spazio un allineamento e un equilibrio corretti sono stati
definiti solo nel nostro secolo, e serbano tuttora molti misteri.
Forse solo in quest'ra spaziale che ha conosciuto la paradossale
libert e i rischi della vita in assenza di gravit, potremo valutare
appieno il nostro orecchio interno, il vestibolo e tutti gli altri
oscuri recettori e riflessi che governano l'orientamento del nostro
corpo. Per l'uomo normale, in situazioni normali, essi semplicemente
non esistono.
Eppure, le conseguenze della loro assenza sono quanto mai vistose. Se
i nostri tanto trascurati sensi segreti trasmettono una sensazione
difettosa (o distorta), ci che noi sperimentiamo  qualcosa di
profondamentestrano,l'equivalente pressoch incomunicabile
dell'essere ciechi o sordi. Se c' un annullamento totale della
propriocezione, il corpo diventa, per cos dire, cieco e sordo a se
stesso, e (come suggerisce la radice latina "proprius") cessa di
essere proprietario di se stesso, di sentirsi come se stesso (si
veda il capitolo 3, La disincarnata).
Il vecchio si fece di colpo intento, aggrott le sopracciglia, strinse
le labbra. Cos immobile, profondamente assorto, offriva un'immagine
che vedo sempre con piacere: quella del paziente nell'attimo stesso
della scoperta (un misto di sgomento e di curiosit divertita),
allorch vede per la prima volta con chiarezza quello che non va e al
tempo stesso e con precisione quello che c' da fare. E' il vero
momento terapeutico.
Mi lasci pensare, mi lasci pensare mormor, quasi fra s,
aggrottando le sopracciglia bianche e folte e sottolineando con un
gesto delle mani forti e nodose i punti chiave del suo ragionamento.
Mi lasci pensare. Riflettiamo insieme. Ci deve essere una risposta!
Io pendo da un lato e non me ne accorgo, giusto? DOVREI avvertire
qualcosa, un segnale chiaro, e invece no, giusto?. Fece una pausa.
Io facevo il falegname disse illuminandosi in volto. Per
controllare se una superficie era in piano o no, o se era inclinata o
no rispetto alla verticale, usavamo una livella. Che nel cervello ci
sia una specie di livella?.
Annuii.
Pu essere che il morbo di Parkinson l'abbia messa fuori uso?.
Annuii di nuovo.
Ed  questo che  successo nel mio caso?.
Annuii per la terza volta e dissi: S, s e s.
Con la sua livella, il signor MacGregor aveva trovato un'analogia
fondamentale, una metafora che ben descriveva un sistema essenziale di
controllo sito nel cervello. Alcune parti dell'orecchio interno,
infatti, sono fisicamente, letteralmente, simili a livelle; il
labirinto consiste di canali semicircolari contenenti un liquido il
cui movimento  sotto costante controllo. Il danno per non
interessava questi canali in quanto tali, ma piuttosto la capacit del
signor MacGregor di "usare" i propri organi dell'equilibrio, insieme
con il senso che il suo corpo aveva di se stesso e con la sua immagine
visiva del mondo. La semplice metafora del signor MacGregor 
applicabile non solo al labirinto ma anche alla complessa
"integrazione" dei tre sensi segreti: il labirintico, il
propriocettivo e il visivo. E' questa sintesi che viene compromessa
nel parkinsonismo.
Gli studi pi profondi (e pi pratici) di queste integrazioni - e
delle loro singolari disintegrazioni provocate dal parkinsonismo -
furono compiuti dal grande Purdon Martin, recentemente scomparso, e si
possono trovare nel suo splendido libro "The Basal Ganglia and
Posture" (pubblicato per la prima volta nel 1967, ma continuamente
riveduto e ampliato negli anni seguenti; la morte ha colto l'autore
mentre stava ultimando una nuova edizione l'anno scorso). A proposito
di questa integrazione, di questo integratore, nel cervello, Purdon
Martin scrive: Deve esserci un qualche centro o 'autorit superiore'
nel cervello... un 'regolatore', possiamo dire. Questo regolatore o
autorit superiore deve essere informato dello stato di stabilit o
instabilit del corpo.
Nella parte dedicata alle reazioni che causano l'inclinazione,
Purdon Martin sottolinea il triplice contributo al mantenimento di una
postura stabile ed eretta e osserva come il sottile equilibrio che la
rende possibile sia solitamente sconvolto nel parkinsonismo e come, in
particolare, la perdita dell'elemento labirintico preceda di solito
quella dell'elemento propriocettivo e visivo. Questo triplice sistema
regolatore quindi sarebbe tale che un solo senso, un solo regolatore,
pu compensare gli altri - non completamente (poich i sensi
differiscono nelle loro possibilit) ma se non altro in parte e con un
certo giovamento. I riflessi e i controlli visivi sono forse,
normalmente, la cosa meno importante. Fintanto che i nostri sistemi
vestibolari e propriocettivi sono intatti, se chiudiamo gli occhi
manteniamo perfettamente la nostra stabilit: non ci incliniamo, non
ci pieghiamo n cadiamo. Questo pu invece succedere al paziente
affetto da morbo di Parkinson, che ha un equilibrio precario. (Capita
spesso di vedere pazienti parkinsoniani seduti, senza accorgersene, in
posizione fortemente inclinata. Ma basta uno specchio che permetta
loro di "vedere" la propria posizione, ed essi si raddrizzeranno
all'istante).
La propriocezione pu compensare in notevole misura difetti
dell'orecchio interno. I pazienti privati chirurgicamente del
labirinto (l'intervento si pratica a volte per eliminare
l'intollerabile vertigine causata da una grave forma di morbo di
Mnire, che rende impossibile la postura fisiologica), anche se in un
primo tempo sono incapaci di mantenersi eretti o di fare un solo
passo, possono imparare a usare e a "potenziare" la propriocezione in
modo sorprendente - in particolare a usare i sensori siti nei muscoli
latissimi del dorso - la pi grande e mobile estensione muscolare del
corpo - come un organo dell'equilibrio accessorio e nuovo, un paio di
vasti propriocettori a forma di ala. Con l'esercizio, quando tale uso
diventa una seconda natura, i pazienti sono in grado di stare in piedi
e camminare, se non perfettamente, almeno con sicurezza e
disinvoltura.
Purdon Martin, con sollecitudine e ingegnosit infinite, escogit
tutta una serie di meccanismi e di metodi che consentissero anche ai
parkinsoniani con grave invalidit di raggiungere una normalit
artificiale nella deambulazione e nella postura: linee tracciate sul
pavimento, contrappesi fissati alla cintura, segnapassi con un
ticchettio ben udibile per cadenzare l'andatura. In questo imparava
sempre dai suoi pazienti (ai quali, infatti,  dedicato il suo grande
libro). Egli fu un pioniere dotato di profonda umanit: al cuore della
sua pratica medica c'erano comprensione e collaborazione: paziente e
medico erano alla pari, allo stesso livello, ognuno imparava
dall'altro e lo aiutava, e INSIEME arrivavano a nuove intuizioni e
terapie. Ma a quanto mi consta, egli non aveva ideato una protesi che
correggesse il danno dei riflessi vestibolari, il problema appunto che
affliggeva il signor MacGregor.
Allora  cos, vero? chiese il signor MacGregor. Non posso usare la
livella che ho nella testa. Non posso usare le orecchie, ma gli occhi
li posso usare. Con una smorfia interrogativa, prov a inclinare la
testa di lato: Cos non cambia nulla, il mondo non si inclina. Poi
chiese uno specchio; gliene feci portare uno a tutta lunghezza.
Adesso s che lo vedo che pendo da una parte disse. Adesso s che
posso raddrizzarmi. Forse riuscirei a restare dritto... Per non posso
certo vivere fra gli specchi, o portarmene appresso uno.
Di nuovo riflett a lungo, aggrottando le sopracciglia, poi
d'improvviso il suo volto si distese e s'illumin di un sorriso. Ci
sono! esclam S, dottore, ci sono! Non mi serve uno specchio, mi
basta una livella. Non posso usare quella che ho dentro la testa, ma
perch non usare una livella messa fuori, una livella che potrei
vedere, usare con gli occhi?. Si tolse gli occhiali, li saggi, e il
suo sorriso si allarg ancor di pi.
Qui, per esempio nella montatura degli occhiali... Una livella
sistemata qui potrebbe dirmi, dire ai miei occhi, se sono inclinato.
In un primo tempo dovrei tenerla d'occhio; sarebbe un bello sforzo,
certo, ma in seguito pu darsi che diventi una seconda natura, una
cosa automatica. Bene, dottore, che ne pensa?.
Che  un'idea brillante, signor MacGregor. Proviamola!.
Il principio era chiaro, la meccanica un po' complessa. Dapprima
provammo con una specie di pendolo, un filo legato alla montatura e
con in fondo un peso, ma era troppo vicino agli occhi e quasi
invisibile. Poi, con l'aiuto del nostro optometrista e del laboratorio
costruimmo una graffa che sporgeva dal ponte della montatura del
doppio del naso e che aveva su ciascun lato una minuscola livella
orizzontale. Ne provammo diversi modelli, tutti collaudati e messi a
punto dal signor MacGregor, e di l a un paio di settimane avevamo
ultimato un prototipo, un paio di occhiali a livella dal modello
piuttosto avveniristico. I primi al mondo! esclam il signor
MacGregor tutto trionfante, e li inforc. Erano un po' ingombranti e
strani, ma tutto sommato non pi dei pesanti occhiali con protesi
acustica che si stavano diffondendo in quegli anni. Da quel giorno la
nostra clinica offr lo spettacolo del signor MacGregor che, munito
degli occhiali a livella di sua invenzione e realizzazione, avanzava,
lo sguardo concentrato, come un timoniere che tiene d'occhio la
chiesuola della sua nave. La cosa funzionava abbastanza bene - per lo
meno egli smise di pendere da un lato - ma richiedeva un esercizio
continuo, estenuante. Poi, col passare delle settimane, egli acquist
sempre maggiore disinvoltura; tener d'occhio i suoi 'strumenti'
divenne automatico, come quando si tiene d'occhio il cruscotto
dell'auto, pur essendo liberi di pensare, chiacchierare e fare altre
cose.
Gli occhiali del signor MacGregor fecero furore al Saint Dunstan.
Avevamo molti altri pazienti affetti da parkinsonismo che soffrivano
anch'essi di una menomazione dei riflessi posturali, un disturbo non
solo pericoloso ma anche notoriamente refrattario alla cura. Non pass
molto tempo che un secondo e poi un terzo paziente portavano gli
occhiali a livella del signor MacGregor e finalmente potevano, come
lui, camminare dritti come un fuso.
...
.
...
8.
ATTENTI A DESTR!.
...
.
...
La signora S., una donna intelligente sulla sessantina, ha subto un
ictus massivo che le ha compromesso le parti pi profonde posteriori
dell'emisfero cerebrale destro, lasciando peraltro intatta la sua
intelligenza, e il suo senso dell'umorismo.
A volte si lamenta con le infermiere perch, dice, non le hanno messo
sul vassoio il dolce o il caff. Quando queste rispondono: Ma  l,
signora, a sinistra, sembra non capire quello che dicono, e non
guarda a sinistra. Se le voltano piano la testa facendo s che il
dolce entri nel suo campo visivo, nella met destra non compromessa
del suo campo visivo, dice: Oh, eccolo. Prima non c'era. Essa ha
completamente perduto l'idea di sinistra, per quanto riguarda sia il
mondo esterno sia il proprio corpo. Talvolta si lamenta che le sue
porzioni sono troppo piccole, ma il fatto  che mangia solo quello che
 a destra nel piatto, non le viene in mente che il piatto abbia anche
una sinistra. A volte decide di mettersi il rossetto e si dipinge la
met destra delle labbra, tralasciando completamente la sinistra: 
quasi impossibile affrontare questo problema perch non si riesce ad
attirare la sua attenzione su di esso (emi-inattenzione, si veda
Battersby, 1956): non ha la minima consapevolezza di sbagliarsi. Lo sa
intellettualmente,  in grado di capire, e ride; ma le  impossibile
saperlo direttamente.
Dal momento che ne ha una conoscenza intellettuale, frutto di un
ragionamento, ha elaborato alcune strategie per affrontare la sua
mancanza di percezione. Non pu guardare a sinistra direttamente, non
pu voltarsi a sinistra, e allora si gira a destra, e continua a
girare fino a descrivere un cerchio. Ha chiesto e ottenuto una sedia a
rotelle girevole, e ora, se non riesce a trovare qualcosa che sa che
ci deve essere, ruota la sedia a destra finch la cosa cercata non le
cade sotto gli occhi. Questo sistema le d ottimi risultati
soprattutto se non riesce a trovare il caff o il dolce. Se le sue
porzioni le paiono troppo scarse, fa un giro a destra tenendo gli
occhi fissi a destra finch non appare la met che prima mancava;
allora la mangia, o meglio ne mangia la met, e si sente un po' pi
sazia. Ma se ha ancora fame, o se riflette sulla cosa e capisce che
probabilmente ha percepito solo met della met mancante, fa un
secondo giro finch non appare il quarto rimanente, di cui consuma la
met. Di solito a questo punto la fame  scomparsa - dopotutto ha
mangiato sette ottavi della porzione - ma se ha particolarmente fame o
 mossa da una spinta ossessiva pu fare un terzo giro trovando cos
un sedicesimo della porzione (il sedicesimo rimanente, il sinistro,
resta naturalmente nel piatto). E' assurdo dice la signora S. Mi
sento come la freccia di Zenone: non arrivo mai alla meta. Sar anche
buffo ma, date le circostanze, che altro posso fare?.
Parrebbe molto pi semplice far ruotare il piatto invece che se
stessi. La signora S. ne conviene e ci ha provato. O almeno ha cercato
di provare. Ma la cosa  stranamente difficile, non le viene naturale,
come invece lo  far piroettare la sua sedia a rotelle, perch il suo
sguardo, la sua attenzione, i suoi movimenti e impulsi spontanei sono
ormai tutti esclusivamente e istintivamente rivolti a destra.
Particolarmente penosa era per lei l'ilarit suscitata allorch
compariva con una sola met del viso truccata, col lato sinistro
assurdamente privo di rossetto e di fard. Io guardo nello specchio
diceva e metto il trucco su quello che vedo. Ci chiedemmo se non
fosse possibile procurarle uno specchio che le permettesse di vedere
a destra la parte sinistra del viso, ossia il viso come l'avrebbe
visto qualcuno che le stesse di fronte. Tentammo con un sistema di
televisione, sistemando la telecamera e il monitor di fronte a lei; il
risultato fu sorprendente e bizzarro. Perch ora, usando lo schermo
come uno specchio, essa vedeva effettivamente la parte sinistra del
viso a destra, un'esperienza che confonde anche una persona normale
(come sa chiunque abbia provato a radersi usando uno schermo
televisivo) e che a lei risult doppiamente disorientante e
inquietante, poich ora vedeva la parte sinistra del proprio viso e
del corpo, che per, in seguito all'ictus, non sentiva, non avvertiva
come esistente. Portatelo via! grid angosciata e confusa, e noi non
insistemmo oltre. E' un peccato perch, come anche R.L. Gregory
ipotizza, queste forme di retroazione televisiva potrebbero rivelarsi
promettenti per pazienti che presentano emi-inattenzione ed estinzione
del campo sinistro. La questione  cos complessa fisicamente, anzi
metafisicamente, che solo la sperimentazione pu dare una risposta.
...
.
...
9.
IL DISCORSO DEL PRESIDENTE.

Che diavolo succedeva? Uno scroscio di risa dal reparto afasici,
proprio all'inizio del discorso del Presidente, che tutti erano cos
ansiosi di sentire...
Eccolo l, il vecchio Seduttore, l'Attore, con la sua consumata
retorica, il suo istrionismo, la sua bravura nel far leva sulle
emozioni... e i pazienti si torcevano tutti dal ridere! Be', non
proprio tutti: alcuni erano sconcertati, altri scandalizzati, uno o
due preoccupati, ma la maggior parte pareva divertirsi un mondo. Il
Presidente, come sempre, toccava il tasto della commozione; ma ora, a
quanto pareva, ne ricavava soprattutto ilarit. Che cosa succedeva a
tutti quanti? Che cosa credevano? Non riuscivano a capirlo? O forse lo
capivano fin troppo bene?
Spesso di questi pazienti, persone intelligenti ma affette da una
gravissima afasia percettiva o globale che le rendeva incapaci di
capire le parole come tali, si diceva che ci nonostante capivano la
maggior parte di quanto veniva loro detto. I loro amici, i parenti, le
infermiere che li conoscevano bene, talvolta stentavano a credere che
fossero davvero afasici.
Questo perch, se ci si rivolgeva loro con naturalezza, essi
afferravano in parte o quasi completamente il senso della frase o del
discorso. E naturalmente si parla naturalmente.
Sicch per dimostrare la loro afasia, il neurologo doveva di proposito
e con un bel po' di sforzo parlare e comportarsi in modo innaturale,
eliminare tutti gli elementi rivelatori extraverbali: il tono della
voce, l'intonazione, le sottolineature o le inflessioni evocative, e
inoltre gli ausilii visivi: le espressioni del viso, i gesti, tutto il
proprio repertorio personale e la propria postura, che sono in gran
parte inconsci. Doveva eliminare tutto questo (il che poteva anche
significare l'occultamento totale della propria persona e la completa
spersonalizzazione della propria voce, fino al punto di usare un
sintetizzatore di voce computerizzato), per ridurre il linguaggio a
pure parole, un linguaggio completamente spogliato di ci che Frege
chiamava coloritura del suono, timbro ("Klangfarbe") o evocazione.
Con i pazienti affetti da deficit pi sottile era solo usando questo
modo di parlare meccanico, fortemente artificiale (abbastanza simile a
quello dei computer di "Star Trek") che si poteva essere davvero
sicuri della loro afasia.
Perch tutto questo? Perch il linguaggio, il linguaggio naturale, non
consiste di sole parole, n (come riteneva Hughlings Jackson) di sole
proposizioni. Esso consiste di "espressione", dell'espressione di
tutto il proprio pensiero con tutto il proprio essere, la cui
comprensione implica molto pi del semplice riconoscimento delle
parole. Questa era la chiave per capire il modo di capire degli
afasici anche quando sono del tutto incapaci di capire le parole in
s. Perch anche se le parole, le costruzioni verbali, di per s a
volte non trasmettono nulla, il linguaggio parlato  di solito soffuso
di tono, circondato da un'espressivit che trascende il verbale; ed
 appunto questa espressivit, cos profonda, cos varia, cos
complessa, cos sottile, che  perfettamente conservata nell'afasia,
nonostante sia distrutta la capacit di comprendere le parole.
Conservata, e spesso addirittura straordinariamente potenziata.
Ci si rivela con chiarezza - e spesso in modo assai sorprendente,
comico o drammatico - a tutti coloro che lavorano o vivono a contatto
con gli afasici: i familiari, gli amici, le infermiere, i medici. In
un primo momento, forse, non ci si accorge di nulla; ma poi si scopre
che c' stato un grande cambiamento, quasi un capovolgimento, nella
loro comprensione del linguaggio. Qualcosa  scomparso,  stato
distrutto,  vero; ma in sua vece  subentrato,  stato enormemente
potenziato qualcos'altro, per cui (almeno nel caso di espressioni con
forte carica emotiva) vi pu essere piena comprensione del significato
anche l dove va perduta ogni parola. Nella nostra specie "Homo
loquens" ci sembra quasi un capovolgimento dell'ordine comune delle
cose: un capovolgimento, e forse anche una reversione a qualcosa di
pi primitivo ed elementare. Per questo, forse, Hughlings Jackson
paragonava gli afasici ai cani (paragone che potrebbe indignare
entrambi!), anche se si riferiva soprattutto alle loro insufficienze
linguistiche pi che alla loro notevole e quasi infallibile capacit
di cogliere il tono e il sentimento. Pi sensibile a questo
riguardo, Henry Head nel suo trattato sull'afasia (1926) parla di
feeling-tone, tono emotivo, e mette in rilievo come negli afasici
esso sia conservato e spesso potenziato. (1)
Di qui, talvolta, l'impressione - mia e di tutti noi che lavoriamo a
stretto contatto con gli afasici - che a un afasico non si pu
mentire. Egli non riesce ad afferrare le tue parole, e quindi non pu
esserne ingannato; ma l'espressione che accompagna le parole,
quell'espressivit totale, spontanea, involontaria che non pu mai
essere simulata o contraffatta, come possono esserlo, fin troppo
facilmente, le parole... tutto questo egli lo afferra con precisione
infallibile.
E' un'abilit che riconosciamo nei cani, e per questo li usiamo spesso
proprio per individuare falsit, malevolenza, intenzioni equivoche,
per capire di chi possiamo fidarci, chi  onesto, chi ha ragione,
quando noi, cos influenzati dalle parole, non possiamo fare
affidamento sui nostri istinti.
La stessa capacit dei cani l'hanno gli afasici, e ad un livello umano
e immensamente superiore. Si pu mentire con la bocca, scrive
Nietzsche ma con la smorfia che l'accompagna si dice ugualmente la
verit. Per questa smorfia, per ogni falsit o impropriet
nell'aspetto fisico o nella postura, gli afasici hanno una sensibilit
eccezionale. E se non possono vedere la persona (soprattutto nel caso
dei nostri afasici ciechi), hanno un orecchio infallibile per ogni
sfumatura della voce, per il tono, il ritmo, le cadenze, la musica, le
pi sottili modulazioni, inflessioni e intonazioni che possono dare, o
togliere, credibilit a una voce umana.
In questo risiede dunque la loro capacit di comprensione: possono
capire, senza le parole, ci che  genuino o non lo . Erano quindi le
smorfie, gli istrionismi, i gesti e soprattutto i toni e le cadenze
della voce a suonare falsi per questi pazienti privi di parola ma
dotati di un'immensa sensibilit. E perci, non ingannati e non
ingannabili dalle parole, essi reagivano a queste incongruit e
impropriet che apparivano loro smaccate e addirittura grottesche.
Ecco perch ridevano al discorso del Presidente.

Se non  possibile mentire a un afasico, data la sua particolare
sensibilit all'espressione e al tono, che cosa succede, viene da
chiedersi, ai pazienti (se ve ne sono) che "mancano" completamente del
senso dell'espressione e del tono pur conservando immutata la
capacit di comprendere le parole, pazienti che sono l'esatto
contrario degli afasici? Noi ne abbiamo un certo numero, e sono
ricoverati anch'essi nel reparto afasici, bench, tecnicamente
parlando, non siano affetti da afasia, ma piuttosto da una forma di
"agnosia", in particolare da un'agnosia cosiddetta tonale. Per
questi pazienti scompaiono le qualit espressive della voce, ossia il
tono, il timbro, la sfumatura emotiva, l'intero carattere, mentre sono
perfettamente comprensibili le parole (e le costruzioni grammaticali).
Tali agnosie tonali (o atonie) sono associate a turbe del lobo
temporale DESTRO del cervello, mentre le afasie si accompagnano a
turbe del lobo temporale SINISTRO.
Tra i pazienti del nostro reparto afasici affetti da agnosia tonale,
anch'essi spettatori del discorso del Presidente, ce n'era una che
aveva un glioma nel lobo temporale destro. Si chiamava Emily D. ed era
stata insegnante d'inglese e poetessa di una certa fama; grazie alla
sua eccezionale sensibilit linguistica e alle sue vigorose capacit
analitiche ed espressive, era in grado di formulare chiaramente la
situazione opposta: come era inteso il discorso del Presidente da una
persona affetta da agnosia tonale.
Emily D. non era pi in grado di dire se una voce fosse arrabbiata,
allegra, triste o altro. Dal momento che per lei ora le voci erano
prive di espressione, doveva osservare il volto delle persone, le loro
posture e i gesti che accompagnavano le loro parole, e scopr di farlo
con un'attenzione e un'intensit mai dimostrate prima. Ma anche in
questo, purtroppo, era parzialmente impedita poich aveva un glioma
maligno e stava rapidamente perdendo anche la vista.
Scopr allora che doveva prestare la massima attenzione all'esattezza
delle parole e del loro uso, e insistere perch gli altri facessero lo
stesso con lei. Le era sempre pi difficile seguire un linguaggio
approssimativo o gergale, un linguaggio di tipo allusivo o emotivo, ed
esigeva sempre pi dai suoi interlocutori che parlassero "in prosa":
parole esatte al posto esatto. La prosa, come scopr, poteva in
certa misura compensare la mancata percezione del tono o del
sentimento.
In questo modo fu in grado di conservare, e anzi di potenziare, l'uso
del linguaggio espressivo (nel quale il significato era dato
interamente dalla giusta scelta e referenzialit delle parole), pur
trovandosi sempre pi spersa di fronte al linguaggio evocativo (dove
il significato  dato interamente dall'uso e dal senso del tono).
Anche Emily D. ascoltava dunque, con volto impassibile, il discorso
del Presidente, servendosi di una strana mescolanza di percezioni
potenziate e difettose - una mescolanza che era l'esatto contrario di
quella dei nostri afasici. Il discorso non suscit emozioni in lei -
nessun discorso ormai aveva questo effetto - e tutto ci che era
evocativo, autentico o falso le sfugg completamente. Ma allora Emily,
priva di reazione emotiva, fu trascinata o abbindolata, come noi
tutti? Niente affatto. Non  convincente disse. Non usa una prosa
chiara. Usa le parole in modo improprio. O ha dei disturbi cerebrali
oppure ha qualcosa da nascondere. Cos il discorso del Presidente non
funzion neanche per Emily D., con la sua sviluppata sensibilit per
l'uso formale del linguaggio, per la propriet e la prosa, cos come
non funzion per i nostri afasici, con la loro sordit alle parole ma
anche la loro sviluppata sensibilit al tono.
Ecco dunque dov'era il paradosso del discorso del Presidente. Noi
normali, indubbiamente aiutati dal nostro desiderio di esser menati
per il naso, fummo veramente menati per il naso ("populus vult decipi,
ergo decipiatur"). E cos astuta era stata la combinazione di un uso
ingannevole delle parole con un tono ingannatore che solo i
cerebrolesi ne rimasero indenni, e sfuggirono all'inganno.


NOTE.

Nota 1. Feeling-tone  uno dei termini preferiti di Head, che lo usa
non solo in relazione all'afasia ma anche alla qualit affettiva della
sensazione, qualora venga alterata da disturbi talamici o periferici.
E' anzi nostra impressione che Head sia continuamente e quasi
inconsapevolmente attratto verso l'esplorazione del tono emotivo -
verso, per cos dire, una neurologia del tono emotivo, in antitesi,
o a complemento di una neurologia classica di proposizione e
procedimento. Detto per inciso, questo termine  comune negli Stati
Uniti, almeno fra i negri del Sud:  un termine comune, concreto e
indispensabile. Sai, c' una cosa che si chiama "feeling-tone". E se
non ce l'hai, "baby", sei fregata (citato da Studs Terkel in epigrafe
alla sua 'storia orale' "Division Street: America").
...
.
...
Parte seconda.
...
.
...
ECCESSI.
...
.
...
Deficit, abbiamo detto,  il termine preferito dalla neurologia -
l'unico suo termine, in realt, per ogni disturbo funzionale. O la
funzione (come un condensatore o un fusibile)  normale, oppure 
insufficiente o difettosa: quale altra possibilit esiste per una
neurologia meccanicistica, che  in sostanza un sistema di capacit e
connessioni?
Ma il contrario, allora? Un eccesso o sovrabbondanza di funzione? La
neurologia non ha un termine per questo, perch gliene manca il
concetto. Una funzione, un sistema funzionale, o funziona o non
funziona: non esistono alternative. Quindi una malattia che abbia la
caratteristica di essere esuberante o produttiva sfida i concetti
meccanicistici basilari della neurologia, ed  senz'altro per questo
motivo che turbe siffatte, per quanto frequenti, importanti e
singolari, non hanno mai ricevuto l'attenzione che meritano. La
ricevono in psichiatria, dove si parla di eccitazione e di turbe
produttive - eccesso di fantasia, d'impulso... mania. E la ricevono in
anatomia e in patologia, dove si parla di ipertrofie, di mostruosit -
di teratoma. Ma la neurologia non ha equivalenti, non ha nulla che
equivalga alle mostruosit o alle manie. Basta questo ad avanzare il
sospetto che il nostro concetto o visione basilare del sistema nervoso
- come una sorta di macchina o computer - sia del tutto insufficiente
e vada integrato con concetti pi dinamici, pi efficaci.
Questa sostanziale insufficienza pu non essere evidente se
consideriamo solo la perdita la privazione delle funzioni che abbiamo
visto nella prima parte di questo libro. Ma appare in tutta chiarezza
se consideriamo gli eccessi di tali funzioni: non l'amnesia, ma
l'ipermnesia; non l'agnosia, ma l'ipergnosia; e tutti gli altri
possibili iper.
La neurologia classica, jacksoniana, non prende mai in
considerazione queste turbe in eccesso, ossia le sovrabbondanze
primarie o un rigoglio di funzioni (in contrasto con i cosiddetti
blocchi). E' vero che lo stesso Hughlings Jackson parlava di stati
mentali superpositivi. Ma qui, potremmo dire, egli si lascia andare,
scherza oppure  semplicemente fedele alla sua esperienza clinica,
anche se in contrasto con i suoi concetti meccanicistici di funzione
(tali contraddizioni erano tipiche del suo genio, la frattura fra il
suo naturalismo e il suo rigido formalismo).
Dobbiamo arrivare fin quasi ai nostri giorni per trovare un neurologo
che anche solo prenda in considerazione un eccesso. Abbiamo le due
biografie cliniche di Lurija che si controbilanciano: "Un mondo
perduto e ritrovato" parla di una perdita, "Viaggio nella mente di un
uomo che non dimenticava nulla" descrive un eccesso. Fra le due trovo
molto pi interessante e originale la seconda, poich si tratta in
realt di un'esplorazione dell'immaginazione e della memoria (e
un'esplorazione del genere  impossibile per la neurologia classica).
In "Awakenings" c'era un equilibrio interno, per cos dire, fra le
terribili privazioni osservate prima dell'assunzione di L-dopa:
acinesia, abulia, adinamia, anergia, eccetera, e i quasi altrettanto
terribili eccessi dopo l'assunzione: ipercinesia, iperbulia,
iperdinamia, eccetera.
Vediamo qui emergere nuovi termini, termini e concetti diversi da
quelli di funzione: impulso, volont, dinamismo, energia, termini
essenzialmente cinetici e dinamici (mentre quelli della neurologia
classica sono essenzialmente statici). E nella mente dell'uomo che non
dimenticava nulla vediamo dinamismi di un livello molto superiore: la
spinta di un'attivit associativa e fantastica rigogliosa e pressoch
incontrollabile, una mostruosa crescita di pensiero, una sorta di
teratoma della mente, che lo stesso paziente chiama quella cosa.
Ma anche l'espressione quella cosa, o automatismo,  troppo
meccanica. Rigoglio rende meglio ci che vi  di inquietantemente
vivo nel processo. Nell'uomo che non dimenticava nulla - o nei miei
stessi pazienti sovrastimolati, galvanizzati dalla L-dopa - osserviamo
un'animazione divenuta per cos dire esorbitante, mostruosa, o folle;
non un semplice eccesso, ma una proliferazione organica, una
generazione; non solo uno squilibrio, una turba funzionale, ma una
turba generativa.
Potremmo immaginare, davanti a un caso di amnesia o di agnosia, che vi
sia stato semplicemente l'indebolimento di una funzione o di una
competenza; ma davanti a pazienti affetti da ipermnesie e ipergnosie
vediamo che mnesi e gnosi sono sempre di per s attive e generative;
lo sono intrinsecamente e, in potenza, anche mostruosamente. Siamo
quindi costretti a passare da una neurologia della funzione a una
neurologia dell'azione, della vita. Questo passo cruciale ci viene
imposto dalle malattie di eccesso e se non lo compiamo non possiamo
iniziare a esplorare la vita della mente. La neurologia
tradizionale, con la sua meccanicit e la sua attenzione rivolta ai
deficit, ci nasconde la vita effettiva insita in ogni funzione
cerebrale, almeno per le funzioni superiori, quali l'immaginazione, la
memoria e la percezione. Ci nasconde la vita stessa della mente. E'
appunto di queste predisposizioni vive (e spesso altamente personali)
del cervello e della mente, soprattutto in uno stato di accresciuta, e
quindi illuminata, attivit, che ci occuperemo ora.
L'intensificazione apre la possibilit non solo di una sana pienezza
ed esuberanza, ma anche di una bizzarria, aberrazione o mostruosit
alquanto sinistre - quel genere di esagerazione che si profila
continuamente in "Awakenings", dove i pazienti, sovraeccitati,
inclinano verso la disintegrazione e la perdita del controllo; una
sopraffazione dell'impulso, dell'immagine e della volont; una
possessione (o spossessamento) da parte di una fisiologia scatenata.
Questo pericolo  insito nella natura stessa della crescita e della
vita. La crescita pu diventare un'ipercrescita, la vita un'ipervita.
Tutti gli stati iper possono diventare mostruosi, perversi,
aberranti, stati para: l'ipercinesia tende verso la paracinesia:
movimenti abnormi, corea, tic; l'ipergnosia diventa rapidamente
paragnosia: apparizioni, perversioni dei sensi morbosamente eccitati;
gli ardori degli stati iper possono diventare passioni violente.
Il paradosso di una malattia che pu presentarsi come uno star bene,
come una meravigliosa sensazione di salute e benessere che solo in
seguito rivela i suoi potenziali maligni,  una delle tante chimere,
inganni e ironie della natura. Molti artisti ne sono stati
affascinati, in particolare quelli che equiparano l'arte alla
malattia:  un tema, al tempo stesso dionisiaco, venereo e faustiano,
che ricorre persistentemente in Thomas Mann - dalle febbrili
eccitazioni tubercolotiche della "Montagna incantata",alle
ispirazioni spirochetali del "Doktor Faustus", e al tumore afrodisiaco
nel suo ultimo racconto, "L'inganno".
Queste ironie mi hanno sempre affascinato e ne ho gi fatto l'oggetto
di alcuni miei scritti. In "Migraine" ho parlato dello stato di
eccitazione che pu precedere o costituire l'inizio di un attacco, e
ho citato George Eliot, per la quale il sentirsi pericolosamente
bene era spesso il segnale premonitore di un attacco.
Pericolosamente bene: quanta ironia in queste parole, che esprimono
con esattezza la duplicit, il paradosso del sentirsi troppo bene.
Poich dello star bene non si ha, naturalmente, motivo di
lamentarsi: lo si apprezza, lo si gode, non si pensa minimamente di
lamentarsene. Ci si lamenta di star male, non bene. A meno che, come
George Eliot, non si colgano in tale stato degli accenni a qualcosa
che non va, o a un pericolo, vuoi per previa conoscenza o per
associazione, vuoi per l'eccesso stesso dell'eccesso. Cos, anche se
nessun paziente si lamenter certo di sentirsi molto bene, pu darsi
che qualcuno s'insospettisca se si sente troppo bene.
Questo era un tema centrale, e (per cos dire) crudele, di
"Awakenings": che pazienti da molti decenni gravemente ammalati e con
gravissimi deficit potessero improvvisamente e come per miracolo
sentirsi bene, solo per passare da questo stato ai rischi e alle
tribolazioni causate da un eccesso, da funzioni stimolate ben oltre i
limiti ammissibili. Alcuni se ne rendevano conto, avevano
presentimenti, altri no. Cos Rose R., nel primo impeto di gioia per
la ritrovata salute, esclamava: E' splendido,  meraviglioso!, ma
quando la situazione cominci a precipitare verso la perdita del
controllo, diceva: Non pu durare. Sta arrivando qualcosa di
spaventoso. La stessa cosa era avvertita, con minore o maggiore
chiarezza, dalla maggior parte degli altri pazienti, come Leonard C.,
per esempio, quando pass dalla pienezza all'eccesso: la sua
abbondanza di salute e di energia - di "grazia", come la chiamava lui
- divenne sovrabbondanza e cominci ad assumere caratteri esagerati.
La sua sensazione di armonia, di naturalezza, di controllo spontaneo,
lasci il posto a un senso di pienezza eccessiva... di un'enorme
eccedenza, di grande "pressione", di... (di ogni cosa), che
minacciava di disintegrarlo, di farlo scoppiare.
E' questo insieme il dono e il tormento, la felicit e l'angoscia
conferiti dall'eccesso. E i pazienti pi percettivi vivono questa
situazione come problematica e paradossale: Ho troppa energia diceva
un paziente affetto da sindrome di Tourette. Tutto  troppo
splendente, troppo forte, troppo tutto. E' una energia febbrile, una
luminosit morbosa.
Pericoloso benessere, luminosit morbosa, un'euforia ingannevole
sotto la quale si spalancano abissi:  questa la trappola promessa e
minacciata dall'eccesso, tesa a volte dalla Natura, sotto forma di una
qualche turba inebriante, a volte da noi stessi, sotto forma di una
qualche esaltante tossicodipendenza.
In queste situazioni, il dilemma umano  di tipo particolarissimo,
poich i pazienti si trovano di fronte a una malattia che  seduzione,
a qualcosa di molto lontano dalla malattia tradizionalmente intesa
come sofferenza o tormento, qualcosa di molto pi ambiguo. E nessuno,
assolutamente nessuno,  immune da tali bizzarrie, da tali oltraggi.
Nei disordini di eccesso vi pu essere una sorta di collusione: il s
viene sempre pi allineato e identificato con la malattia, per cui
alla fine sembra perdere ogni esistenza autonoma ed essere solo un
prodotto di quella. Questo "timore"  espresso da Ray dei mille tic
(capitolo 10) quando dice: Io sono fatto di tic, di tic e
nient'altro,o quando immagina un'ipertrofia mentale, un
tourettoma, che arrivi a inghiottirlo. Per lui, con il suo io forte
e una sindrome di Tourette relativamente blanda, non esisteva, in
realt, nessun pericolo del genere. Ma per pazienti con un io debole o
non sviluppato, unito a una malattia di devastante gravit, esiste il
rischio molto reale di una simile possessione o spossessamento. E'
un argomento che sfioro nel capitolo 14, La posseduta.
...
.
...
10.
RAY DEI MILLE TIC.
...
.
...
Nel 1885 un discepolo di Charcot, Gilles de la Tourette, descrisse la
straordinaria sindrome che ora porta il suo nome. La sindrome di
Tourette, come venne immediatamente chiamata,  caratterizzata da un
eccesso di energia nervosa e da una smodata produzione di gesti e
atteggiamenti bizzarri: tic, scatti, manierismi, smorfie, versacci,
imprecazioni, imitazioni involontarie e ogni sorta di ossessioni,
uniti a un singolare e dispettoso senso dell'umorismo e a una tendenza
a comportamenti buffoneschi e stravaganti. Nelle sue forme pi acute
la sindrome di Tourette interessa ogni aspetto della vita affettiva,
istintuale e immaginativa; nelle sue forme pi blande, e forse pi
diffuse, pu limitarsi a movimenti e impulsivit fuori del comune, ma
anche qui con qualche elemento di bizzarria. Fu ben riconosciuta e
ampiamente documentata negli ultimi anni del secolo scorso, perch
allora fioriva una neurologia di ampio respiro che non esitava a
collegare l'organico con lo psichico. Per Tourette e per i suoi
colleghi questa sindrome era palesemente una specie di possessione in
cui il malato era dominato da impulsi e stimoli primitivi; ma anche
una possessione con base organica, una turba neurologica ben definita
(anche se non identificata).
Negli anni che seguirono immediatamente la pubblicazione degli studi
originali di Tourette furono descritti centinaia di casi di questa
sindrome, e non ce n'era uno che fosse uguale all'altro. Fu allora
evidente che esistevano forme blande e benigne e forme terribilmente
grottesche e violente. Fu anche evidente che certuni potevano
'prendere' la sindrome di Tourette e accoglierla in una personalit
spaziosa, traendo persino vantaggio dalla velocit di pensiero, di
associazione e di invenzione che si accompagnano ad essa, mentre altri
potevano essere davvero posseduti, incapaci di conquistarsi una vera
identit fra le spaventose pressioni e il caos degli impulsi
tourettici. C'era sempre, come notava Lurija a proposito del suo
paziente che non dimenticava nulla, un conflitto fra un esso e un
io.
Charcot e i suoi allievi, tra i quali, oltre a Tourette, c'erano Freud
e Babinski, furono tra gli ultimi esponenti della loro professione ad
avere una visione unitaria di corpo e anima, di esso e io, di
neurologia e psichiatria. Con la frattura, prodottasi alla fine del
secolo, fra una neurologia senz'anima e una psicologia senza corpo,
scomparve ogni possibilit di comprendere la sindrome di Tourette.
Anzi, sembr che essa fosse scomparsa, e nella prima met di questo
secolo ne furono registrati pochissimi casi. Alcuni medici la
consideravano addirittura mitica, un prodotto della colorita
fantasia di Tourette, e i pi non ne avevano mai sentito parlare.
Venne dimenticata, proprio come accadde alla grande epidemia di
malattia del sonno degli Anni Venti.
L'oblio in cui cadde la sindrome di Tourette e quello in cui cadde la
malattia del sonno (encefalite letargica) hanno molto in comune.
Entrambe le turbe erano eccezionali e avevano dell'incredibile, almeno
per una medicina di anguste vedute. Non trovavano posto nelle
strutture convenzionali della medicina, e perci furono dimenticate e
scomparvero misteriosamente. Ma esiste un nesso molto pi stretto,
che fu intravisto negli Anni Venti e che riguarda le forme
ipercinetiche o convulse assunte talvolta dall'encefalite letargica:
all'inizio della malattia, questi pazienti mostravano di solito una
crescente eccitazione mentale e fisica, movimenti violenti, tic, ogni
sorta di ossessioni. Poco tempo dopo, inaspettatamente, cadevano
vittime di un destino contrario, un sonno totale simile a trance,
nel quale li trovai ancora immersi quarant'anni dopo.
Nel 1969 somministrai a questi pazienti affetti da malattia del sonno
o postencefalitici, della L-dopa, un precursore del neurotrasmettitore
dopamina, che nel loro cervello aveva subto un forte calo. Il
risultato fu una completa trasformazione. Dapprima si svegliavano
dal torpore e ritrovavano la salute, quindi passavano al polo opposto,
quello dei tic e delle convulsioni. Fu la mia prima esperienza con
sindromi simili alla sindrome di Tourette: eccitazione sfrenata e
impulsi violenti spesso uniti a un umorismo strambo e buffonesco.
Incominciai a parlare di tourettismo, anche se non avevo mai visto
un paziente con sindrome di Tourette.
All'inizio del 1971 il Washington Post, che si era interessato al
risveglio dei miei pazienti postencefalitici, mi chiese quali
fossero ora le loro condizioni. Sono alla fase dei tic fu la mia
risposta. Questo li indusse a pubblicare un articolo sui tic, in
seguito al quale ricevetti innumerevoli lettere che passai per la
maggior parte ai miei colleghi. Ma ci fu un paziente che acconsentii a
vedere: Ray.
Il giorno dopo aver visto Ray, mi parve di notare per strada, nel
centro di New York, tre tourettici. Ne fui stupefatto, perch la
sindrome di Tourette era creduta rarissima. Avevo letto che la sua
incidenza era di uno su un milione ma, a quanto pareva, in un'ora ne
avevo visti tre esempi. Caddi in uno stato di grande agitazione e
sconcerto: era possibile che io avessi trascurato questa sindrome, che
non mi fossi accorto delle persone affette da essa o le avessi
definite genericamente nervose, strambe, in preda a spasmi? Era
possibile che nessuno le avesse notate? Era possibile che la sindrome
di Tourette non fosse rara, ma anzi piuttosto diffusa, mille volte di
pi, diciamo, di quanto si supponesse prima? Il giorno seguente, senza
cercarli di proposito, vidi per strada altri due tourettici. A questo
punto, colto da umorismo bizzarro, mi dissi: mettiamo che la sindrome
di Tourette sia molto diffusa ma poco riconosciuta, e che per, una
volta riconosciuta, la si noti facilmente e di continuo. (1) Mettiamo
che uno di questi tourettici ne riconosca un altro, e i due ne
riconoscano un terzo, e questi tre un quarto, finch, di
riconoscimento in riconoscimento, se ne trovi uno stuolo: fratelli e
sorelle nella patologia, una nuova specie in mezzo a noi, uniti dal
mutuo riconoscimento e da un interesse comune. Non potrebbe cos
costituirsi, per aggregazione spontanea, un'intera associazione di
newyorkesi affetti da sindrome di Tourette?
Tre anni dopo, nel 1974, scoprii che la mia fantasia era diventata
realt: era davvero nata una Tourette's Syndrome Association. A
quell'epoca contava cinquanta membri; ora, a distanza di sette anni,
ne ha alcune migliaia. Questo sbalorditivo aumento va ascritto tutto
agli sforzi dell'associazione, sebbene essa sia formata solo dei
pazienti, dei loro parenti e dei loro medici. L'associazione ha
trovato mille modi per far conoscere (o pubblicizzare, nel senso
migliore della parola) la difficile situazione dei tourettici. Al
posto dell'indifferenza o della ripugnanza di cui i tourettici sono
stati cos spesso oggetto ha suscitato interesse e partecipazione
responsabili e ha incoraggiato ricerche di ogni tipo, da quelle
fisiologiche, a quelle sociologiche: ricerche sulla biochimica del
cervello dei tourettici; sui fattori, genetici e non, che possono
contribuire a determinare la sindrome di Tourette; sulle associazioni
e le reazioni abnormemente veloci e indiscriminate che la
caratterizzano. Sono state messe in luce strutture istintuali e
comportamentali di tipo evolutivamente e persino filogeneticamente
primitivo. Si sono fatte ricerche sul linguaggio del corpo, sulla
grammatica e sulla struttura linguistica dei tic; vi sono state
inaspettate scoperte sulla natura dell'imprecazione e della battuta di
spirito (caratteristiche anche di alcune altre turbe neurologiche); e,
non ultimi, ci sono stati studi sull'interazione dei tourettici con i
familiari e con gli altri, e sulle strane disavventure che possono
intervenire in questi rapporti. Gli sforzi dell'associazione, coronati
da notevole successo, sono parte integrante della storia della
sindrome di Tourette e nel loro genere non hanno precedenti: non era
mai successo che fossero i pazienti ad aprire la strada alla
conoscenza e a farsi promotori attivi e intraprendenti della
comprensione e della cura della loro malattia.
Ci che  emerso in questi ultimi dieci anni, in gran parte sotto
l'egida e lo stimolo dell'associazione,  una chiara conferma
dell'intuizione di Gilles de la Tourette che questa sindrome ha
effettivamente una base neurologica organica. Nella sindrome di
Tourette, come nel parkinsonismo e nella corea, l'esso riflette ci
che Pavlov chiamava la forza cieca della subcorteccia, un disturbo
delle parti primitive del cervello che governano l'energia e
l'iniziativa. Nel parkinsonismo, che colpisce la mobilit ma non
l'azione in quanto tale, il disturbo  situato nel mesencefalo e nelle
sue connessioni. Nella corea, che  un caos di quasi-azioni
frammentarie, il disturbo  situato nei livelli superiori dei gangli
basali. Nella sindrome di Tourette, dove c' eccitazione delle
emozioni e delle passioni, una turba delle basi primarie, istintuali,
del comportamento, il disturbo pare situato ai livelli pi alti del
cervello antico: il talamo, l'ipotalamo, il sistema limbico e
l'amigdala, dove hanno sede le determinanti affettive e istintuali di
base della personalit. Sicch la sindrome di Tourette, dal punto di
vista patologico non meno che clinico, costituisce una specie di
anello mancante fra il corpo e la mente, e si trova, per cos dire,
a met strada fra la corea e la mania. Come nelle rare forme
ipercinetiche dell'encefalite letargica, e in tutti i pazienti
postencefalitici sovraeccitati dalla L-dopa, i pazienti con sindrome
di Tourette, o tourettismo, derivante da qualsiasi altra causa
(ictus, tumori cerebrali, intossicazioni o infezioni) sembrano avere
nel cervello un eccesso di trasmettitori eccitatori, specialmente del
trasmettitore dopamina. E come i pazienti parkinsoniani letargici
necessitano di una maggiore quantit di dopamina per essere destati,
come i miei pazienti postencefalitici furono risvegliati dal
precursore della dopamina, la L-dopa, cos nei pazienti frenetici e
tourettici si  dovuta ridurre la dopamina con un suo antagonista, ad
esempio il farmaco aloperidolo.
D'altra parte, nel cervello dei tourettici non vi  solo eccesso di
dopamina, cos come in quello dei parkinsoniani non vi  solo una
carenza della stessa. Vi sono anche variazioni molto pi sottili e
diffuse, come appunto ci si aspetta in una turba che pu alterare la
personalit: le vie dell'anormalit sono innumerevoli e sottili,
cambiano da paziente a paziente, e di giorno in giorno in ciascun
paziente. L'aloperidolo pu essere una risposta alla sindrome di
Tourette, ma n questo n un qualsiasi altro farmaco pu essere la
risposta perfetta, cos come non lo  la L-dopa per il parkinsonismo.
Vi deve dunque essere, complementare a ogni approccio puramente
farmacologico o medico, un approccio esistenziale: in particolare 
necessario avere la sensibilit di riconoscere che l'esibizione
teatrale, l'arte e la musica sono essenzialmente sane e libere, e
quindi antagoniste delle ossessioni e delle pulsioni primitive, della
forza cieca della subcorteccia di cui soffrono questi pazienti.
L'immobilizzato parkinsoniano pu cantare e ballare, e quando lo fa 
completamente libero dalla sua malattia; e anche il sovraeccitato
tourettico, quando canta, suona o fa il suo teatrino, si libera del
tutto della sua sindrome. Qui l'io sconfigge e domina l'esso.
Fra il 1973 e il 1977, anno della sua morte, ebbi il privilegio di
corrispondere con il grande neuropsicologo A.R. Lurija, e gli inviai
spesso osservazioni e registrazioni riguardanti la sindrome di
Tourette. In una delle sue ultime lettere egli mi scrisse: Questo ha
un'importanza davvero enorme. La comprensione di una tale sindrome
amplier necessariamente, e di molto, la nostra comprensione della
natura umana in generale... Non conosco nessun'altra sindrome che
abbia un interesse paragonabile.
Quando lo vidi per la prima volta, Ray aveva ventiquattro anni. Era
afflitto da molteplici tic di estrema violenza i quali, presentandosi
a scariche ogni pochi secondi, lo rendevano praticamente invalido. Ne
andava soggetto dall'et di quattro anni ed era rimasto pesantemente
segnato dalla curiosit che essi suscitavano, anche se la sua notevole
intelligenza, il suo spirito, la sua forza di carattere e il suo senso
della realt gli consentirono di compiere gli studi scolastici e
universitari e di conquistarsi la stima e l'affetto di un gruppetto di
amici e della moglie. Dopo la laurea, per, era stato licenziato una
dozzina di volte (sempre a causa dei suoi tic, mai per incompetenza),
si trovava sempre in qualche guaio, di solito a causa della sua
insofferenza, della sua combattivit e della sua scurrile e
spettacolosa faccia tosta, e aveva messo a volte in pericolo il suo
matrimonio perch nei momenti di eccitazione sessuale si lasciava
sfuggire involontarie esclamazioni come porca puttana! o merda!.
Aveva una notevole sensibilit musicale (come molti tourettici), e
forse non sarebbe riuscito a sopravvivere, emotivamente ed
economicamente, se non fosse stato un autentico virtuoso di batteria
jazz, famoso per le sue subitanee e sfrenate improvvisazioni che
scaturivano da un tic o da un frenetico scatenamento su un tamburo e
diventavano all'istante il nucleo di una splendida e selvaggia
creazione ritmica,cos che l'imprevisto intruso veniva
brillantemente volto a suo vantaggio. Il suo tourettismo lo
avvantaggiava anche in vari giochi, specialmente nel ping-pong, in cui
eccelleva, in parte grazie alla sua eccezionale rapidit di riflessi e
di reazione, ma soprattutto, anche qui, a causa di improvvisazioni,
tiri subitanei, nervosi, "frivoli" (per usare le sue parole) che,
giungendo inaspettati, prendevano alla sprovvista e praticamente non
consentivano alcuna ribattuta. Gli unici momenti in cui i suoi tic lo
abbandonavano erano subito dopo il coito e nel sonno; oppure quando
nuotava o cantava o lavorava, in modo regolare e ritmico, e trovava
una melodia cinetica, una attivit libera da tensione, libera da
tic... insomma, libera.
Sotto una superficie esuberante, dirompente, clownesca, Ray era un
uomo profondamente serio - e disperato. Non aveva mai sentito parlare
dell'Associazione Tourettici (che in realt a quell'epoca esisteva
appena) n dell'aloperidolo. Si era diagnosticato da solo la sindrome
di Tourette dopo aver letto l'articolo sui tic del Washington Post.
Quando confermai la diagnosi e parlai di ricorrere all'aloperidolo, si
mostr entusiasta, ma anche cauto. Feci un test per iniezione ed egli
rivel una straordinaria sensibilit al farmaco: per un periodo di due
ore dopo che gliene ebbi somministrato non pi di un ottavo di
milligrammo fu praticamente libero dai tic. In seguito a questo
incoraggiante tentativo iniziai il trattamento, prescrivendo una dose
di un quarto di milligrammo tre volte al giorno.
La settimana seguente torn con un occhio pesto e il naso rotto e
disse: Grazie tante per il suo fottuto aloperidolo. Era bastata
quella dose minima, disse, per distruggere il suo equilibrio,
intralciare la sua velocit di movimento, il suo tempismo, i suoi
riflessi eccezionalmente rapidi. Come molti tourettici, era attratto
dalle cose rotanti e in particolare dalle porte girevoli dove entrava
e usciva con la rapidit di un lampo: sotto l'effetto dell'aloperidolo
aveva perso questa sua abilit, aveva calcolato male i suoi movimenti
e si era preso la porta sul naso. Inoltre, molti suoi tic, lungi dallo
scomparire, si erano semplicemente rallentati e si protraevano a
dismisura: gli succedeva di rimanere pietrificato a met di un tic,
come si espresse, e trovarsi in posizioni quasi catatoniche (una volta
Ferenczi defin la catatonia il contrario dei tic e propose che questi
venissero chiamati cataclonia). Anche con una dose cos bassa, Ray
presentava un quadro di marcato parkinsonismo, distonia, catatonia e
blocco psicomotorio: una reazione che si presentava estremamente
scoraggiante e lasciava supporre non una insensibilit, bens una
ipersensibilit, una sensibilit cos patologica, che forse lo
destinava a cadere da un estremo all'altro, dall'accelerazione e dal
tourettismo alla catatonia e al parkinsonismo, senza alcuna
possibilit di trovare una via di mezzo.
Ray era comprensibilmente scoraggiato da questa esperienza, dalle sue
prospettive, come pure da un'altra riflessione che ora espresse.
Mettiamo che lei riesca a eliminare i tic disse. Che cosa
rimarrebbe? Io sono fatto di tic: non rimarrebbe niente. Egli
sembrava, almeno per scherzo, avere uno scarso senso della propria
identit se non come portatore di tic: parlava di se stesso, in
terza persona, come di Ray dei mille tic, aggiungendo di essere cos
incline allo spirito ticchico e al tic spiritoso da non riuscire
quasi a distinguere se fosse un dono o una maledizione. Non riusciva a
immaginare una vita senza sindrome di Tourette, e comunque non era
sicuro che gli sarebbe piaciuta.
Tutto ci mi ricordava moltissimo quello che avevo riscontrato in
alcuni miei pazienti postencefalitici eccessivamente sensibili alla L-
dopa. Nel loro caso avevo tuttavia osservato che questa estrema
sensibilit e instabilit fisiologica poteva essere superata se il
paziente riusciva a condurre una vita ricca e piena: l'equilibrio
esistenziale di una simile vita poteva infatti aiutare a sormontare
un grave squilibrio fisiologico. Sicuro che anche Ray aveva in s
queste possibilit, e che, nonostante le sue affermazioni, non era
irrimediabilmente centrato sulla sua malattia in modo esibizionistico
o narcisistico, proposi di incontrarci ogni settimana per un periodo
di tre mesi. Durante questo periodo avremmo provato a immaginare una
vita senza sindrome di Tourette; avremmo esplorato (anche se solo con
il pensiero e con la nostra sensibilit) quello che la vita poteva
offrire, offrire a lui, senza le attrattive e le attenzioni perverse
della sindrome; avremmo esaminato il ruolo e l'importanza economica
che la sindrome di Tourette aveva per lui e come egli avrebbe potuto
farne a meno. Avremmo indagato su tutto questo per tre mesi e poi
avremmo fatto un altro tentativo con l'aloperidolo.
Seguirono tre mesi di esplorazione profonda e paziente, durante la
quale (spesso lottando contro grandi resistenze, risentimenti e
mancanza di fiducia del paziente in se stesso e nella vita) vennero
alla luce ogni sorta di potenzialit sane e umane, potenzialit che
erano in qualche modo sopravvissute a vent'anni di grave tourettismo e
di una vita ad esso improntata, nascoste nel nucleo pi profondo e pi
forte della personalit. Questa esplorazione profonda fu di per s
entusiasmante e incoraggiante e ci diede almeno una piccola speranza.
Quello che poi accadde super ogni nostra aspettativa e si rivel
tutt'altro che un semplice fuoco di paglia: fu una trasformazione
duratura e permanente della reattivit. Infatti, quando ritentai il
trattamento con l'aloperidolo, nella stessa dose minima della prima
volta, Ray si trov liberato dai tic, senza che vi fossero rilevanti
effetti collaterali negativi, e tale  rimasto in questi nove anni.
Gli effetti dell'aloperidolo, in questo caso, furono miracolosi, ma
ci avvenne solo quando il miracolo fu reso possibile. Gli effetti
iniziali per poco non furono catastrofici; in parte indubbiamente su
base fisiologica, ma anche perch ogni guarigione, o affrancamento
dalla sindrome di Tourette, a quell'epoca sarebbe stato prematuro ed
economicamente impossibile. Ray soffriva della sua sindrome dall'et
di quattro anni e quindi non aveva nessuna esperienza di una qualsiasi
vita normale: era totalmente dipendente dalla sua insolita malattia e
non stupisce che la usasse e sfruttasse in vari modi. Non era pronto a
rinunciare alla sua sindrome e (non posso fare a meno di pensarlo) pu
darsi che non lo sarebbe mai stato senza quei tre mesi di intensa
preparazione, di analisi e riflessioni durissime e profonde che
richiesero uno sforzo di concentrazione tremendo.
Per Ray questi ultimi nove anni sono stati, nell'insieme, felici: una
liberazione al di l di ogni possibile aspettativa. Dopo vent'anni di
restrizioni a causa della sindrome di Tourette e delle pi svariate
costrizioni imposte dalla sua crudele fisiologia, egli ora gode di un
respiro e di una libert che non avrebbe mai ritenuto possibili (o al
massimo, durante la nostra analisi, solo teoricamente possibili). Il
suo matrimonio  affettuoso e saldo, e ne  nato anche un figlio. Ha
molti amici che gli vogliono bene e lo stimano come persona, e non
semplicemente come uno straordinario clown tourettico;  un membro
attivo della sua comunit e nel lavoro riveste una carica di
responsabilit. Ma restano alcuni problemi, problemi forse
inseparabili dall'essere un tourettico, e dall'assunzione di
aloperidolo.
Sul lavoro e durante la settimana lavorativa Ray, sotto l'azione
dell'aloperidolo, rimane calmo, composto, perbene, come egli
descrive il suo io aloperidolico. E' lento e ponderato nei movimenti
e nei giudizi, senza l'insofferenza e l'impetuosit che mostrava prima
del trattamento, ma anche senza nessuna delle sue sfrenate
improvvisazioni e ispirazioni. Anche i suoi sogni sono di qualit
diversa: puro e semplice appagamento di desiderio, dice senza
nessuna delle elaborazioni, degli eccessi della sindrome di Tourette.
E' meno acuto, ha la risposta meno pronta, non  pi spumeggiante di
tic spiritosi o di spirito ticchico. Non si diverte n eccelle pi
nel ping-pong e in altri giochi; non avverte pi quell'impellente
istinto omicida, l'istinto di vincere, di battere l'altro;  meno
competitivo, dunque, e anche meno giocoso; ha perso l'impulso, o
l'abilit, di compiere quelle improvvise mosse frivole che
coglievano tutti di sorpresa. Ha perso le sue oscenit, la sua
scurrile facciatosta, la sua grinta. Avverte sempre di pi che
qualcosa  andato perduto.
Ma l'aspetto pi importante e pi incapacitante, perch riguarda una
cosa che era vitale per lui, come sostentamento e come espressione
della sua creativit,  stata la scoperta che l'aloperidolo attutiva
e banalizzava il suo talento musicale; era sempre un buon batterista,
ma mancava di energia, di entusiasmo, di esuberanza, di gioia. Non
aveva pi tic, non gli veniva pi l'impulso di colpire la batteria, ma
nemmeno conosceva pi le ondate di sfrenata creativit.
Quando questo gli fu chiaro, Ray ne discusse con me e prese
un'importante decisione: avrebbe fatto diligente uso di aloperidolo
durante la settimana lavorativa, ma nel fine settimana avrebbe
interrotto l'assunzione e si sarebbe sfogato. E cos fa da tre anni.
Adesso ci sono due Ray, quello che prende l'aloperidolo e quello che
non lo prende. Da luned a venerd c' il sobrio cittadino, l'uomo
calmo e ponderato; il sabato e la domenica c' il Ray dei mille tic,
frivolo, frenetico, ispirato. E' una strana situazione, e Ray  il
primo ad ammetterlo:
La sindrome di Tourette ti mette su di giri,  come essere sempre
ubriachi. L'aloperidolo ti intorpidisce, ti rende assennato e sobrio,
e nessuno dei due stati  veramente libero... Voi "normali" che nel
vostro cervello avete sempre i trasmettitori giusti al posto giusto, e
al momento giusto, avete sempre a disposizione tutti i sentimenti,
tutti gli stili: gravit, esaltazione, tutto quello che il momento
richiede. Noi tourettici no: siamo costretti all'esaltazione dalla
nostra sindrome e costretti alla seriet quando prendiamo
l'aloperidolo. Voi siete liberi, avete un equilibrio naturale: noi
dobbiamo cavarcela come meglio possiamo con un equilibrio
artificiale.
Ray se la cava, e ha una vita piena, malgrado la sindrome di Tourette,
l'aloperidolo, la mancanza di libert e l'artificio, e bench sia
stato privato di quel diritto alla libert naturale di cui gode la
maggior parte di noi. Ma ha imparato dalla sua malattia e, in un certo
modo, l'ha trascesa. Direbbe con Nietzsche: Ho attraversato molti
tipi di salute, e continuo a farlo... E quanto alla malattia: non
siamo piuttosto tentati di chiederci se potremmo davvero farne a meno?
Solo il grande dolore  il liberatore ultimo dello spirito.
Paradossalmente Ray, privato della salute fisiologica naturale e
animale, ha trovato una nuova salute, una nuova libert attraverso le
vicissitudini cui  soggetto. Ha raggiunto quello che Nietzsche amava
chiamare la Grande Salute: un raro senso dell'umorismo, coraggio e
spirito di adattamento; e questo nonostante sia afflitto dalla
sindrome di Tourette. O forse proprio per questo.


NOTE.

Nota 1. Una situazione molto simile si verific con la distrofia
muscolare, che non fu mai osservata finch Duchenne non la descrisse
intorno al 1855. In seguito alla sua descrizione originaria, gi nel
1860 erano state riconosciute e descritte varie centinaia di casi,
tanto che Charcot disse: Come  possibile che una malattia cos
comune, cos diffusa e riconoscibile al primo sguardo, una malattia
che indubbiamente  sempre esistita, come  possibile che venga
riconosciuta solo ora? Perch abbiamo avuto bisogno di Duchenne per
aprire gli occhi?.




11.
LA MALATTIA DI CUPIDO.

Qualche tempo fa si present alla nostra clinica Natasha K., una
sveglia novantenne, la quale ci raccont come subito dopo il suo
ottantottesimo compleanno avesse notato un cambiamento. Che tipo di
cambiamento? chiedemmo.
Un cambiamento fantastico! esclam lei. Una meraviglia! Mi sentivo
pi energica, pi viva... mi sentivo tornata giovane. Ho cominciato a
interessarmi ai giovanotti, a sentirmi, come dire, "pimpante": ecco,
s, pimpante.
E questo costituiva un problema?.
No, non sulle prime. Mi sentivo bene, VERAMENTE bene: perch dovevo
pensare che qualcosa non andasse?.
E poi?.
Poi i miei amici incominciarono a preoccuparsi. Dapprima dissero:
"Hai un'aria raggiante, si direbbe quasi che tu sia entrata in una
nuova vita!", ma poi incominciarono a pensare che la cosa fosse un
po'... sconveniente. "Sei sempre stata cos timida" dissero "e adesso
ti metti a fare la civetta. Quelle tue risatine, le storielle che
racconti... alla tua et, ti pare che stia bene?".
E lei?.
Io naturalmente ci sono rimasta. Mi ero lasciata trasportare e non
avevo pensato di chiedermi che cosa stesse succedendo. Ma a quel punto
ho cominciato a riflettere. Mi son detta: "Natasha, hai ottantanove
anni e questa faccenda ormai dura da un anno. Sei sempre stata cos
schiva nei tuoi sentimenti, e adesso questa stravaganza! Sei vecchia,
sei vicina alla fine. Che cosa pu giustificare questa improvvisa
euforia?". E non appena pensai all'euforia, la faccenda assunse un
nuovo aspetto... "Sei malata, cocca" mi dissi. "Ti senti TROPPO BENE,
devi per forza essere malata!".
Malata? Una malattia emotiva? Psichica?.
No, non emotiva: fisica. Era qualcosa nel mio corpo, nel mio
cervello, che mi faceva sentire su di giri. E poi ho pensato:
accidenti,  la malattia di Cupido!.
La malattia di Cupido? feci eco senza capire. Non ne avevo mai
sentito parlare.
S, la malattia di Cupido... la sifilide, no? Circa settant'anni fa
ero in un bordello, a Salonicco, e mi presi la sifilide: un sacco di
ragazze ce l'aveva, la chiamavamo malattia di Cupido. Fu mio marito a
salvarmi: mi tir fuori e mi fece curare. La penicillina naturalmente
era ancora di l da venire. E' possibile che mi abbia riacchiappato,
dopo tutti questi anni?.
Fra l'infezione primaria e la comparsa della neurosifilide pu esservi
un periodo di latenza lunghissimo, specialmente se l'infezione
primaria  stata repressa, non eliminata. Ho avuto un paziente, curato
da Ehrlich in persona col Salvarson, il quale svilupp una tabe
dorsale (una forma di neurosifilide) pi di cinquant'anni dopo.
Ma non avevo mai sentito parlare di un intervallo di SETTANT'ANNI, n
di un'autodiagnosi di sifilide cerebrale formulata con tanta calma e
lucidit.
E' un'ipotesi straordinaria risposi dopo un momento di riflessione.
Non mi sarebbe mai venuta in mente, ma forse lei ha ragione.
E l'aveva davvero. Il liquido spinale risult positivo: aveva la
neurosifilide, erano proprio gli spirocheti a stimolare la sua
vecchissima corteccia cerebrale. A questo punto sorse la questione
della cura. Ma qui si present un altro dilemma, avanzato con tipica
acutezza dalla stessa signora K. Non so se voglio essere curata
disse. E' una malattia, lo so, ma mi ha fatto sentire bene. E' stata
un'esperienza molto piacevole, e lo  tuttora, non voglio negarlo.
Erano vent'anni che non mi sentivo cos viva, cos pimpante. E' stato
divertente. Ma so quando una cosa bella supera i limiti e smette di
essere bella. Ho avuto dei pensieri, degli impulsi, non voglio dire
quali, ma erano... be', imbarazzanti e assurdi. All'inizio era come
essere un po' brilla, un po' su di giri, ma se va avanti ancora un
po'.... Mim un'idiota spastica e sbavante. Ho capito che avevo la
malattia di Cupido, e cos sono venuta da lei. Non voglio che
peggiori, sarebbe orribile; ma non voglio guarire, perch sarebbe
brutto anche questo. Prima di questo pizzicorino, non mi sentivo
pienamente viva. Non potrebbe far qualcosa che mantenga tutto com'?.
Riflettemmo per un po', e per fortuna individuammo con chiarezza la
nostra linea di cura. Le abbiamo somministrato della penicillina, che
ha ucciso gli spirocheti, ma non possiamo fare nulla per annullare i
cambiamenti avvenuti a livello cerebrale, che provocavano le sue
disinibizioni.
Ora la signora K. ha ottenuto entrambe le cose: prova una blanda e
piacevole disinibizione, una liberazione del pensiero e dell'impulso,
senza che vi sia alcuna minaccia di perdita dell'autocontrollo o di un
ulteriore danno alla corteccia. E spera, cos rianimata, ringiovanita,
di vivere fino a cent'anni. E' buffo, dice ma bisogna dire che
Cupido ci sa fare.


Post scriptum.

Recentemente (nel gennaio 1985) ho visto alcuni analoghi dilemmi e
ironie in un altro paziente (Miguel O.), ricoverato all'ospedale di
Stato con la diagnosi di mania, ben presto corretta in quella di
neurosifilide alla fase di eccitazione. Era un uomo semplice, che a
Portorico faceva il bracciante; un lieve impedimento nella parola e
nell'udito gli rendeva difficile esprimersi bene col linguaggio, ma
riusciva a illustrare, a esibire la sua situazione con semplicit e
chiarezza nel disegno.
La prima volta che lo vidi era molto eccitato e quando gli chiesi di
copiare una figura assai semplice, egli produsse con grande verve
un'elaborazione tridimensionale - tale almeno la giudicai, finch lui
mi spieg che era una scatola di cartone aperta, e poi cerc di
disegnarvi dentro dei frutti. Impulsivamente, ispirato dalla sua
fantasia eccitata, aveva ignorato il cerchio e la croce, ma aveva
conservato e concretizzato l'idea di recinzione. Una scatola aperta,
una scatola piena di arance, non era forse molto meglio, non era pi
viva, pi reale, del mio squallido disegno?
Lo rividi alcuni giorni dopo, pieno di energia, attivissimo, euforico:
i pensieri e le emozioni gli sfuggivano come aquiloni presi da una
raffica di vento. Gli chiesi di disegnare la stessa figura. E questa
volta, di getto, senza fermarsi un istante, trasform l'originale in
una figura trapezoidale, in un rombo allungato, poi vi attacc un
filo, e infine aggiunse un bambino. Un bambino con l'aquilone,
aquiloni che volano! esclam eccitato.
Lo vidi per la terza volta di l a qualche giorno e lo trovai un po'
abbattuto, piuttosto parkinsonizzato (gli avevamo somministrato
aloperidolo per sedarlo in attesa degli esami conclusivi del liquido
spinale). Gli chiesi ancora di disegnare la stessa figura, e questa
volta la copi piattamente tale e quale, solo un po' pi piccola (la
micrografia dell'aloperidolo), senza le elaborazioni, l'animazione e
la fantasia delle copie precedenti. Non "vedo" pi niente disse.
Prima sembrava tutto cos reale, cos vivo. Perch quando mi danno le
medicine tutto pare morto?.
Troviamo un'istruttiva analogia nei disegni dei pazienti affetti da
parkinsonismo svegliati dalla L-dopa. Richiesto di disegnare un
albero, il parkinsoniano tende a disegnare uno stecco smilzo e misero,
un albero invernale senza traccia di fogliame. A mano a mano che egli
si riscalda, si rianima,  eccitato dalla L-dopa, l'albero
acquista robustezza, vita, fantasia - e foglie. Se l'eccitazione da L-
dopa sale troppo, l'albero pu assumere forme e contorni
fantasticamente ornati ed esuberanti: butta nuovi rami, si copre di
una chioma rigogliosa fatta di tanti piccoli arabeschi, volute e
riccioli, finch la forma originale non scompare del tutto sotto
un'imponente elaborazione barocca. Disegni simili sono anche piuttosto
caratteristici della sindrome di Tourette - la forma, il pensiero
originali si perdono in una giungla di ornamenti - e nella cosiddetta
"speed-art" dell'anfetaminismo. L'immaginazione viene dapprima
risvegliata, poi eccitata e resa frenetica, fino ad arrivare a un
eccesso inarrestabile.
Che paradosso, che crudelt, che ironia in tutto ci, in una vita
interiore e un'immaginazione immerse in un grigio torpore che solo
un'ebbrezza artificiale o una malattia possono spezzare!
Proprio questo paradosso era al centro di "Awakenings", un paradosso
che  anche responsabile della seduzione esercitata dalla sindrome di
Tourette (si vedano i capitoli 10 e 14) e certo della peculiare
incertezza con cui si guarda a una droga come la cocaina (che come si
sa, analogamente alla L-dopa o alla sindrome di Tourette, aumenta la
dopamina del cervello). Di qui anche il sorprendente commento di Freud
sulla cocaina: il senso di benessere e di euforia da essa indotto ...
non differisce in alcun modo dalla normale euforia della persona
sana... In altre parole, si  del tutto normali, e ben presto 
difficile credere di essere sotto l'effetto di una droga.
La stessa valutazione paradossale pu riguardare le stimolazioni
elettriche del cervello: esistono epilessie che hanno effetto
eccitante e danno assuefazione - e che possono essere autoindotte
ripetutamente da coloro che ne vanno soggetti (cos come i ratti cui
siano stati impiantati elettrodi cerebrali stimolano compulsivamente i
centri di piacere del proprio cervello); ma vi sono altre epilessie
che portano pace e benessere autentico. Lo stato di benessere pu
essere autentico anche se la causa  una malattia. E questo benessere
paradossale porta a volte persino un beneficio duraturo, come nel caso
della signora O'C. e della sua strana reminiscenza convulsiva
(capitolo 15, Reminiscenza).
Qui ormai navighiamo in acque sconosciute, dove pu accadere di dover
capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia pu
essere benessere e la normalit malattia, dove l'eccitazione pu
essere schiavit o liberazione e dove la realt pu trovarsi
nell'ebbrezza, non nella sobriet. E' veramente il regno di Cupido e
di Dioniso.
...
.
...
12.
UNA QUESTIONE D'IDENTITA'.
...
.
...
Che cosa le do, oggi? dice sfregandosi le mani. Due etti di crudo?
Un po' di affumicato?.
(Evidentemente mi vedeva come un cliente; spesso rispondeva al
telefono del reparto con un: Gastronomia Thompson).
Oh, signor Thompson! esclamo io. Per chi mi prende?.
Buon Dio, con questa luce non ci si vede proprio: ti avevo scambiato
per un cliente, caro il mio vecchio Tom! Io e l'amico Tom Pitkins
sussurra all'infermiera andavamo sempre alle corse insieme.
Si sbaglia di nuovo, signor Thompson.
Eh gi continua lui, per niente turbato. Perch porteresti un
grembiule bianco se fossi Tom? Sei Hymie, il macellaio kasher qui di
fianco. Per non hai macchie di sangue sul grembiule. Pochi affari,
oggi? Alla fine della settimana sembrerai uscito da un mattatoio!.
Sentendomi anch'io quasi risucchiato in questo vortice di identit,
giocherello con lo stetoscopio che mi ciondola dal collo.
Uno stetoscopio! esplode Thompson. E vuoi far credere di essere
Hymie! Adesso voi meccanici vi date arie di dottori, coi vostri camici
bianchi e gli stetoscopi! Lo usate per auscultare le auto, lo
stetoscopio? E cos sei il mio vecchio amico Manners del distributore
Mobil qui all'angolo. Be', entra che ti do il tuo panino con la
mortadella....
William Thompson si sfreg ancora le mani, da perfetto salumiere, e
cerc con lo sguardo il banco. Non trovandolo, mi sbirci di nuovo con
aria strana.
Dove sono? chiese, con un lampo di sgomento negli occhi. Credevo di
essere nel mio negozio, dottore. Devo essermi distratto... Vuole che
mi tolga la camicia per auscultarmi, come al solito, vero?.
No, non come al solito. Non sono il suo solito dottore.
E' vero, non lo . L'ho capito subito. Lei non  il solito dottore
che viene a tamburellarmi sul torace. E poi, perdio, lei ha la barba!
Sembra Sigmund Freud. Non sar mica diventato matto?.
No, signor Thompson. Non  diventato matto. C' solo un piccolo
problema di memoria, una difficolt a ricordare e riconoscere le
persone.
E' un po' che la memoria mi gioca qualche scherzo ammise. A volte
mi sbaglio, scambio una persona per l'altra... Be', che cosa le do?
Affumicato o crudo?.
Succedeva cos ogni volta,con qualche variazione,con
improvvisazioni, sempre rapide, spesso buffe, a volte brillanti e
tutto sommato tragiche. Nel giro di cinque minuti il signor Thompson
mi identificava - mi pseudoidentificava, mi confondeva - con una
dozzina di persone diverse. Galoppava disinvoltamente da una
supposizione, un'ipotesi, una convinzione all'altra, senza mai
mostrare la minima incertezza non sapeva mai chi io fossi o che cosa e
dove fosse lui: un ex salumiere, con una grave sindrome di Korsakov,
ricoverato in una clinica neurologica.
Non ricordava nulla per pi di qualche secondo. Era costantemente
disorientato, costantemente sull'orlo di abissi di amnesia che per
scavalcava agilmente lanciandosi in chiacchierate e fantasie di ogni
sorta. Ma per lui non erano fantasie, bens il modo in cui
all'improvviso vedeva o interpretava il mondo. Non potendone
tollerare, o ammettere, nemmeno per un istante, il flusso e
l'incoerenza intrinseci li sostituiva con questa strana e delirante
quasi-coerenza, e con il suo fuoco di fila di invenzioni sempre nuove,
incessanti, inconsce, improvvisava di continuo un mondo attorno a s:
un mondo da mille e una notte, una fantasmagoria, un sogno, di
persone, figure, situazioni sempre diverse, in continue mutazioni e
trasformazioni caleidoscopiche. Per il signor Thompson, tuttavia,
questo non era un tessuto di sempre nuove fantasie e illusioni
evanescenti, bens un mondo affatto normale, stabile e concreto. Per
LUI non c'era nessun problema.
Una volta il signor Thompson usc a fare un giretto; all'uscita
principale diede il nome di Reverendo William Thompson, chiam un
taxi e si prese un giorno di libert. Il tassista, con cui parlammo in
seguito, disse di non aver mai avuto un passeggero cos simpatico. Il
signor Thompson gli aveva raccontato una storia dopo l'altra, storie
personali straordinarie, piene di avventure fantastiche. Sembrava che
fosse stato dappertutto, avesse fatto di tutto, incontrato tutti.
Stentavo a credere che in una sola vita si potessero fare tutte quelle
cose disse. Non  esattamente una sola vita rispondemmo. E' una
faccenda molto strana, una questione d'identit. (1)
Jimmie G., un altro paziente con sindrome di Korsakov che ho gi
ampiamente descritto (capitolo 2), a quell'epoca era da molto tempo
sbollito e pareva essersi stabilizzato in uno stato di smarrimento
permanente (o forse di sogno o di reminiscenza di un passato che aveva
tutta la parvenza di un presente). Ma il signor Thompson, che aveva da
poco lasciato l'ospedale - la sua sindrome di Korsakov era esplosa
solo tre settimane prima, con febbre alta, delirio e incapacit di
riconoscere i familiari - era ancora in bollore, era ancora in un
delirio di loquacit quasi frenetica (del tipo a volte chiamato
psicosi di Korsakov, bench in realt non sia affatto una psicosi) e
creava di continuo un mondo e un s in sostituzione di ci che andava
di continuo dimenticato e perduto. Una frenesia del genere pu mettere
in evidenza capacit inventive e fantastiche eccezionali, un vero e
proprio genio dell'invenzione, poich un tale paziente "deve
letteralmente inventare se stesso (e il proprio mondo) ad ogni
istante". Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto
interiore, la cui continuit, il cui senso  la nostra vita. Si
potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che
questo racconto  noi stessi, la nostra identit.
Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: Qual  la sua
storia, la sua storia vera, intima?, poich ciascuno di noi  una
biografia, una storia. Ognuno di noi  un racconto peculiare,
costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di
noi - attraverso le nostre percezioni, i nostri sentimenti, i nostri
pensieri, le nostre azioni; e, non ultimo, il nostro discorso, i
nostri racconti orali. Da un punto di vista biologico, fisiologico,
noi non differiamo molto l'uno dall'altro; storicamente, come
racconti, ognuno di noi  unico.
Per essere noi stessi, dobbiamo AVERE noi stessi - possedere, se
necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo
ripetere noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il
dramma interiore, il racconto di noi stessi. L'uomo HA BISOGNO di
questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la
sua identit, il suo s.
Questo bisogno narrativo ci d forse la chiave per spiegare
l'affabulazione disperata del signor Thompson, la sua verbosit.
Privato di continuit, di un racconto interiore calmo e ininterrotto,
egli  spinto a una sorta di frenesia narrativa - di qui, le sue
storie incessanti, le confabulazioni, la mitomania. Incapace di
conservare un racconto o una continuit autentici, incapace di
conservare un autentico mondo interiore, egli  indotto a un
proliferare di pseudoracconti, a una pseudocontinuit, a pseudomondi
popolati di pseudopersone, fantasmi.
Come vive questa situazione il signor Thompson? A un giudizio
superficiale, lo si direbbe un personaggio dalla comicit
effervescente. La gente lo trova un comico nato. Ed effettivamente
vi  una buona dose di farsesco in una tale situazione, che potrebbe
anzi fornire lo spunto per un romanzo comico. (2) La situazione 
comica, ma oltre che comica  anche terribile. Poich ci troviamo qui
di fronte a un uomo che in un certo senso  disperato,  in preda a
una violenta eccitazione. Il mondo scompare continuamente, perde
significato, svanisce - e lui deve cercare un senso, COSTRUIRE un
senso, disperatamente, inventando di continuo, gettando ponti di senso
sopra abissi di insensatezza, sopra il caos che si spalanca
incessantemente sotto di lui.
Ma il signor Thompson sa tutto questo, lo sente? Dopo averlo definito
un comico nato, un tipo spassoso, un mattacchione, la gente
trova in lui qualcosa di inquietante, addirittura di spaventoso. Non
si ferma mai dicono. E' come un uomo in piena corsa, come se
cercasse di afferrare qualcosa che gli sfugge sempre. E in effetti
egli non pu smettere di correre, poich lo squarcio nella memoria,
nell'esistenza, nel significato, non si risana mai, ma deve essere
valicato, deve essere 'rattoppato' ad ogni istante. E i ponti, le
toppe, per quanto geniali, non funzionano - perch sono
confabulazioni, fantasie, che non possono fare le veci della realt, e
nemmeno riescono a corrispondere ad essa. Se ne accorge, il signor
Thompson? Qual  il suo senso della realt?. Prova un continuo
tormento, il tormento di un uomo perso nell'irrealt, che lotta per
salvarsi, ma riesce solo a sprofondare sempre di pi con incessanti
invenzioni e illusioni quanto mai irreali? E' un fatto che egli non 
sereno: il suo volto ha costantemente l'espressione tesa e rigida di
un uomo sotto una ininterrotta pressione interiore; e ogni tanto, non
troppo spesso - e se accade, mascherata - un'espressione di aperto e
patetico smarrimento. Ci che costituisce in un certo senso la sua
salvezza e in un altro senso la sua condanna,  la superficialit
forzata o difensiva della sua vita, quel suo essere ridotta, in
realt, a una superficie: brillante, fremente, iridescente, cangiante,
ma pur sempre una superficie, una massa di illusioni, un delirio,
senza profondit.
E con tutto ci, nessuna sensazione di aver perso la capacit di
sentire, il sentimento, nessuna sensazione di aver perso la
profondit, quella profondit dai mille strati, insondabile,
misteriosa, che in qualche modo definisce l'identit o la realt. E'
questo che colpisce chiunque resti a contatto con lui per qualche
tempo: sotto la sua loquacit disinvolta, sotto la sua stessa frenesia
c' una strana perdita di sensibilit, di quella sensibilit, o
giudizio, che distingue fra reale e irreale, fra vero e non
vero (qui non si pu parlare di menzogne, solo di non verit),
fra importante e futile, rilevante e irrilevante. Ci che viene fuori,
in modo torrenziale, nella sua continua confabulazione ha, in ultima
analisi, una curiosa qualit d'indifferenza... come se quello che lui
dice o quello che dicono o fanno gli altri tutto sommato non avesse
nessuna importanza; come se nulla importasse veramente pi.
Un esempio lampante di ci si ebbe un pomeriggio, allorch William
Thompson, nel bel mezzo di una chiacchierata a ruota libera su tutta
una serie di persone improvvisate sul momento, disse guardando fuori
della finestra: Ecco l mio fratello Bob, con lo stesso tono
eccitato e insieme monotono e indifferente di tutto il suo monologo.
Rimasi senza parole quando, un minuto dopo, da dietro la porta fece
capolino un uomo e disse: Sono Bob, suo fratello. Credo che mi abbia
visto mentre passavo davanti alla finestra. Niente nel tono o nei
modi di William, nello stile esuberante, ma sempre uguale e
indifferente del suo monologo, mi aveva preparato alla possibilit
di... della realt. William aveva parlato di suo fratello, che era
reale, esattamente con lo stesso tono, o mancanza di tono, con cui
aveva parlato dell'irreale - e ora, all'improvviso, dai fantasmi,
sorgeva una figura reale! Ma non era finita: egli non tratt il
fratello come reale, non mostr alcuna reale emozione, non fu
minimamente orientato nel suo delirio, n da esso distolto; anzi,
tratt istantaneamente il fratello come irreale, cancellandolo,
perdendolo in un ulteriore vortice di delirio: un incontro
radicalmente diverso dai rari ma commoventi incontri di Jimmie G. (si
veda il capitolo 2) con suo fratello, durante i quali egli ritrovava
se stesso. Il povero Bob era vivamente sconcertato: Sono Bob, non
Rob, non Dob diceva inutilmente. In mezzo a tutte le confabulazioni -
forse resisteva ancora (o riaffiorava per un istante) qualche filo di
memoria, un ricordo di parentela, una traccia d'identit - William
parl del fratello "maggiore", George, usando come faceva
invariabilmente, il tempo presente.
Ma George  morto da diciannove anni! disse Bob sbalordito.
Eh s, George  il solito burlone! ribatt William, e apparentemente
sordo o indifferente al commento di Bob, continu a chiacchierare di
George nella stessa maniera eccitata e insieme spenta, insensibile
alla verit, alla realt, all'esattezza, a tutto insensibile anche
all'evidente angoscia del fratello vivo che gli stava dinanzi.
Fu questo, pi di ogni altra cosa, a convincermi che in William c'era
una perdita estrema e totale della realt interiore, del sentimento e
del significato, dell'anima, e a indurmi a fare alle infermiere la
stessa domanda che avevo fatto a proposito di Jimmie G.: Credete che
William abbia un'anima? Oppure  stato "svuotato", de-animato dalla
sua malattia?.
Questa volta, tuttavia, la domanda sembr turbarle, come se un
pensiero simile si fosse gi affacciato alla loro mente - non potevano
dire: Giudichi da solo. Osservi Willie in chiesa, perch le sue
spiritosaggini, le sue confabulazioni continuavano anche l. C' in
Jimmie G. un forte pathos, un triste senso di perdita, che non si
avverte, almeno non direttamente, nell'effervescente signor Thompson.
Jimmie ha "stati d'animo" e una specie di meditabonda (o struggente)
tristezza, una profondit, un'anima, che non sembrano presenti nel
signor Thompson. Questi aveva indubbiamente un'anima, come dicevano le
infermiere, un'anima immortale, in senso teologico; poteva essere
visto e amato come individuo dall'Onnipotente; ma esse erano d'accordo
nel dire che a lui, al suo spirito, al suo carattere, nell'accezione
comune, umana, del termine, era accaduto qualcosa di molto
inquietante.
Jimmie pu essere riscattato o ritrovato, almeno per un certo tempo,
nell'mbito di un'autentica relazione affettiva, proprio PERCHE' 
perduto. Jimmie  disperato, di una disperazione tranquilla (per usare
o adattare un termine kierkegaardiano) e perci ha la possibilit di
trovare la salvezza, di toccare, anche se fuggevolmente, il fondamento
della realt, il sentimento e il significato che ha perduto, ma che
ancora riconosce e per i quali ancora si strugge...
Ma per William, con la sua superficie brillante e aggressiva, lo
scherzo ininterrotto con cui egli sostituisce il mondo (e se esso
copre una disperazione,  una disperazione che egli non sente), per
William, con la sua palese indifferenza verso i rapporti e la realt
afferrata in una verbosit senza fine, non pu esservi assolutamente
nulla che lo riscatti - poich le sue confabulazioni, le sue
apparizioni, la sua frenetica ricerca di significati sono l'estrema
barriera che impedisce qualsiasi significato.
Paradossalmente, allora, il grande talento di William per la
confabulazione - un talento che  stato portato alla luce per superare
di slancio l'abisso sempre spalancato dell'amnesia - il grande talento
di William  anche la sua condanna. Se solo "tacesse" per un istante,
viene da pensare; se solo potesse arrestare quell'insulso blaterare;
se solo potesse rinunciare all'ingannevole superficie delle illusioni
- allora, allora s che la realt potrebbe scendere in lui, che
qualcosa di autentico, qualcosa di profondo, di vero, di sentito
potrebbe penetrare nella sua anima.
Poich qui, in definitiva, la vittima esistenziale non  la memoria
(anche se essa  completamente devastata); in lui non c' stata solo
un'alterazione della memoria, c' stata anche la perdita di una
qualche capacit ultima di sentire; in questo senso, appunto, egli 
de-animato.
Lurija chiama questa indifferenza livellamento - e a volte pare
considerarla la patologia ultima, che distrugge definitivamente ogni
mondo, ogni s. Ho l'impressione che essa eserciti su di lui il
fascino dell'orrore, e che costituisca anche la massima sfida
terapeutica. Egli torna di continuo sull'argomento, a volte in
relazione alla sindrome di Korsakov e alla memoria, come in
"Neuropsicologia della memoria", pi spesso in relazione alle sindromi
del lobo frontale, specialmente in "Il cervello umano e i processi
psicologici", che contiene varie descrizioni complete di casi in tutto
paragonabili, nella loro terribile coerenza e vigore, a quello
dell'uomo che ha perduto il suo mondo - paragonabili e, in un certo
senso, ancora pi spaventosi, perch descrivono pazienti che non si
rendono conto di quanto  loro successo, pazienti che hanno perduto la
loro realt senza saperlo, pazienti che forse non soffrono, ma che
forse sono i pi perduti di tutti. In "Un mondo perduto e ritrovato"
Zasetskij  costantemente descritto come un lottatore, sempre
consapevole (persino appassionatamente) del proprio stato, sempre in
lotta con la tenacia dei dannati per riacquistare l'uso del suo
cervello leso. Ma William (come i pazienti di Lurija con lesioni al
lobo frontale, di cui parlo nel prossimo capitolo)  cos dannato
che non si rende conto della sua condanna, poich il danno ha colpito
non semplicemente una o alcune facolt, ma la cittadella, il s,
l'anima stessa. In questo senso William, pur con tutta la sua verve, 
molto pi perduto di Jimmie; non si ha mai, o quasi mai,
l'impressione che qui rimanga una "persona", mentre in Jimmie esiste
chiaramente un essere reale, morale, pur se sconnesso per la maggior
parte del tempo. In Jimmie, se non altro, la ri-connessione 
possibile - la sfida terapeutica pu essere riassunta con un
L'importante  collegare, connettere.
Tutti i nostri sforzi per ri-connettere William falliscono, o
addirittura accrescono la sua urgenza di confabulare. Ma quando vi
rinunciamo e lo lasciamo tranquillo, a volte egli va a passeggiare nel
giardino che circonda la clinica, un luogo calmo e privo di stimoli, e
l, in pace, egli ritrova la propria pace. La presenza degli altri,
della gente, lo eccita, lo esalta, lo costringe a un chiacchiericcio
interminabile, a un vero e proprio delirio di creazione e ricerca di
una identit; la presenza delle piante, la quiete del giardino, con il
suo ordine non umano che non gli impone obblighi umani o sociali,
fanno s che questo delirio d'identit possa allentarsi, possa
placarsi; e con la serenit della loro autosufficienza e completezza
non umane gli consentono di raggiungere una rara serenit e una
autosufficienza, offrendogli (su un piano sottostante o trascendente
ogni identit e rapporto meramente umani) una profonda e muta
comunione con la Natura stessa, e con questo gli restituiscono il
senso di essere nel mondo, di essere reale.


NOTE.

Nota 1. Una storia molto simile  riferita da Lurija in
"Neuropsicologia della memoria" (1981): nel suo caso il tassista,
affascinato dal suo strano passeggero, si rese conto che era ammalato
solo a fine corsa, quando l'altro per pagarlo gli porse il grafico
della febbre che aveva in mano. Solo allora si accorse che quell'emulo
di Sheherazade, quell'inarrestabile narratore di mille e un racconto,
era uno degli strani pazienti dell'Istituto neurologico.
Nota 2. Un tale romanzo  stato scritto davvero. Poco dopo la
pubblicazione del Marinaio perduto (capitolo 2), un giovane
scrittore, David Gilman, mi mand il manoscritto di un suo libro,
"Croppy Boy", la storia di un amnesico come il signor Thompson, che
gode della sbrigliata e selvaggia libert di creare nuove identit,
nuovi s, per puro piacere ma anche per necessit: la stupefacente
immaginazione di un genio amnesico, raccontata con una ricchezza e un
gusto degni di un Joyce. Non so se sia stato pubblicato: non ho dubbi
che lo meriterebbe. Non posso fare a meno di chiedermi se il signor
Gilman abbia veramente conosciuto (e studiato) un Thompson - cos
come spesso mi chiedo se il Funes di Borges, cos sorprendentemente
simile all'uomo che non dimenticava nulla di Lurija, sia stato per
caso ispirato da un incontro personale dello scrittore con un tale
individuo.
...
.
...
13.
SI', PADRE-SORELLA.
...
.
...
La signora B., ex ricercatrice in un laboratorio chimico, aveva
manifestato un rapido mutamento della personalit: era diventata
spiritosa (pungente, sempre pronta alla battuta e ai giochi di
parole), impulsiva - e superficiale (D l'impressione che non le
importi niente degli altri disse un suo amico. Pare che non le
importi pi niente di niente). Dapprima si pens a una possibile
ipomania, ma la diagnosi finale fu tumore cerebrale. La craniotomia
rivel non un meningioma, come si sperava, bens un enorme carcinoma
che interessava i lati orbitofrontali di entrambi i lobi frontali.
Quando la incontrai mi parve euforica, imprevedibile - una
mattacchiona, come la chiamavano le infermiere -, inesauribile nelle
battute di spirito e nei giochi di parole, spesso arguti e divertenti.
S, padre mi disse una volta.
S, sorella una seconda volta.
S, dottore una terza.
Pareva usare i termini intercambiabilmente.
Insomma, che cosa sono? chiesi dopo un po', irritato.
Vedo la sua faccia, la sua barba, disse e penso a un sacerdote
archimandrita. Vedo la sua uniforme bianca, e penso alle infermiere.
Vedo il suo stetoscopio, e penso a un dottore.
Non mi guarda tutto quanto, nell'insieme?.
No, tutto quanto no.
Lei sa la differenza fra un prete, una sorella e un dottore?.
"Conosco" la differenza, ma per me non significa niente. Prete,
sorella, dottore... e allora?.
Da quel giorno cominci a dire in tono di presa in giro: S, padre-
sorella. S, sorella-dottore e altre combinazioni.
Era difficile sottoporla a un test di discriminazione destra-sinistra,
perch diceva indifferentemente destra o sinistra (sebbene nella
reazione non avvenisse alcuna confusione fra i due lati, come avviene
quando vi  un difetto lateralizzante di percezione o di attenzione).
Quando glielo feci notare, disse: Sinistra-destra. Destra-sinistra.
Quante storie! Dov' la differenza?.
Ma la differenza c' o no? chiesi.
Certo che c' disse, con la precisione del chimico. Si potrebbero
dire "enantiomorfe" l'una dell'altra. Ma per ME non significano nulla.
Per me non c' nessuna differenza. Mani... dottori... sorelle...
aggiunse, vedendo il mio sconcerto. Non capisce? Per me non
significano nulla, nulla. "Nulla significa qualcosa"... almeno per
me.
E... questo non significare nulla.... esitai, timoroso a proseguire.
Questa mancanza di significato... la disturba? Significa qualcosa per
lei, QUESTO?.
Un bel nulla rispose pronta, con un sorriso allegro e il tono di chi
fa una battuta, di chi riesce ad avere la meglio in una discussione o
a vincere a poker.
Era un diniego? Una bravata? Era la copertura di una qualche
emozione insostenibile? Il suo viso non tradiva alcunch di pi
profondo. Il suo mondo era stato svuotato di sentimento e significato.
Non vi era pi nulla che venisse avvertito come reale (o irreale).
Tutto era ormai equivalente o uguale: il mondo intero si era
ridotto a una comica insignificanza.
Trovai la cosa abbastanza sconvolgente - e, come me, i suoi amici e
familiari. Lei invece, bench non priva di lucidit, non se ne curava,
rimaneva indifferente, mostrava persino una "nonchalance" o una
leggerezza insieme buffe e spaventose.
La signora B., sebbene dotata di acuta intelligenza, era in qualche
modo assente come persona - deanimata. Mi ricordava William Thompson
(e anche il dottor P.). Questo  l'effetto del livellamento
descritto da Lurija che abbiamo visto nel capitolo precedente e
vedremo anche nel prossimo.


Post scriptum.

Il genere di scherzosa indifferenza e di livellamento mostrato da
questa paziente non  infrequente: i neurologi tedeschi la chiamano
"Witzelsucht" (come dire spiritosite), e Hughlings Jackson, un
secolo fa, l'ha riconosciuta come una forma fondamentale di
dissoluzione nervosa. Rara  invece la lucidit, che va persa con il
progredire della dissoluzione - e forse  una fortuna. Ogni anno
vedo numerosi casi con una fenomenologia simile ma eziologie
diversissime. Qualche volta non sono subito in grado di dire se il
paziente stia solo facendo lo spiritoso, il buffone, o se sia
schizofrenico. Scegliendo a caso, trovo nei miei appunti su una
paziente con sclerosi multipla cerebrale da me visitata nel 1981 (un
caso che purtroppo non potei tenere sotto osservazione) i seguenti
commenti:
La paziente parla molto velocemente, d'impulso, e (pare) senza
discriminazione... cosicch l'importante e il banale, il vero e il
falso, il serio e lo scherzoso sgorgano in un flusso rapido, non
selettivo, quasi confabulatorio... Pu contraddirsi completamente nel
giro di pochi secondi... Dir di amare la musica, di non amarla, di
avere un femore spezzato, di non averlo....
Concludevo la mia osservazione su una nota d'incertezza:
Quanto di tutto ci  confabulazione-criptoamnesia, quanto
livellamento-indifferenza dovuto a lesione del lobo frontale, quanto
una qualche strana disintegrazione e frammentazione-appiattimento
dovuta a schizofrenia?.
Di tutte le forme di schizofrenia, quella dell'allegro stupido, la
cosiddetta ebefrenia,  la pi somigliante alla sindrome di amnesia
organica e alla sindrome frontale, che sono le pi perniciose e le
meno immaginabili: nessuno ne ha mai fatto ritorno per descrivercele.
In tutti questi stati, per buffi e spesso ingegnosi che possano
apparire, il mondo  distrutto, smantellato, ridotto all'anarchia e al
caos. La mente perde il suo centro, anche se pu conservare intatte
le sue facolt intellettuali formali. Il punto finale di tali stati 
un baratro di stupidit, un abisso di superficialit nel quale ogni
cosa  sradicata, vaga qua e l e si disfa. Una volta Lurija disse che
in questi stati la mente  ridotta a puro movimento browniano.
Condivido quella specie di orrore che essi evidentemente gli
ispiravano (e che tuttavia, pi che di ostacolo, fu d'incitamento a
descriverli accuratamente). Mi fanno pensare innanzitutto al Funes di
Borges e alla sua osservazione: La mia memoria, signore,  come un
deposito di rifiuti, e infine alla "Dunciad" di Pope, alla visione di
un mondo ridotto a Pura Stoltezza, della Stoltezza come Fine del
Mondo:
La tua mano, grande Anarca, fa calare il sipario;
E la Tenebra Universale seppellisce il Tutto.
...
.
...
14.
LA POSSEDUTA.
...
.
...
In Ray dei mille tic (capitolo 10) ho descritto una forma
relativamente lieve di sindrome di Tourette, ma ho accennato
all'esistenza di forme pi gravi, di un grottesco e una violenza
assolutamente spaventosi. Ho anche avanzato l'ipotesi che alcune
persone riescano ad accogliere la sindrome di Tourette in una
personalit spaziosa, mentre altre possono essere veramente
"possedute" e, sotto le spaventose pressioni e il caos degli impulsi
tourettici, raramente sono in grado di raggiungere una vera identit.
Lo stesso Tourette e molti clinici del passato riconoscevano una forma
maligna di sindrome di Tourette, che poteva disintegrare la
personalit e condurre a una forma di psicosi o frenesia bizzarra,
fantasmagorica, pantomimica e spesso impersonatrice. Questa forma di
sindrome di Tourette, di super-Tourette,  piuttosto rara, forse
cinquanta volte pi rara della sindrome comune, e pu essere
qualitativamente diversa, oltre che molto pi intensa di ogni altra
forma comune della malattia. Questa psicosi di Tourette, questa
singolare frenesia d'identit,  assai diversa dalla psicosi comune,
data la fisiologia e la fenomenologia sottostanti, uniche nel loro
genere. Ci nonostante ha affinit, da un lato con le frenetiche
psicosi motorie talvolta indotte dalla L-dopa e, dall'altro, con le
frenesie confabulatorie della psicosi di Korsakov (si veda sopra, il
capitolo 12). E come queste pu quasi soffocare la persona.
Il giorno dopo il mio incontro con Ray, il primo tourettico che
vedevo, mi si aprirono gli occhi e la mente, come ho gi detto, quando
nelle strade di New York vidi non meno di tre tourettici - tutti non
meno tipici di Ray, bench pi appariscenti. Per l'occhio neurologico
fu un giorno di visioni. In una serie di rapide vignette vidi
concretamente che cosa pu significare avere la sindrome di Tourette
nella sua forma pi grave: non solo tic e convulsioni motorie, ma tic
e convulsioni percettive, dell'immaginazione, delle passioni -
dell'intera personalit.
Era stato Ray a farmi vedere quello che pu accadere per strada. Ma
non basta sentirselo raccontare. Bisogna vederlo di persona. E una
clinica o un reparto medico non sono sempre il posto migliore per
osservare una malattia - almeno non per osservare una turba che, anche
se di origine organica, si manifesta in impulsi, imitazioni,
impersonificazioni, reazioni e interazioni portati a un grado estremo,
quasi incredibile. La clinica, il laboratorio, il reparto sono fatti
per frenare e concentrare il comportamento, se non per escluderlo del
tutto. Sono fatti per una neurologia sistematica e scientifica,
ridotta a esami e compiti ben definiti, non per una neurologia aperta,
naturalistica. Questa infatti deve osservare il paziente in situazioni
spontanee, quando egli non  consapevole di essere studiato, nel mondo
reale, completamente abbandonato allo stimolo e al gioco di ogni
impulso; e l'osservatore stesso deve essere inosservato. Che c' di
meglio, a questo scopo, di una strada di New York: un'anonima strada
pubblica di una grande citt, dove il soggetto di turbe bizzarre e
impulsive pu godere ed esibire appieno la mostruosa libert, o la
schiavit, della propria condizione?
La neurologia da strada ha, in realt, rispettabili precursori.
James Parkinson che, come Charles Dickens quarant'anni dopo, amava
passeggiare in lungo e in largo per Londra, individu la malattia che
porta il suo nome non nel suo studio ma nelle brulicanti strade
londinesi. Il parkinsonismo, anzi, non lo si pu osservare e
comprendere a fondo all'interno di una clinica; esso ha bisogno di uno
spazio aperto che impone una complessa interazione, per rivelare
appieno il suo carattere peculiare, i suoi impulsi primitivi, le sue
contorsioni, pietrificazioni e perversioni. DEVE essere osservato,
compreso appieno, nel mondo, e se ci  vero per il parkinsonismo,
tanto pi lo deve essere per la sindrome di Tourette. Una
straordinaria descrizione in prima persona di un "ticqueur" imitatore
e grottesco in azione nelle strade di Parigi si trova in "Les
confidences d'un ticqueur", che fa da prefazione allo splendido libro
di Meige e Feidel, "Les Tics" (1901); Rilke nei "Quaderni di Malte
Laurids Brigge" ci d un breve ritratto di un "ticqueur" manieristico,
anch'egli osservato nelle strade di Parigi. Cos, la grande
rivelazione per me non fu solo vedere Ray nel mio studio, ma ci che
vidi il giorno seguente. E una scena, in particolare, fu cos
straordinaria che ancor oggi  vivida nella mia mente come il giorno
in cui vi assistetti.
Il mio sguardo fu attratto da una donna sulla sessantina, coi capelli
grigi, che a quanto pareva stava suscitando intorno a s un vero e
proprio scompiglio, bench a tutta prima non riuscissi a capire che
cosa stesse succedendo, che cosa in lei causasse un simile trambusto.
Era un attacco di convulsioni? Che cosa mai la sconvolgeva e insieme
con lei, per una sorta di simpatia o di contagio, sconvolgeva anche
tutti quelli davanti ai quali passava digrignando i denti e
producendosi in una serie di tic?
Quando fui pi vicino capii. LA DONNA IMITAVA I PASSANTI, per quanto
imitare sia forse un termine troppo scialbo, passivo. Sarebbe
piuttosto il caso di dire che metteva in caricatura tutte le persone
che incrociava. In un secondo, in una frazione di secondo, li
coglieva alla perfezione.
Ho visto un'infinit di mimi e di pantomime, di clown e di pagliacci,
ma niente eguagliava l'orribile prodigiosit di ci che stavo vedendo
in quel momento: un riflesso speculare praticamente istantaneo,
automatico e convulso di ogni viso e di ogni figura. Ma non era una
semplice imitazione, cosa che gi sarebbe stata straordinaria. La
donna non solo assumeva e faceva propri i tratti di innumerevoli
persone, ma li distorceva in modo caricaturale. Ogni riproduzione era
anche una parodia, una presa in giro, un'esagerazione in s non meno
convulsa che intenzionale, poich era la conseguenza della violenta
accelerazione e distorsione di tutti i suoi movimenti: un sorriso
lento, mostruosamente accelerato diventava una violenta smorfia che
durava un millisecondo; un gesto ampio, accelerato diventava una mossa
convulsa e grottesca.
Nel tempo impiegato a percorrere un breve isolato, la vecchia
forsennata fece la caricatura di quaranta o cinquanta passanti,
freneticamente, in una raffica di caleidoscopiche imitazioni mai pi
lunghe di uno o due secondi, a volte anche meno; e tutta la
vertiginosa sequenza a sua volta non durava pi di due minuti.
E poi c'erano le comiche imitazioni di secondo e terzo grado, perch
la gente, sorpresa, offesa e sconcertata dalle sue imitazioni, reagiva
con nuove espressioni comiche che a loro volta venivano ri-riflesse,
rimandate, ri-distorte dalla tourettica, suscitando una sorpresa e
un'indignazione ancor maggiori. Questa grottesca e involontaria
risonanza, o reciprocit, che trascinava TUTTI in un'interazione
assurdamente amplificatoria, era la fonte dello scompiglio che avevo
notato da lontano. Ma la donna che, diventando tutti, perdeva il
proprio s, diventava nessuno; questa donna dai mille volti, dalle
mille maschere e "personae" - come doveva sentirsi, LEI, in questo
turbine d'identit? La risposta non tard a venire, e fu la benvenuta,
poich la tensione sua e degli altri si stava avvicinando rapidamente
al punto di esplosione. Con uno scatto improvviso e disperato la donna
svolt in un vicolo laterale, e l proprio come se fosse stata colta
da un violento attacco di nausea, espulse, spaventosamente accelerati
e abbreviati, tutti i gesti, tutti gli atteggiamenti, le espressioni,
il contegno, l'intero repertorio comportamentale delle quaranta e pi
persone che aveva incontrato. Vomit uno smisurato fiotto pantomimico
espellendo cos da s le identit delle ultime cinquanta persone che
l'avevano posseduta. E se per assorbirle aveva impiegato due minuti,
per liberarsene bast un unico rigurgito: cinquanta persone in dieci
secondi, un quinto di secondo o meno per il repertorio, scorciato nel
tempo, di ogni persona.
In seguito avrei passato centinaia di ore a parlare con pazienti
affetti da sindrome di Tourette, a osservarli, a farne registrazioni
filmate, a imparare da loro. Ma nulla, credo, mi insegn cos tante
cose, in modo cos immediato, penetrante, travolgente come quei due
fantasmagorici minuti in una strada di New York.
In quel momento mi venne da pensare che tali supertourettici devono
trovarsi, per una stravaganza organica, non certo per colpa loro, in
una posizione esistenziale quanto mai straordinaria, anzi unica, che
ha alcune analogie con quella di un furioso superkorsakoviano, ma
ovviamente con una genesi (e una meta) affatto diversa. Entrambi
possono arrivare all'incoerenza, al delirio d'identit. Il
korsakoviano, forse per sua fortuna, non si rende mai conto del suo
stato; il tourettico invece ne  consapevole, con un'acutezza atroce,
e forse alla fin fine ironica, bench non sempre possa, o voglia,
porvi rimedio.
Poich l dove il korsakoviano  spinto dall'amnesia, dall'assenza, il
tourettico  spinto da un impulso bizzarro, un impulso di cui egli 
insieme creatore e vittima, che pu ripudiare ma non rinnegare. Cos,
a differenza del korsakoviano, egli  costretto a una relazione
ambigua con la propria turba: la sconfigge, ne  sconfitto, gioca con
essa - una variet infinita di conflitti e collusioni.
Mancando delle normali barriere protettive dell'inibizione, dei
normali confini del s organicamente determinati, l'io del tourettico
 sottoposto per tutta la vita a un bombardamento. E' lusingato,
assalito, da impulsi provenienti dall'interno e dall'esterno, impulsi
che sono organici e convulsivi, ma anche personali (o piuttosto
pseudopersonali) e seducenti. Come pu l'io resistere a questo
bombardamento? L'identit riesce a sopravvivere? Pu "svilupparsi", in
presenza di una simile frammentazione, di pressioni simili, o sar
sopraffatta e produrr un'anima tourettizzata (per usare l'efficace
espressione di un mio paziente successivo)? Sull'anima del tourettico
grava una pressione fisiologica, esistenziale, quasi teologica:
riuscir a conservarsi intatta e sovrana, o sar dominata, posseduta e
spossessata da ogni immediatezza e da ogni impulso?
Hume, come abbiamo visto, scriveva: Oso affermare... che altro non
siamo se non un fascio o un insieme di differenti sensazioni, che si
succedono con inconcepibile rapidit, e in un flusso e movimento
perpetui. Per Hume, dunque, l'identit personale  una finzione: noi
non esistiamo, siamo solo una successione di sensazioni o percezioni.
Questo naturalmente non vale per un essere umano normale, poich egli
"possiede" le proprie percezioni. Esse non sono un semplice flusso,
sono "sue", unite da un'individualit duratura o s. Ma ci che Hume
descrive pu valere perfettamente per un essere instabile quale il
supertourettico, la cui vita  in certa misura un succedersi di
percezioni e movimenti fortuiti o convulsi, un fantasmagorico agitarsi
senza centro n senso. In questa misura, egli  un essere pi
humeano che umano. E questa  la sorte filosofica, quasi teologica,
che lo aspetta, se nel rapporto fra l'impulso e il s la superiorit
del primo  schiacciante. Tale sorte  affine a una sorte freudiana,
che  anch'essa quella di essere sopraffatti dall'impulso - ma la
sorte freudiana ha un senso (bench tragico), mentre una sorte
humeana  insensata e assurda.
Il supertourettico, quindi,  costretto come nessun altro a lottare
per la pura sopravvivenza - per diventare un individuo, e sopravvivere
come tale, nonostante la costante presenza degli impulsi. Egli pu
trovarsi di fronte fin dalla primissima infanzia straordinarie
barriere che ostacolano il suo divenire individuo, persona reale. Il
miracolo  che, il pi delle volte, ci riesce, poich il potere della
sopravvivenza della volont di sopravvivere, e di sopravvivere come
individuo unico e inalienabile,  il pi forte in assoluto del nostro
essere: pi forte di qualsiasi impulso, pi forte della malattia. Ed 
la salute, la salute militante, che ne esce quasi sempre vittoriosa.
...
.
...
Parte terza.
...
.
...
TRASPORTI.
...
.
...
Nonostante la nostra critica al concetto di funzione, e anzi il nostro
tentativo di darne una ridefinizione piuttosto radicale, ci siamo
attenuti a tale concetto delineando nei termini pi ampi contrasti
basati sul deficit o sull'eccesso. Ma  chiaro che occorre usare
anche termini affatto diversi. Non appena abbiamo a che fare coi
fenomeni in quanto tali, con l'effettiva qualit dell'esperienza o del
pensiero o dell'azione, dobbiamo usare termini che ricordano piuttosto
la poesia o la pittura. Com' possibile, ad esempio, comprendere un
sogno in termini di funzione?
Abbiamo sempre due universi di discorso - li si chiami fisico e
fenomenico, o altro -, uno rivolto alle questioni di struttura
quantitativa e formale, l'altro alle qualit che costituiscono un
mondo. Ognuno di noi ha un proprio mondo mentale che lo
contraddistingue, percorsi e paesaggi interiori propri i quali, per la
maggior parte di noi, non richiedono un esplicito correlato
neurologico. E' solitamente possibile raccontare la storia di un uomo,
riferire episodi e scene della sua vita, senza dover ricorrere a
considerazioni fisiologiche e neurologiche, le quali parrebbero quanto
meno superflue, se non francamente assurde o offensive. Perch noi ci
consideriamo, e giustamente, liberi - o almeno determinati da
considerazioni umane ed etiche assai complesse, piuttosto che dalle
vicissitudini delle nostre funzioni neurali o del nostro sistema
nervoso. Solitamente, ma non sempre, perch talvolta nella vita di un
uomo pu irrompere una malattia organica che la trasforma; e se questo
avviene, la sua storia richiede un correlato fisiologico o
neurologico. E' questo il caso, ovviamente, di tutti i pazienti qui
descritti.
Nella prima met di questo libro abbiamo descritto casi di ovvia
patologia, situazioni caratterizzate da un evidentissimo eccesso o
deficit neurologico. Prima o poi, questi pazienti, o i loro familiari,
non meno che i loro medici, si accorgono che c' qualcosa che non va
(fisicamente). Il mondo interiore, le disposizioni di questi pazienti
possono essere effettivamente alterati, trasformati; ma, come si
scopre ben presto, ci  dovuto a una modificazione radicale (e quasi
quantitativa) della funzione neurale. In questa terza parte, le forme
in cui si rivela la patologia sono la reminiscenza, l'alterazione
della percezione, dell'immaginazione, del sogno. Tali manifestazioni
sfuggono spesso all'attenzione della neurologia e della medicina. Sono
trasporti - spesso caratterizzati da grande intensit emotiva e
permeati di sentimento e significato personali - che in genere si
tende a considerare, analogamente ai sogni, di natura psichica:
manifestazioni, forse, di un'attivit inconscia o preconscia (o, se si
propende verso il misticismo, di qualcosa di spirituale), e non
pertinenti alla sfera medica, n tantomeno a quella neurologica.
Essi possiedono un intrinseco senso drammatico, o narrativo, o
personale, e non sono quindi solitamente interpretati come sintomi.
E' forse nella loro natura che tali trasporti vengano pi comunemente
confidati allo psicoanalista o al confessore, vengano visti come
psicosi, o proclamati come rivelazioni religiose, piuttosto che
portati all'attenzione del medico. Perch a tutta prima non ci viene
mai in mente che una visione potrebbe avere un aspetto medico; e se
si sospetta o si trova una base organica, ci pu essere sentito come
una svalutazione della visione (il che naturalmente non : valori e
valutazioni non hanno niente a che fare con l'eziologia).
Tutti i trasporti descritti in questa parte del libro hanno
determinanti organiche pi o meno chiare (bench non evidenti
all'inizio, e messe in luce solo da indagini accurate). Ci non toglie
nulla alla loro portata psicologica o spirituale. Se Dio, o l'ordine
eterno, fu rivelato a Dostoevskij nel corso di attacchi epilettici,
perch altre condizioni organiche non dovrebbero servire come 'porte'
spalancate sull'aldil o sull'ignoto? In un certo senso, questa
sezione  lo studio di tali porte.
Nel 1880, descrivendo questi trasporti, o porte, o stati di
sogno nel corso di certe epilessie, Hughlings Jackson us il termine
generico reminiscenza, e scrisse:
In assenza di altri sintomi, non dovrei mai diagnosticare
un'epilessia dal manifestarsi parossistico di una "reminiscenza",
anche se dovrei sospettare un'epilessia se questo stato mentale
superpositivo incominciasse a verificarsi molto di frequente... Non
sono mai stato consultato solo per una "reminiscenza"...
Io, invece, s: per la reminiscenza forzata o parossistica di melodie,
di visioni, di presenze, o di scene - non solo nell'epilessia, ma
in tutta una serie di altre condizioni organiche. Questi trasporti o
reminiscenze non sono rari nell'emicrania (si veda il capitolo 20, Le
visioni di Hildegard). Della sensazione di ritorno, su base
epilettica o tossica,  tutto permeato Passaggio in India (capitolo
17). Alla base del caso di Nostalgia incontinente (capitolo 16) e
della strana iperosmia descritta in Il cane sotto la pelle (capitolo
18) c' una chiara causa tossica o chimica. La spaventosa
reminiscenza di cui parlo in Omicidio (capitolo 19)  determinata
o da un'attivit convulsiva o da una disinibizione a livello di lobo
frontale.
Il tema di questa parte  il potere dell'immaginazione e della memoria
di trasportare una persona, come risultato di una stimolazione
abnorme dei lobi temporali e del sistema limbico del cervello. Questo
pu anche insegnarci qualcosa sulla base cerebrale di certe visioni e
sogni, e su come il cervello (che Sherrington chiam un telaio
incantato) possa tessere un magico tappeto volante per trasportarci.
...
....
15.
REMINISCENZA.
...
.
...
La signora O'C., un po' sorda, ma per il resto in buona salute, viveva
in una casa per anziani. Una notte del gennaio 1979 ebbe un sogno
molto vivo e carico di nostalgia: si rivide bambina in Irlanda e
soprattutto risent le canzoni cos spesso cantate e ballate laggi.
Al suo risveglio si accorse che la musica continuava, molto forte e
distinta. Star ancora sognando si disse, ma non era cos. Si alz,
ormai ben desta e sconcertata. Era notte fonda. Qualcuno doveva aver
lasciato la radio accesa. Ma perch si era svegliata solo lei?
Controll tutte le radio che riusc a trovare: erano spente. Allora
ebbe un'altra idea: aveva sentito dire che le otturazioni dei denti a
volte possono fare da conduttore al quarzo e captare trasmissioni con
insolita intensit. Ma certo pens. E' una delle mie otturazioni
che si fa sentire. Non durer a lungo. Domattina la faccio mettere a
posto. Ma l'infermiera di notte, alla quale spieg la faccenda, disse
che le otturazioni sembravano tutte a posto. A questo punto la signora
O'C. ebbe un'altra idea: Quale stazione riflett suonerebbe canzoni
irlandesi a tutto volume nel cuore della notte? Canzoni, solo canzoni,
senza presentazione o commento? E solo canzoni che io conosco. Quale
programma suonerebbe nient'altro che le mie canzoni?. E allora si
chiese: Che la radio sia nella mia testa?.
Ormai era agitatissima - e intanto la musica continuava, assordante.
L'ultima speranza era l'otorinolaringoiatra che l'aveva in cura: certo
l'avrebbe rassicurata, le avrebbe detto che si trattava solo di
rumori nell'orecchio, legati in qualche modo alla sua sordit,
niente di preoccupante. Ma il mattino dopo, quando and da lui, si
sent dire: No, signora, non credo che c'entrino le sue orecchie.
Fosse stato un semplice tintinnio o un ronzio o un rimbombo, forse s.
Ma un concerto di canzoni irlandesi... non sono le sue orecchie.
Forse continu  meglio che lei si faceva vedere da uno psichiatra.
La signora O'C. ottenne un appuntamento dallo psichiatra per il giorno
stesso. No, signora disse lo psichiatra. Non  la sua testa. Lei
non  pazza, e i pazzi non sentono musica, ma solo "voci". Lei ha
bisogno di un neurologo. Vada dal mio collega, il dottor Sacks. Fu
cos che la signora O'C. venne da me.
La conversazione fu tutt'altro che facile, in parte a causa della sua
sordit; ma pi ancora perch la mia voce era sopraffatta dalle
canzoni: la signora O'C. riusciva a sentirmi solo quando la canzone
era sommessa. Era una donna intelligente e sveglia, non delirava e non
era pazza, ma aveva uno sguardo distante, assorto, come di chi sia in
parte in un suo mondo privato. Non trovai niente di neurologicamente
fuori posto. Tuttavia avevo il sospetto che quella musica fosse
neurologica.
Che cosa poteva aver provocato questa situazione? La signora O'C.
aveva ottantotto anni, il suo stato di salute generale era eccellente,
non aveva una linea di febbre. Non stava prendendo farmaci che
potessero provocare uno squilibrio nella sua mente lucidissima. E il
giorno prima era stata del tutto normale.
Pensa che si tratti di un ictus cerebrale, dottore? chiese
leggendomi nel pensiero.
Potrebbe essere, dissi anche se non ne ho mai visto uno che si
presenti cos. Qualcosa  successo, questo  certo, ma non penso che
lei corra alcun pericolo. Non si preoccupi e tenga duro.
Non  facile tener duro, quando si sta passando quel che passo io. So
che qui c' silenzio, ma io sono in un mare di suoni.
Volevo fare subito un encefalogramma, con particolare attenzione ai
lobi temporali, i lobi musicali del cervello, ma le circostanze
concorsero a impedirlo per qualche giorno. Nel frattempo la musica
diminu: divenne meno forte e, soprattutto, meno continua. Dopo le
prime notti, la signora O'C. riusc a prender sonno e, in misura
sempre crescente, a parlare e ad ascoltare negli intervalli tra una
'canzone' e l'altra. Quando infine riuscii a fare un E.E.G., essa
sentiva ormai solo brevi frammenti occasionali di musica, una dozzina
circa nel corso di una giornata. Le applicammo gli elettrodi alla
testa e quando fu sistemata le chiesi di non muoversi, di non dire
nulla e di non cantare fra s, ma di sollevare l'indice destro -
cosa che non avrebbe disturbato l'E.E.G. - se avesse udito una delle
sue canzoni mentre stavamo registrando. In due ore di registrazione
sollev il dito tre volte, e ogni volta si ud il ticchettio delle
penne dell'elettroencefalografo che trascrivevano picchi e onde a
fronte rapido dai lobi temporali del cervello. Ci confermava il fatto
che la signora O'C. aveva degli attacchi a livello dei lobi temporali,
i quali, come era stato ipotizzato da Hughlings Jackson e provato da
Wilder Penfield, costituiscono invariabilmente la base della
reminiscenza e delle allucinazioni esperienziali. Ma perch essa
avrebbe sviluppato all'improvviso questo strano sintomo? Il tracciato
cerebrale ottenuto rivel che aveva effettivamente subto una piccola
trombosi o infarto in parte del lobo temporale destro. L'improvvisa
comparsa delle canzoni irlandesi durante la notte, l'improvvisa
attivazione di tracce mnestiche musicali nella corteccia erano
evidente conseguenza di un ictus, e a mano a mano che questo si
risolse, si risolsero anche le canzoni.
A met aprile la musica era scomparsa del tutto e la signora O'C. era
tornata quella di prima. Le chiesi, a questo punto, che cosa pensasse
di tutta la faccenda e, in particolare, se le mancassero quelle
parossistiche canzoni. E' curioso, sa? rispose con un sorriso.
Tutto sommato direi che  un gran sollievo; eppure, s, mi mancano un
po'. Ora che le ho perse, non riesco nemmeno a ricordarle. Era come
aver riavuto indietro un pezzo dimenticato della mia infanzia. E poi
ce n'erano di cos belle!.
Alcuni miei pazienti in trattamento con la L-dopa mi avevano espresso
sentimenti simili; il termine da me usato era nostalgia
incontinente. E le parole della signora O'C., la sua evidente
nostalgia, mi ricordarono la novella di H.G. Wells "La porta nel
muro". Gliela raccontai. Perfetto! disse. Lo stato d'animo, i
sentimenti, sono proprio quelli. Ma la mia porta  reale, come reale 
il mio muro. La mia porta conduce al passato perduto e dimenticato.
Non mi capit pi un caso simile fino al giugno dell'anno scorso,
quando mi fu chiesto di visitare la signora O'M., ospite della stessa
casa per anziani, anche lei sugli ottant'anni, un po' sorda, ma
intelligente e sveglia. E anche lei si sentiva in testa della musica e
a volte un tintinnio, o un sibilo, o un rombo; di tanto in tanto
sentiva voci che parlavano, di solito molto lontane e tutte
insieme, sicch non riusciva mai ad afferrare quello che dicevano.
Non aveva fatto parola di questi sintomi con nessuno, e per tutti quei
quattro anni aveva segretamente temuto di essere pazza. Fu un sollievo
enorme per lei venire a sapere dalle suore che nell'istituto qualche
tempo prima c'era stato un caso simile, e un grande conforto potersi
aprire con me.
Un giorno, raccont la signora O'M., era in cucina che grattugiava
delle carote, quando le giunse all'orecchio una canzone. Era "Easter
Parade", cui seguirono in rapida successione "Glory, Glory,
Hallelujah" e "Good Night, Sweet Jesus". Come la signora O'C., anche
lei pens a una radio rimasta accesa, ma presto si rese conto che
erano tutte spente. Questo era successo nel 1979, quattro anni prima.
La signora O'C. era guarita in poche settimane; la musica della
signora O'M. invece continu e anzi le cose andarono peggiorando.
In un primo tempo udiva solo queste tre canzoni: comparivano a
sorpresa, qualche volta, e invariabilmente se le capitava di pensare a
una di esse. Cerc quindi di evitare questo pensiero, ma lo sforzo di
non pensarci sortiva lo stesso effetto.
Sono canzoni che le piacciono? chiesi, con interesse psichiatrico.
Hanno un qualche significato speciale per lei?.
No rispose prontamente. Non mi dicono gran che, e non hanno nessun
significato speciale.
Che cosa ha provato quando ha visto che si ripetevano in
continuazione?.
Ho cominciato a odiarle esclam. Era come avere un vicino pazzo che
metta di continuo lo stesso disco.
Per un anno o pi, ci furono solo queste canzoni, sempre le stesse,
una dopo l'altra, esasperanti. Poi - e fu un sollievo, anche se da un
lato fu anche peggio - la musica si fece pi complessa e varia. La
signora O'M. udiva un'infinit di canzoni: a volte pi di una
simultaneamente; a volte un'orchestra o un coro; e di tanto in tanto
voci, o una babele di rumori.
Gli esami cui la sottoposi non rivelarono nulla di anormale se non
nell'udito, e qui ci che scoprii fu di singolare interesse. Essa
aveva una sordit dell'orecchio interno, abbastanza comune, ma in
aggiunta a ci aveva una particolare difficolt nel percepire e
discriminare tra i toni, difficolt che i neurologi chiamano "amusia"
e che si trova soprattutto in correlazione con una menomazione
funzionale a livello dei lobi uditivi (o temporali) del cervello. Lei
stessa si lamentava che ultimamente gli inni cantati in chiesa
sembravano tutti uguali, tanto che non riusciva quasi a distinguerli
dal tono o dalla melodia, ma doveva fare attenzione alle parole o al
ritmo. (1) Quando le chiesi di cantare qualcosa, la sua voce, che in
passato era stata piuttosto bella, risult fuori tono e calante. Mi
disse anche che la sua musica interiore era pi vivida al risveglio e
si affievoliva man mano che subentravano altre impressioni sensorie; e
che in genere era meno frequente quando lei era occupata:
emotivamente, intellettualmente, ma soprattutto visivamente. Nel corso
della visita, che dur un'ora circa, sent musica solo una volta:
alcune battute di "Easter Parade", ma cos forti e cos improvvise che
quasi non riusc a decifrare le mie parole.
Quando infine le facemmo un E.E.G., esso rivel un voltaggio
sorprendentemente elevato ed eccitabilit in entrambi i lobi temporali
- le parti del cervello associate alla rappresentazione centrale dei
suoni e della musica e all'evocazione di esperienze e scene complesse.
E ogni volta che 'udiva' qualcosa, si avevano onde a fronte ripido ad
alto voltaggio, simili a punte e decisamente di tipo epilettico. Ci
rafforz la mia convinzione che essa avesse anche un'epilessia
musicale, associata a un disturbo dei lobi temporali.
Ma che cosa succedeva IN REALTA' alla signora O'C. e alla signora
O'M.? Epilessia musicale sembra quasi una contraddizione in termini:
la musica di solito  piena di sentimento e di significato, e
corrisponde a qualcosa di profondo in noi, al mondo dietro la
musica, per usare un'espressione di Thomas Mann; mentre l'epilessia
suggerisce esattamente il contrario: un puro e semplice evento
fisiologico casuale, del tutto non selettivo, privo di sentimento o di
significato. Epilessia musicale o epilessia personale, quindi,
sembrerebbero una contraddizione in termini. Eppure queste epilessie
esistono, bench unicamente nel contesto di attacchi a livello di lobo
temporale, epilessie della parte reminiscente del cervello. Hughlings
Jackson le descrisse un secolo fa e parl a loro proposito di stati
di sogno, reminiscenze e crisi psicomotorie:
Non  infrequente che gli epilettici, al momento dell'insorgere delle
convulsioni, presentino uno stato mentale vago eppure estremamente
elaborato... Lo stato mentale elaborato, la cosiddetta aura
intellettuale,  "sempre lo stesso, o essenzialmente lo stesso", in
ogni caso.
Tali descrizioni rimasero puramente aneddotiche fino a mezzo secolo
pi tardi, quando Wilder Penfield comp i suoi straordinari studi.
Penfield non solo riusc a localizzare l'origine di questi attacchi
nei lobi temporali, ma riusc anche a evocare lo stato mentale
elaborato o le allucinazioni esperienziali estremamente precise e
particolareggiate di questi attacchi mediante una blanda stimolazione
elettrica dei punti della corteccia cerebrale soggetti ad attacco,
quando, in occasione di interventi chirurgici, essa veniva esposta in
pazienti pienamente coscienti. Queste stimolazioni evocavano
all'istante allucinazioni vividissime di melodie, persone e scene, che
venivano esperite, vissute, come irresistibilmente reali, nonostante
la prosaica atmosfera della sala operatoria, e che potevano essere
descritte ai presenti con particolari affascinanti, confermando ci
che Jackson aveva descritto sessant'anni prima, parlando del
caratteristico raddoppio della coscienza:
Vi sono: 1) lo stato di coscienza quasi-parassitario (stato di sogno)
e 2) resti di coscienza normale, e quindi c' una doppia coscienza...
una diplopia mentale.
Proprio questo veniva confermato dalle mie due pazienti: la signora
O'M. mi sentiva e mi vedeva, pur con qualche difficolt, attraverso
l'assordante sogno di "Easter Parade", o quello meno chiassoso, ma pi
profondo, di "Good Night, Sweet Jesus" (che le evocava l'immagine di
una chiesa della Trentunesima Strada, dove lo sentiva sempre cantare
alla fine di una novena). Anche la signora O'C. mi vedeva e mi sentiva
attraverso l'ancor pi profondo attacco anamnestico della sua infanzia
irlandese. Lo so che lei  qui, dottore. Lo so che sono vecchia e che
ho avuto un ictus cerebrale e che mi trovo in una casa per anziani, ma
mi sento come se fossi tornata bambina in Irlanda... Sento le braccia
di mia madre, la vedo, la sento cantare. Penfield mostr che queste
allucinazioni o sogni epilettici non sono mai fantasie: sono sempre
ricordi, quanto mai precisi e vividi, accompagnati dalle stesse
emozioni che avevano accompagnato l'esperienza originaria. La
straordinaria e costante precisione dei particolari evocati ogni volta
che si stimolava la corteccia, precisione che superava quella di
qualsiasi normale rievocazione della memoria, port Penfield a
ipotizzare che il cervello contenesse la registrazione quasi perfetta
di tutte le esperienze della vita, che l'intero flusso di coscienza
fosse conservato nel cervello e potesse pertanto essere sempre
evocato, suscitato, o dalle normali necessit e circostanze della vita
o dalle circostanze straordinarie di una stimolazione epilettica o
elettrica. La variet, l'assurdit, di tali ricordi e scene
convulsive fece ritenere a Penfield che questa reminiscenza fosse
sostanzialmente priva di senso e casuale:
Durante l'intervento risulta chiaro di solito che la risposta
esperienziale evocata  una riproduzione casuale di ci che costituiva
il flusso di coscienza in un qualche momento della vita trascorsa...
Pu essere stato [e qui Penfield riassume la straordinaria variet di
sogni e scene epilettici da lui evocati] un brano di musica ascoltato
chiss quando, o il momento in cui ci si  fermati sulla soglia della
sala da ballo per guardare i ballerini, o la scena della rapina
immaginata leggendo una pagina di fumetti, o il risveglio da un sogno
che sembrava realt, o un'allegra chiacchierata con gli amici, o il
momento in cui ci si  arrestati in ascolto per assicurarsi che il
piccolo stesse bene, o le insegne luminose osservate una sera, o il
lettino della sala parto, o lo spavento provato alla vista di un
individuo minaccioso, o la volta che si  vista la gente entrare tutta
coperta di neve... O magari l'attimo di sosta all'angolo di Jacob
Street con Washington Street a South Bend, Indiana... o i carrozzoni
del circo visti una notte di tanti anni fa da bambini... o la mamma
che salutava gli ospiti in partenza... o la mamma e il pap che
cantavano le canzoni di Natale.
Vorrei poter citare per intero questo splendido brano di Penfield
(Penfield e Perot, pagine 687 e seguenti), che d, come le mie due
signore irlandesi, uno straordinario senso della fisiologia
personale, la fisiologia del s. Penfield  colpito dalla frequenza
degli attacchi di epilessia musicale, di cui riferisce molti esempi
affascinanti e spesso divertenti: un'incidenza del tre per cento sugli
oltre cinquecento epilettici temporali da lui studiati:
Abbiamo osservato con sorpresa che molto spesso la stimolazione
elettrica faceva s che il paziente udisse della "musica". Questo
effetto  stato prodotto da diciassette punti diversi in 11 casi. A
volte era un'orchestra, a volte erano voci che cantavano o un
pianoforte che suonava, o un coro. Parecchie volte ci venne detto che
si trattava di una sigla musicale radiofonica... La produzione di
musica  localizzata nella circonvoluzione temporale superiore, nella
superficie laterale o in quella superiore (e quindi vicina al punto
associato alla cosiddetta epilessia musicogenica).
Ci  confermato, in modo sensazionale e spesso comico, dagli esempi
addotti da Penfield. L'elenco che segue  tratto dal suo ultimo
importante studio:


RISPOSTE ESPERIENZIALI ACUSTICHE ALLA STIMOLAZIONE.

1. una voce (punto 14): caso 28.
2. voci (punto 14), 3. 1 voce (punto 15), 4. una voce familiare (punto
17), 5. una voce familiare (punto 21), 6. una voce (punto 23), 7. una
voce (punto 24), 8. una voce (punto 25), 9. una voce (punto 28): caso
29.
10. musica familiare (punto 15), 11. una voce (punto 16), 12. una voce
familiare (punto 17), 13. una voce familiare (punto 18), 14. musica
familiare (punto 19), 15. voci (punto 23), 16. voci (punto 27): caso
4.
17. musica familiare (punto 14), 18. musica familiare (punto 17), 19.
musica familiare (punto 24), 20. musica familiare (punto 25): caso 30.
21. musica familiare (punto 23): caso 31.
22. voce familiare (punto 16): caso 32.
23. musica familiare (punto 23): caso 5.
24. musica familiare (punto Y), 25. rumore di passi (punto 1): caso 6.
26. voce familiare (punto 14), 27. voci (punto 22): caso 8.
28. musica (punto 15): caso 9.
29. voci (14): caso 36.
30. rumore familiare (punto 16): caso 35.
31. una voce (punto 16a): caso 23.
32. una voce (punto 26), 33. voci (punto 25), 34. voci (punto 27), 35.
una voce (punto 28), 36. una voce (punto 33): caso 12.
37. musica (punto 12): caso 11.
38. una voce (punto 17d): caso 24.
39. voce familiare (punto 14), 40. voci familiari (punto 15), 41.
latrato di un cane (punto 17), 42. musica (punto 18), 43. una voce
(punto 20): caso 13.
44. voce familiare (punto 11), 45. una voce (punto 12), 46. voce
familiare (punto 13), 47. voce familiare (punto 14), 48. musica
familiare (punto 15), 49. una voce (punto 16): caso 14.
50. voci (punto 2), 51. voci (punto 3), 52. voci (punto 5), 53. voci
(punto 6), 54. voci (punto 10), 55. voci (punto 11): caso 15.
56. voce familiare (punto 15), 57. voce familiare (punto 16), 58. voce
familiare (punto 22): caso 16.
59. musica (punto 10): caso 17.
60. voce familiare (punto 30), 61. voce familiare (punto 31), 62. voce
familiare (punto 32): caso 3.
63. musica familiare (punto 8), 64. musica familiare (punto 10), 65.
musica familiare (punto D2): caso 10.
66. voci (punto 11): caso 7.
"White Christmas" (caso 4). Cantato da un coro.
"Rolling Along Together" (caso 5). Non identificato dal paziente, ma
riconosciuto dall'infermiera di sala quando il paziente lo canticchi
sotto stimolazione.
"Hush-a-Bye Baby" (caso 6). Cantato dalla madre, ma anche
identificato come la sigla di un programma radiofonico.
"Una canzone gi sentita, un motivo spesso trasmesso dalla radio"
(caso 10).
"Oi Mar, oi Mar" (caso 30). Sigla di un programma radiofonico.
"The War March of the Priests" (caso 31). Sul retro dell'"Hallelujah"
di Haendel, in un disco posseduto dal paziente.
"Pap e mamma che cantano le canzoni di Natale" (caso 32).
Musica da "Bulli e Pupe" (caso 37).
"Una canzone sentita spesso alla radio" (caso 45).
"I'll Get By" e "You'll Never Know" (caso 46). Canzoni spesso udite
alla radio.

In ogni caso, come per la signora O'M., la musica era sempre uguale e
stereotipata. Lo stesso motivo (o pi motivi) erano uditi
ripetutamente, o nel corso di attacchi spontanei o quando veniva
stimolata elettricamente la corteccia soggetta all'accesso. Insomma,
questi motivi non solo sono popolari alla radio, ma lo sono anche come
attacchi allucinatori: sono, per cos dire, la Hit Parade della
corteccia.
C' qualche ragione, dobbiamo chiederci, per cui determinate canzoni
(o scene) vengono selezionate da determinati pazienti per essere
riprodotte nei loro attacchi allucinatori? Penfield si pone la domanda
e ritiene che la selezione avvenga senza una ragione e certo senza un
significato particolare:
Sarebbe assai difficile immaginare che qualcuno dei banali episodi e
canzoni rievocati durante la stimolazione o la scarica epilettica
possa avere un significato emozionale per il paziente, anche se siamo
perfettamente consapevoli di questa possibilit.
La selezione, egli conclude,  del tutto casuale, se non per
l'esistenza di qualche prova di condizionamento corticale. Queste
sono le parole, questo  l'atteggiamento, per cos dire, della
fisiologia. Forse Penfield ha ragione - ma non potrebbe esserci
dell'altro? E' davvero perfettamente consapevole, sufficientemente
consapevole, l dove soprattutto  importante esserlo, del possibile
significato emozionale delle canzoni, di ci che Thomas Mann chiam
il mondo dietro la canzone? E' davvero sufficiente fare domande
superficiali, come: Questa canzone ha qualche speciale significato
per lei?. Sappiamo fin troppo bene dallo studio delle libere
associazioni che i pensieri apparentemente pi banali e casuali
possono rivelare una profondit e una risonanza inaspettate, che per
diventano evidenti solo in un'analisi approfondita. Una simile analisi
naturalmente non c' in Penfield, come non c' in ogni altro
rappresentante della psicologia fisiologica. Non  chiaro se vi sia
veramente necessit di una simile analisi profonda - ma, data
l'eccezionale opportunit offerta da una simile variet di canzoni e
di scene convulsive, forse  il caso di provare.
Tornai brevemente dalla signora O'M. per sapere quali associazioni,
quali sentimenti accompagnassero le sue canzoni. Poteva non essere
necessario, ma ero sicuro che valesse la pena tentare. Una cosa
importante era gi emersa. Bench coscientemente essa non potesse
attribuire un significato o un valore affettivo alle tre canzoni, ora
ricordava - e la cosa era confermata da altri - che "spesso le
capitava di canticchiarle", inconsciamente, molto prima che si
presentassero sotto forma di attacchi allucinatori. Ci faceva
presumere che fossero "gi" selezionate inconsciamente - e che la
sopraggiunta patologia organica si fosse impossessata di questa
selezione.
Erano ancora le sue preferite? Avevano qualche importanza per lei
adesso? Traeva qualche piacere dalla sua musica allucinatoria? Il mese
dopo il mio incontro con la signora O'M., sul New York Times apparve
un articolo intitolato: "Sciostakovici aveva un segreto?" Il segreto
di Sciostakovici, secondo l'ipotesi formulata da un neurologo cinese,
il dottor Dajue Wang, era la presenza di una scheggia metallica, un
frammento mobile di granata, nel cervello, nel corno temporale del
ventricolo sinistro. Pare che Sciostakovici fosse molto restio a farlo
rimuovere:
Da quando c'era quel frammento, disse, ogni volta che piegava la
testa da un lato sentiva della musica. Aveva la testa piena di
melodie, sempre diverse, cui egli attingeva poi nel comporre.
A quanto si disse, i raggi X avevano mostrato che la scheggia si
spostava quando Sciostakovici muoveva la testa, e quando la inclinava
premeva contro il lobo temporale musicale producendo un'infinit di
melodie che il suo genio poteva utilizzare. Il dottor R.A. Henson,
curatore del volume "Music and the Brain" (1977), si dichiar assai
scettico ma non incredulo: Esiterei ad affermare che ci non possa
accadere.
Passai l'articolo alla signora O'M., che ebbe una reazione chiara e
recisa: Io non sono Sciostakovici disse. Non posso utilizzare le
"mie" canzoni. E comunque, mi hanno stancata: sono sempre le stesse.
Pu darsi che per Sciostakovici le allucinazioni musicali siano state
un dono, ma per me sono solo un fastidio. Lui non voleva essere
curato, ma io s, eccome!.
Somministrai alla signora O'M. degli anticonvulsivi e le sue
convulsioni musicali cessarono immediatamente. L'ho rivista di recente
e le ho chiesto se sentiva nostalgia delle sue canzoni. Neanche per
sogno! ha risposto. Sto molto meglio senza. Non cos invece la
signora O'C., come abbiamo visto, la cui allucinosi era decisamente
pi complessa, pi misteriosa, pi profonda e, anche se ci che la
provocava era del tutto casuale, si rivel di grande importanza e
utilit psicologiche.
L'epilessia della signora O'C. era in realt completamente diversa in
termini sia di fisiologia sia di carattere e impatto personali.
Nelle prime settantadue ore l'attacco, o lo stato convulsivo, era
pressoch continuo e associato ad apoplessia del lobo temporale. E gi
questa era una condizione travolgente. In un secondo tempo, e anche
questo aveva una base fisiologica (nella repentinit e nella gravit
dell'ictus e nello sconvolgimento da esso causato nei centri
emozionali profondi: uncus, amigdala, sistema limbico, eccetera, fino
alla parte pi profonda del lobo temporale), c'era una travolgente
emozione associata agli accessi e un contenuto travolgente (e
profondamente nostalgico): la sensazione di essere tornata bambina,
nella sua casa da tempo dimenticata, tra le braccia della madre.
Pu darsi che questi attacchi abbiano un'origine insieme fisiologica e
personale, che provengano cio da determinate parti stimolate del
cervello, ma che rispondano anche a particolari circostanze e bisogni
psichici, come nel caso riportato da Dennis Williams (1956):
Un rappresentante di 31 anni (caso 2770) aveva un'epilessia grave
indotta dal ritrovarsi solo in mezzo a estranei. Sintomi iniziali: il
ricordo visivo dei genitori nella vecchia casa, la sensazione
meravigliosa di avervi fatto ritorno. Il ricordo  descritto come
caldo e piacevole. Il soggetto ha la pelle d'oca, si sente avvampare e
poi gelare; dopodich o l'attacco cessa o continua fino alle
convulsioni.
Williams riferisce questo caso stupefacente in maniera arida, senza
stabilire nessi fra le sue parti. L'emozione viene liquidata come
puramente fisiologica - un piacere ictale improprio - ed  pure
ignorata la possibile relazione fra l'essere tornato a casa e
l'essere solo. Pu darsi che abbia ragione, certo; forse  tutto un
fatto puramente fisiologico; ma non posso fare a meno di pensare che,
se si devono avere attacchi epilettici, quest'uomo, il caso 2770,
riusciva ad avere gli attacchi giusti al momento giusto.
Nel caso della signora O'C. il bisogno nostalgico era pi cronico e
profondo, poich suo padre era morto prima che lei nascesse e la madre
era morta quando lei non aveva ancora cinque anni. Rimasta orfana e
sola, fu mandata in America da una zia nubile e piuttosto severa. La
signora O'C. non aveva alcun ricordo cosciente dei primi cinque anni
di vita - nessun ricordo della madre, dell'Irlanda, di casa sua.
Questa mancanza, o dimenticanza, dei primi e pi preziosi anni della
vita la sentiva con un senso di acuta e dolorosa tristezza. Aveva
spesso cercato, senza mai riuscirvi, di ritrovare i ricordi d'infanzia
perduti e dimenticati. Ora, con il suo sogno e con il lungo stato di
sogno che seguiva, ritrovava il senso della propria infanzia
dimenticata, perduta. La sensazione provata non era solo un piacere
ictale, era una felicit trepida, profonda, fortissima. Era come
aprire una porta, diceva, una porta rimasta ostinatamente chiusa per
tutta la vita.
Nel suo splendido libro sui ricordi involontari ("A Collection of
Moments", 1970), Esther Salaman parla della necessit di conservare o
ritrovare i sacri e preziosi ricordi d'infanzia, e di come senza di
essi la vita sia impoverita, infondata. Parla della profonda felicit,
del senso di realt che pu dare il ritrovamento di questi ricordi e
aggiunge tutta una lunga serie dibellissimecitazioni
autobiografiche, soprattutto di Dostoevskij e di Proust. Siamo tutti
esuli dal nostro passato, scrive, e pertanto abbiamo bisogno di
ritrovarlo. Nel caso della signora O'C. che, quasi novantenne, si
avvicinava alla fine di una lunga vita solitaria, questo ritrovamento
dei sacri e preziosi ricordi d'infanzia, questa strana e quasi
miracolosa anamnesi, questo spalancarsi della porta chiusa, l'amnesia
della sua infanzia, fu paradossalmente reso possibile da una disgrazia
che la colp al cervello.
Diversamente dalla signora O'M., che sentiva i propri attacchi come
spossanti e fastidiosi, la signora O'C. trovava nei suoi un ristoro
per lo spirito. Le davano un senso di stabilit e di realt
psicologiche, il senso elementare, cancellato dai lunghi decenni di
isolamento e di esilio, di aver realmente avuto un'infanzia e una
casa, di essere stata realmente amata e protetta da una presenza
materna. Diversamente dalla signora O'M., che "voleva" essere curata,
la signora O'C. rifiut di prendere anticonvulsivi: Ho bisogno di
questi ricordi diceva. Ho bisogno di quello che mi sta succedendo...
Finir da s fin troppo presto.
All'inizio delle sue crisi, Dostoevskij aveva crisi psicomotorie, o
stati mentali elaborati, e una volta cos si espresse a questo
proposito:
Voi che siete sani non potete immaginare la felicit che proviamo noi
epilettici nell'attimo che precede il nostro attacco... Non so se
questa felicit duri qualche secondo, o un'ora o un mese, ma
credetemi, "non la scambierei per nessuna gioia che la vita pu dare"
(T. Alajouanine, 1963).
La signora O'C. avrebbe compreso. Anche lei, nei suoi attacchi,
conosceva una felicit straordinaria, che per le appariva come il
colmo della salute mentale e fisica - la chiave stessa, anzi, la porta
d'accesso alla salute mentale e fisica. Sicch avvertiva la sua
malattia come salute, come SALUTARE.
Quando miglior e si riprese dal suo ictus, la signora O'C. attravers
un periodo di malinconia e di paura. La porta si sta chiudendo
diceva. Sto di nuovo perdendo tutto. E in effetti, ora della met di
aprile, essa aveva perduto quelle improvvise irruzioni di scene,
musiche, emozioni della sua infanzia, gli improvvisi trasporti
epilettici che la riportavano al mondo dei suoi primissimi anni e che
erano certo reminiscenze, e autentiche, poich, come  stato
mostrato inequivocabilmente da Penfield, questi attacchi afferrano e
riproducono una realt; una realt esperienziale, non una fantasia:
sono segmenti autentici di una vita e di un'esperienza passata.
Ma a questo proposito Penfield parla sempre di coscienza, di crisi
psicomotorie che colgono e riproducono convulsivamente parte del
flusso di coscienza, della realt cosciente. L'aspetto soprattutto
importante e anche commovente nel caso della signora O'C.  che la
reminiscenza epilettica afferrava qualcosa di inconscio - esperienze
della primissima infanzia, sbiadite o rimosse dalla coscienza - e lo
restituiva, convulsivamente, alla piena memoria e alla coscienza. E'
per questo, si deve supporre, che anche se la porta fisiologicamente
si chiuse, l'esperienza in s non fu dimenticata, ma lasci
un'impressione profonda, duratura e venne ricordata come significativa
e salutare. Sono contenta che sia successo disse la signora O'C.
quando tutto fu finito. E' stata l'esperienza pi salutare e pi
felice della mia vita. Ora non ho pi quel gran buco nei miei ricordi
d'infanzia. Non ricordo pi bene i particolari, ma so che  tutto l.
C' una specie di completezza che non ho mai avuto prima.
Non erano parole vuote, ma coraggiose e vere. Gli attacchi operarono
in realt una specie di conversione, diedero un centro a una vita
che ne era priva, restituirono alla signora O'C. l'infanzia perduta -
e con questo una serenit che essa non aveva mai conosciuto prima e
che l'accompagn per il resto della vita: una serenit e una sicurezza
spirituali definitive quali hanno solo coloro che possiedono, o
rievocano, il vero passato.


Post scriptum.

Non sono mai stato consultato solo per una "reminiscenza"... disse
Hughlings Jackson; per contro Freud dichiar: La nevrosi E'
reminiscenza. Ma  chiaro che il termine viene usato in due sensi
opposti, poich il fine della psicoanalisi , si pu dire, di
sostituire alle reminiscenze false o fantastiche un ricordo vero, o
anamnesi, del passato (ed  proprio questo ricordo vero, banale o
profondo, che viene evocato nel corso delle crisi psicomotorie).
Sappiamo che Freud aveva una grande ammirazione per Hughlings Jackson,
ma non sappiamo se Jackson, che visse fino al 1911, avesse mai sentito
parlare di Freud.
Il fascino di un caso come quello della signora O'C.  il suo essere
al tempo stesso jacksoniano e freudiano. Essa soffriva di una
reminiscenza jacksoniana, la quale per serv a darle un fondamento
e a guarirla, come avrebbe fatto un'anamnesi freudiana. Casi come
questi sono entusiasmanti e preziosi poich fanno da ponte tra la
sfera fisiologica e quella del vissuto personale e possono indicare,
se glielo permettiamo, la strada verso la neurologia del futuro, una
neurologia dell'esperienza viva. Credo che questo non avrebbe stupito
o indignato Hughlings Jackson. Anzi,  sicuramente quello che anche
lui vagheggiava, quando nel lontano 1880 scriveva di stati di sogno
e di reminiscenza.
Penfield e Perot intitolano il loro articolo "The brain's record of
visual and auditory experience" (La registrazione cerebrale
dell'esperienza visiva e acustica), e ora possiamo riflettere sulla
possibile forma, o sulle forme, di queste registrazioni interiori.
Ci che si verifica,in questi attacchi esperienziali
personalissimi,  un completo "replay" di (un segmento di) esperienza.
La nostra domanda : che cosa PUO' essere riprodotto in modo tale da
ricostituire un'esperienza? E' qualcosa di simile a un film o a un
disco, proiettato o suonato sul proiettore o sul giradischi del
cervello? Oppure  qualcosa di analogo ma di logicamente precedente,
come un copione o uno spartito? Qual  la forma definitiva, la forma
naturale del repertorio della nostra vita, di quel repertorio che
fornisce non solo il ricordo e la reminiscenza ma anche la nostra
immaginazione a ogni livello, dalle immagini sensoriali e motorie pi
semplici ai pi complessi mondi, paesaggi e scene creati dalla
fantasia? Repertorio, memoria, immaginazione di una vita che 
essenzialmente personale, drammatica e iconica.
Le esperienze di reminiscenza dei nostri pazienti sollevano alcune
questioni fondamentali circa la natura della memoria (o "mnesis") -
questioni che vengono sollevate, da una direzione opposta, anche dai
nostri racconti di casi di amnesia o "a"mnesis (Il marinaio perduto
e Una questione d'identit, capitoli 2 e 12). Analoghe questioni
sulla natura della conoscenza (o "gnosis") sorgono davanti ai nostri
pazienti affetti da "a"gnosia - la drammatica agnosia visiva del
dottor P. (L'uomo che scambi sua moglie per un cappello, capitolo
1) e l'agnosia acustica e musicale della signora O'M. e di Emily D.
(capitolo 9, Il discorso del Presidente). E questioni simili sulla
natura dell'azione (o "praxis") sorgono davanti al disorientamento
motorio, o "aprassia", di certi ritardati e davanti ai pazienti con
aprassia del lobo frontale - a volte cos grave che essi non sono in
grado di camminare, perdono le loro melodie cinetiche, le melodie
della deambulazione (cosa che succede anche ai parkinsoniani, come si
 visto in "Awakenings").
Cos come la signora O'C. e la signora O'M. soffrivano di
reminiscenze, di un insorgere convulsivo di melodie e di scene - una
specie di "iper"mnesis e "iper"gnosis -, i nostri pazienti amnesici-
agnosici hanno perduto (o stanno perdendo) le loro melodie e scene
interiori. Entrambi testimoniano in ugual misura la natura
sostanzialmente melodica e scenica della vita interiore, la natura
proustiana della memoria e della mente.
Uno stimolo applicato a un punto della corteccia di tali pazienti dar
via libera a una rievocazione o reminiscenza convulsiva proustiana. Da
che cosa  mediato ci? Che tipo di organizzazione cerebrale lo rende
possibile?Inostri attuali concetti di elaborazione e
rappresentazione cerebrale sono tutti essenzialmente computazionali
(si veda, per esempio, il brillante studio di David Marr, "Vision: A
Computational Investigation of Visual Representation in Man", 1982). E
come tali sono espressi in termini di schemi, programmi,
algoritmi, eccetera.
Ma gli schemi, i programmi, gli algoritmi possono da soli trasmetterci
la qualit intensamente visionaria,drammatica e musicale
dell'esperienza, quella vivida qualit personale che fa s che essa
sia esperienza?
La risposta  un No! chiaro e appassionato. Le rappresentazioni
computazionali - anche se sofisticatissime, come quelle delineate da
Marr e Bernstein (i due massimi pionieri e pensatori in questo campo)
- non potrebbero mai, di per s, costituire delle rappresentazioni
iconiche, quelle rappresentazioni che sono il tessuto stesso della
vita.
Appare quindi una profonda frattura, anzi un baratro, fra ci che
impariamo dai nostri pazienti e ci che ci dicono i fisiologi. Esiste
un modo di superare questo baratro? Oppure, se ci  (come  possibile
che sia) categoricamente impossibile, esistono concetti al di l di
quelli della cibernetica, che ci facciano comprendere meglio la natura
essenzialmente personale, proustiana, della reminiscenza, della mente,
della vita? Possiamo, insomma, avere una fisiologia personale o
proustiana, in aggiunta a quella meccanica, sherringtoniana?
(Sherrington stesso vi accenna in "Man on his Nature" [1938], quando
immagina la mente come un telaio incantato che tesse disegni sempre
dotati di significato - che tesse, in effetti, disegni di
significato...).
Tali disegni, tali strutture di significato trascenderebbero realmente
programmi o strutture puramente formali o computazionali e
consentirebbero la qualit essenzialmente PERSONALE che  inerente
alla reminiscenza, inerente a OGNI mnesis, gnosis e praxis. E se
chiediamo quale forma, quale organizzazione potrebbero avere queste
strutture, la risposta si presenta immediata (e, per cos dire,
inevitabile). Le strutture personali, le strutture per l'individuo,
dovrebbero prendere la forma di copioni o di spartiti - cos come le
strutture astratte, le strutture per un calcolatore, devono assumere
la forma di schemi o programmi. Cos, al di sopra del livello dei
programmi cerebrali, dobbiamo concepire un livello di copioni e
spartiti cerebrali.
Lo spartito di "Easter Parade" , ritengo, indelebilmente iscritto nel
cervello della signora O'M.:  lo spartito, il SUO spartito, di tutto
ci che lei sent e prov nel momento originale dell'"imprinting"
dell'esperienza. Analogamente, nelle zone drammaturgiche del
cervello della signora O'C., in apparenza dimenticato ma nondimeno
totalmente recuperabile, deve essere rimasto iscritto in modo
indelebile il copione della sua drammatica scena d'infanzia.
E si osservi, come risulta dai casi di Penfield, che l'asportazione
della minuscola porzione epilettogena della corteccia, del focolaio
d'irritazione che provoca la reminiscenza, pu cancellare "in toto" la
scena iterante e sostituire a una reminiscenza assolutamente specifica
o ipermnesia un altrettanto specifico oblio o amnesia. Vi  qualcosa
di molto importante, e spaventoso, in questo: la possibilit di una
psicochirurgia "reale",di una neurochirurgia dell'identit
(infinitamente pi raffinata e specifica delle nostre rozze
amputazioni e lobectomie che possono deprimere o deformare l'intero
carattere, ma non arrivano a toccare le esperienze individuali).
L'esperienza non  "possibile" finch non  organizzata iconicamente;
l'azione non  "possibile" a meno che non sia organizzata
iconicamente. La registrazione cerebrale di ogni cosa - di ogni cosa
viva - deve essere iconica. E' questa la forma "finale" della
registrazione cerebrale, anche se la forma preliminare pu essere
computazionale o programmatica. La forma finale della rappresentazione
cerebrale deve essere, o permettere, 1'arte: lo scenario e la
melodia arte-fatti dell'esperienza e dell'azione.
Per lo stesso motivo, se le rappresentazioni del cervello sono
danneggiate o distrutte, come nelle amnesie, nelle agnosie, nelle
aprassie, la loro ricostruzione (laddove possibile) richiede un
duplice approccio, un tentativo di ricostruire programmi e sistemi
danneggiati, come sta mettendo a punto, in modo straordinario, la
neuropsicologia sovietica; oppure un approccio diretto a livello di
melodie e scene interiori (come  descritto in "Awakenings", in "A Leg
to Stand On" e in vari casi contenuti in questo libro, specialmente in
Rebecca, capitolo 21, e nell'introduzione alla quarta parte).
Dobbiamo far ricorso all'uno o all'altro dei due approcci - o a
entrambi congiuntamente - se vogliamo capire, o assistere, i pazienti
cerebrolesi: una terapia sistematica, e una terapia d'arte,
preferibilmente entrambe.
Tutto questo era gi stato detto implicitamente un secolo fa da
Hughlings Jackson nella sua originale descrizione di un caso di
reminiscenza (1880), da Korsakov a proposito dell'amnesia (1887), e
da Freud e Anton alla fine del secolo scorso a proposito dell'agnosia.
Le loro importanti intuizioni sono state quasi dimenticate, eclissate
dall'imporsi di una fisiologia sistematica. E' giunto il momento di
ritrovarle, di riutilizzarle, affinch possa nascere, nel nostro
tempo, una nuova e splendida scienza e terapia esistenziale, che
possa unirsi a quella sistematica per darci una pi vasta capacit di
comprendere e di agire.


NOTE.

Nota 1. Una simile incapacit di percepire un tono o un'espressione
vocale ("agnosia" tonale) era offerta dalla mia paziente Emily D. (si
veda il capitolo 9, Il discorso del Presidente).



16.
NOSTALGIA INCONTINENTE.

I miei incontri con la reminiscenza, occasionali nel contesto
dell'epilessia o dell'emicrania, sono stati frequentissimi nei miei
pazienti postencefalitici eccitati dalla L-dopa - tanto che mi trovai
a definire la L-dopa una specie di strana macchina del tempo
personale. In una paziente essa si present in modo cos sensazionale
che ne feci l'argomento di una lettera al Lancet, pubblicata nel
numero del giugno 1980 e riportata qui sotto. In essa pensavo alla
reminiscenza in senso stretto, jacksoniano, come un insorgere
convulsivo di ricordi dal lontano passato. In seguito, quando scrissi
la storia di questa paziente (Rose R.) in "Awakenings", pensavo meno
in termini di reminiscenza e pi spesso in termini di arresto (Si
era mai mossa dal 1926? scrissi), che sono poi quelli usati da Harold
Pinter per la sua Deborah di "A Kind of Alaska".
Uno degli effetti pi sorprendenti della L-dopa, se somministrata a
certi pazienti postencefalici,  la riattivazione di sintomi e di
modelli comportamentali presenti a uno stadio molto iniziale della
malattia, e successivamente "perduti". Ci siamo gi espressi, a questo
proposito, sull'aggravamento o sulla ricorrenza di crisi respiratorie,
di crisi oculogire, di ipercinesi iterative e di tic. Abbiamo anche
osservato la riattivazione di molti altri sintomi primitivi "sopiti",
quali mioclonie, bulimia, polidipsia, satiriasi, sofferenza del
sistema nervoso centrale, crisi affettive, eccetera. A livelli
funzionali ancora pi elevati, abbiamo osservato il ritorno e la
riattivazione di atteggiamenti morali, sistemi di pensiero, sogni,
ricordi di grande complessit e intensit affettiva - tutti
"dimenticati", rimossi o altrimenti inattivati nel limbo di una
completa acinesia e, talvolta, apatia postencefalitica.
Un esempio notevole di reminiscenza forzata indotta dalla L-dopa 
stato osservato in una sessantatreenne affetta dall'et di diciotto
annidaparkinsonismo postencefalitico progressivo e
istituzionalizzata da ventiquattro anni in uno stato di "trance"
oculogiro pressoch continuo. La L-dopa ottenne inizialmente l'effetto
di liberarla dal suo parkinsonismo e dal trance oculogiro
consentendole di parlare e muoversi in modo quasi normale. A questo
fece ben presto seguito (analogamente a quanto osservato in diversi
nostri pazienti) un eccitamento psicomotorio con aumento di libido.
Tale periodo fu contrassegnato da nostalgia, gioiosa identificazione
con un s giovane e un incontrollabile insorgere di lontani ricordi e
allusioni sessuali. La paziente chiese un registratore e nel giro di
pochi giorni registr un'infinit di canzoni spinte e di barzellette e
filastrocche "sporche", tutte provenienti da cose udite alle feste,
lette su giornaletti "sconci" o sentite nei locali notturni e nelle
riviste musicali della fine degli Anni Venti. Queste esibizioni erano
ravvivate da ripetute allusioni a eventi di quell'epoca e dall'uso di
modi di dire, intonazioni e manierismi sociali che evocavano
irresistibilmente quegli anni ruggenti. Nessuno ne fu pi stupito
della paziente stessa: "E' incredibile" disse. "Non capisco proprio.
Sono almeno quarant'anni che non sento o penso cose simili. Non avrei
mai creduto di ricordarle ancora. Ma adesso non riesco a togliermele
dalla testa". Poich l'eccitazione aumentava fu necessario ridurre il
dosaggio della L-dopa e come conseguenza la paziente, pur conservando
l'uso della parola, "dimentic" all'istante tutti i vecchi ricordi e
non fu mai pi in grado di ricordare un solo verso delle canzoni che
aveva registrate.
La reminiscenza forzata - di solito associata a una sensazione di
"dj vu" e, per usare un'espressione di Jackson, di "raddoppio di
coscienza" - si verifica con una certa frequenza durante gli attacchi
di emicrania e di epilessia, negli stati ipnotici e psicotici e, in
modo meno sensazionale, in qualsiasi individuo come risposta al forte
stimolo mnemonico di certe parole, suoni, scene e, soprattutto, odori.
Un improvviso insorgere di ricordi  stato rilevato nelle crisi
oculogire, come nel caso descritto da Zutt, in cui "migliaia di
ricordi affollarono d'improvviso la mente del paziente". Penfield e
Perot sono riusciti a evocare ricordi stereotipati stimolando punti
epilettogeni della corteccia e avanzano l'ipotesi che in tali pazienti
gli attacchi, spontanei o indotti artificialmente, attivino nel
cervello "sequenze di ricordi fossilizzate".
La nostra ipotesi  che nella nostra paziente (come in chiunque) sia
immagazzinato un numero pressoch infinito di tracce mnestiche
"sopite", alcune delle quali possono essere riattivate in condizioni
speciali, soprattutto in condizioni di fortissima eccitazione.
Riteniamo che tali tracce, allo stesso modo degli "imprints"
subcorticali di avvenimenti lontani, molto al di sotto dell'orizzonte
della vita mentale, siano indelebilmente incise nel sistema nervoso e
possano perdurare per un tempo indefinito in uno stato di giacenza, o
per mancanza di eccitazione o per evidente inibizione. Gli effetti di
una loro eccitazione o disinibizione possono naturalmente essere
identici e stimolarsi a vicenda. Dubitiamo, tuttavia, che si possa
affermare che i ricordi della nostra paziente sono stati semplicemente
"rimossi" durante la sua malattia e poi "de-rimossi in risposta alla
L-dopa.
La reminiscenza forzata indotta dalla L-dopa, da sondaggi corticali,
da emicranie, epilessie, crisi convulsive, eccetera, parrebbe essere
soprattutto un'eccitazione; mentre la reminiscenza incontinentemente
nostalgica della vecchiaia, e talvolta dello stato di ubriachezza,
sembra pi prossima a una disinibizione e un palesamento di tracce
arcaiche. Tutti questi stati possono "liberare" la memoria e tutti
possono portare a una nuova esperienza, a una nuova rappresentazione
del passato.
...
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17.
PASSAGGIO IN INDIA.
...
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...
Bhagawhandi P., una ragazza indiana di diciannove anni, fu ricoverata
nel nostro ospedale nel 1978 per un tumore cerebrale maligno. Il
tumore, un astrocitoma, si era presentato una prima volta quando la
ragazza aveva sette anni, ma essendo allora di scarsa malignit e ben
circoscritto, permise una resezione completa e una completa ripresa
funzionale, consentendo a Bhagawhandi di tornare a una vita normale.
La tregua dur dieci anni, durante i quali Bhagawhandi visse
intensamente la sua vita, con gratitudine, e con la piena
consapevolezza (era una ragazza intelligente) di avere in testa una
'bomba a orologeria'.
All'et di diciott'anni il tumore si ripresent, molto pi invasivo e
maligno, e non pi asportabile; fu perci effettuata una
decompressione per permetterne l'espansione. Tale era la situazione al
momento del ricovero, cui si accompagnavano debolezza e insensibilit
del lato sinistro del corpo, saltuari attacchi convulsivi e altri
problemi.
In un primo tempo Bhagawhandi si mostr serena, pareva accettare
pienamente la sorte che l'attendeva, ma cercava la compagnia degli
altri, voleva fare, divertirsi, vivere ogni esperienza finch era
possibile. Col progredire del tumore verso il lobo temporale e il
graduale rigonfiamento del cuoio capelluto sopra la breccia
decompressiva (le somministrammo steroidi per ridurre l'edema
cerebrale), gli attacchi divennero pi frequenti - e pi strani.
Gli attacchi originali, che si ripresentavano ora di tanto in tanto,
erano convulsioni da grande male. I nuovi attacchi avevano
caratteristiche completamente diverse. La ragazza non perdeva
coscienza, ma assumeva un'aria sognante (e cos si sentiva); fu
facile accertare (e confermare con un E.E.G.) che ora aveva frequenti
attacchi a livello temporale, i quali, come insegna Hughlings Jackson,
sono spesso caratterizzati da stati sognanti e reminiscenze
involontarie.
Presto questo vago stato di sogno assunse un carattere pi definito,
pi concreto e pi visionario: prese la forma di visioni dell'India,
paesaggi, villaggi, case, giardini, nei quali Bhagawhandi ritrovava
subito i luoghi conosciuti e amati nella sua infanzia.
Se questo ti turba, le dicemmo possiamo cambiare farmaco.
No rispose con un sorriso calmo. Mi piacciono questi sogni, mi
riportano a casa.
A volte c'erano persone, di solito familiari o vicini; talvolta si
parlava o si cantava o si danzava; una volta si trov in una chiesa,
un'altra volta in un cimitero; ma per lo pi c'erano le pianure, i
campi, le risaie vicino al villaggio e la dolce distesa ondulata delle
colline fino al limite dell'orizzonte.
Si trattava sempre di attacchi temporali? In un primo tempo parve di
s, ma poi non ne fummo pi cos sicuri, perch gli attacchi temporali
(come sottoline Hughlings Jackson e come Wilder Penfield fu in grado
di confermare attraverso la stimolazione del cervello esposto, per cui
si veda il capitolo 15, Reminiscenza) tendono ad avere forma
piuttosto fissa: una singola scena o canzone, ripetuta senza
variazioni, cui corrisponde un focolaio corticale altrettanto fisso. I
sogni di Bhagawhandi invece non avevano tale fissit, ma le offrivano
panorami e distese di paesaggi sempre diversi. Che si trattasse allora
di allucinazioni da intossicazione provocata dalle dosi massive di
steroidi che le venivano somministrate? Ci era plausibile, ma non
potevamo ridurre gli steroidi, perch altrimenti sarebbe entrata in
coma e sarebbe morta in pochi giorni.
Inoltre, la cosiddetta psicosi da steroidi presenta spesso
eccitazione e disorganizzazione, mentre Bhagawhandi era sempre lucida,
serena, tranquilla. Che fossero fantasie o sogni, in senso freudiano?
Oppure quel tipo di follia onirica (onirofrenia) che pu talvolta
presentarsi nella schizofrenia? Anche di questo non potevamo essere
sicuri, perch, sebbene vi fosse una specie di fantasmagoria, i
fantasmi erano senza dubbio dei ricordi. Essi si presentavano
parallelamente a uno stato normale di lucidit e coscienza (Hughlings
Jackson parla, come abbiamo visto, di raddoppio di coscienza), ed
evidentemente non erano oggetto di una catessi troppo marcata n
carichi di impulsi passionali. Parevano piuttosto somigliare a certi
dipinti o poemi sinfonici, talvolta lieti, talvolta tristi,
evocazioni, rievocazioni, ritorni di un'infanzia teneramente amata e
ricordata.
Di giorno in giorno, di settimana in settimana, i sogni, le visioni si
presentarono sempre pi spesso, e con un'intensit sempre crescente.
Non erano pi sporadici, ma occupavano la maggior parte della
giornata. Bhagawhandi ci appariva rapita, come in trance, gli occhi a
volte chiusi, a volte aperti ma ciechi al mondo esterno, le labbra
increspate in un lieve sorriso misterioso. Se qualcuno veniva a
chiederle qualcosa, come dovevano fare le infermiere, rispondeva
subito, con lucidit e gentilezza, ma l'impressione di tutti, anche
delle infermiere meno inclini alle fantasie, era che si trovasse in un
altro mondo dal quale non dovevamo distoglierla. Io condividevo questa
sensazione e, bench curioso, ero restio a indagare. Una volta, una
volta sola, chiesi: Bhagawhandi, che cosa succede?.
Sto morendo rispose. Sto andando a casa. Torno da dove sono venuta;
 il mio ritorno, se vuole.
Pass un'altra settimana: ormai Bhagawhandi non rispondeva pi agli
stimoli esterni, ma pareva completamente avvolta in un suo mondo e,
bench avesse gli occhi chiusi, conservava sul viso il lieve sorriso
di felicit. Sta ritornando a casa dicevano le infermiere. Presto
sar arrivata. Tre giorni dopo Bhagawhandi mor. O forse dovremmo
dire arriv, giunse al termine del suo passaggio in India?
...
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18.
IL CANE SOTTO LA PELLE.
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...
Stephen D., 22 anni, studente di medicina, drogato (cocaina, P.C.P.,
soprattutto anfetamine).
Una notte sogn, con grande vivezza, di essere un cane, in un mondo di
odori incredibilmente ricchi e significativi (L'allegro odore
dell'acqua, l'ardito odore del sasso). Al suo risveglio si trov in
un mondo che sembrava proprio quello del sogno. Come se prima fossi
stato daltonico e all'improvviso mi ritrovassi in un mondo pieno di
colore. La sua visione del colore si era effettivamente acuita (Dove
prima avevo visto semplicemente del marrone, ora distinguevo dozzine
di marroni. I miei libri rilegati in pelle, che prima sembravano tutti
uguali, ora avevano ciascuno una tonalit distinta e peculiare), e
cos pure erano straordinariamente aumentate la percezione visiva e la
memoria eidetiche. (Prima non sapevo disegnare, non "vedevo" le cose
nella mente, adesso invece era come avere in testa un episcopio:
"vedevo" ogni cosa come proiettata sul foglio, e mi limitavo a
tracciare i contorni che "vedevo". Tutt'a un tratto ero in grado di
eseguire i pi complessi disegni anatomici). Ma era l'esaltazione
dell'odorato che aveva veramente trasformato tutto il suo mondo:
Avevo sognato di essere un cane - era un sogno olfattivo - e poi mi
svegliai in un mondo ricco delle pi odorose fragranze, un mondo in
cui ogni altra sensazione, pur accresciuta d'intensit, sbiadiva di
fronte all'odorato. A tutto ci si univa una specie di emozione
trepida, ansiosa, e una strana nostalgia, come di un mondo perduto il
cui ricordo in parte era svanito e in parte riaffiorava. (1)
Entrai in una profumeria continu Stephen. Non avevo mai avuto
molto naso per gli odori, prima, ma ora li distinguevo tutti
all'istante, e trovavo che ognuno fosse unico, evocativo, un intero
mondo. Scopr di riuscire a distinguere all'odore tutti i suoi amici,
e gli altri pazienti: Entrai in clinica, fiutai come un cane, e
subito riconobbi, prima di vederli, i venti pazienti che si trovavano
l. Ognuno aveva la sua fisionomia olfattiva, una faccia olfattiva,
molto pi vivida e suggestiva, molto pi complessa di una faccia
visiva. Sentiva l'odore delle loro emozioni - paura, contentezza,
eccitazione sessuale - come un cane. Riconosceva ogni strada, ogni
negozio, dall'odore; era in grado di orientarsi, infallibilmente, per
New York con l'olfatto.
Provava un certo impulso a toccare e fiutare ogni cosa (Niente era
veramente reale finch non lo toccavo e l'odoravo), ma lo reprimeva
quando era in compagnia per non creare imbarazzi. Gli odori sessuali
erano eccitanti e pi forti di prima, ma non pi forti degli odori dei
cibi o di altre cose. Il godimento olfattivo era molto forte, e cos
pure il disgusto, ma ci che gli dava quel mondo, ancor pi che
godimento o disgusto, era tutta un'estetica, tutto un nuovo criterio
di giudizio, un nuovo significato. Era un mondo di una concretezza
travolgente, un mondo di particolari, disse un mondo profondamente e
totalmente immediato, ricco di significato immediato. Lui che prima
era stato un tipo intellettuale, portato alla riflessione e
all'astrazione, ora trovava difficile e irreale usare il ragionamento,
l'astrazione e la categorizzazione, di fronte alla prepotente
immediatezza di ciascuna esperienza.
Quasi d'improvviso, dopo tre settimane questa strana trasformazione
ebbe fine: l'olfatto e tutti gli altri sensi tornarono normali ed egli
si ritrov, con un senso insieme di perdita e di sollievo, nel suo
vecchio mondo sbiadito, un mondo di sensazioni fievoli, di non
concretezza e di astrazione. Sono contento di essere tornato, disse
ma  anche una terribile perdita. Ora so che cosa perdiamo a essere
degli esseri umani civili. Abbiamo bisogno anche dell'altro elemento,
il "primitivo".
Sono trascorsi sedici anni e ormai i giorni dell'universit e
dell'anfetamina appartengono al passato. Non si  mai pi ripetuto
nulla di anche lontanamente simile. Il dottor D.  un giovane
internista di successo, mio amico e collega a New York. Non ha
rimpianti, ma ogni tanto prova una certa nostalgia: Quel mondo
olfattivo, quel mondo cos fragrante! esclama. Cos vivido e reale!
Era come un altro mondo, un mondo di pura percezione, ricco, vivo,
autosufficiente e pieno. Cosa darei per poter ritornare ogni tanto a
essere un cane!.
Freud defin pi volte l'olfatto umano come una vittima del processo
evolutivo, di civilizzazione e di crescita, conseguente all'assunzione
della posizione eretta e alla rimozione della sessualit primitiva,
pregenitale. E in effetti un aumento specifico (o patologico)
dell'olfatto  stato segnalato nella parafilia, nel feticismo e in
perversioni e regressioni affini. (2) Ma la disinibizione qui
descritta sembra molto pi generale, e bench associata a uno stato di
esaltazione - probabilmente un'eccitazione dopaminergica indotta da
anfetamine - non era n specificamente sessuale n associata a una
regressione sessuale. Un'iperosmia simile, a volte parossistica, pu
verificarsi in stati di eccitazione iperdopaminergici, ad esempio in
alcuni postencefalitici cui venga somministrata L-dopa e in certi
pazienti con sindrome di Tourette.
Ci che vediamo, se non altro,  l'universalit dell'inibizione,
persino al livello percettivo pi elementare: la necessit di inibire
ci che per Head era primordiale, ricco di tono emotivo,
protopatico, per consentire l'emergere del sofisticato e
categorizzante epicritico, privo di risonanza affettiva.
La necessit di tale inibizione non pu essere ricondotta unicamente
alla motivazione freudiana, ma nemmeno si dovrebbe esaltare,
romanticizzare, come fece Blake, una sua riduzione. Forse, come
suggerisce Head, essa ci  necessaria per essere uomini e non cani.
(3) Eppure l'esperienza di Stephen D. ricorda, come dice G.K.
Chesterton in "La canzone di Quoodle", che a volte abbiamo bisogno di
essere cani e non uomini:

Sono tutti senza naso
i figli caduti di Eva...
Oh, l'allegro odore dell'acqua,
l'ardito odore del sasso!


Post scriptum.

Di recente ho incontrato una specie di corollario a questo caso: un
uomo di grande intelligenza e talento che in seguito a una lesione
alla testa aveva subto un grave danno alle fibre olfattive
(vulnerabilissime nel loro lungo percorso attraverso la fossa
anteriore) e di conseguenza aveva completamente perduto l'olfatto.
Gli effetti di tale perdita l'avevano stupefatto e sconvolto:
L'olfatto? mi disse. Non me n'ero mai curato. Di solito uno non ci
pensa. Ma quando lo persi, fu come se fossi diventato di colpo cieco.
La vita perse molto del suo sapore... non ci si rende conto di quanto
il 'sapore' sia in realt olfatto. Si "odora" la gente, si "odorano" i
libri, si "odora" la citt, si "odora" la primavera, forse non in modo
consapevole, ma come uno sfondo ricco e inconscio che sta dietro a
ogni cosa. D'improvviso tutto il mio mondo s'impover radicalmente.
C'era un acuto senso di perdita, un acuto struggimento, un'autentica
osmalgia: il desiderio di ricordare il mondo olfattivo al quale non
aveva prestato alcuna attenzione cosciente ma che, come ora capiva,
era stato una specie di basso ostinato della vita. Poi, qualche mese
pi tardi, con sua sorpresa e gioia il caff della colazione, che era
diventato insipido, cominci a riacquistare il suo sapore. Prov con
la pipa, che non toccava da mesi, e anche l colse un vago accenno del
ricco aroma che tanto gli piaceva.
Eccitatissimo - i neurologi non gli avevano prospettato alcuna
speranza di guarigione -, torn dal suo medico. Ma questi, dopo un
esame completo fatto con una tecnica a doppio cieco, disse: No, mi
dispiace, non c' traccia di guarigione. L'anosmia  ancora totale.
Strano per che lei ora "senta l'odore" della sua pipa e del
caff....
Il fatto si pu forse spiegare - ed  importante notare che il danno
riguardava solo le fibre olfattive e non la corteccia - con lo
sviluppo di una vigorosissima fantasia olfattiva, quasi, si direbbe,
di un'allucinosi controllata, cos che nel bere il caff o
nell'accendere la pipa - situazioni normalmente e precedentemente
cariche di associazioni olfattive - egli  ora in grado di evocare, o
rievocare, inconsciamente queste associazioni, e con un'intensit tale
che esse gli paiono, in un primo momento, reali.
Questa facolt, in parte conscia e in parte inconscia, si  rafforzata
e diffusa. Ora, per esempio, egli fiuta, sente l'odore della
primavera. O almeno risveglia un ricordo olfattivo, o un quadro
olfattivo cos intenso che riesce quasi a illudere se stesso (e gli
altri) sulla realt di quella sensazione.
Sappiamo che una compensazione simile si verifica spesso nei ciechi e
nei sordi. Pensiamo alla sordit di Beethoven e alla cecit di
Prescott. Ma non ho idea se sia frequente nell'anosmia.


NOTE.

Nota 1. Stati per certi versi simili (una strana emotivit, a volte
nostalgia, reminiscenza e "dj vu" associati a intense
allucinazioni olfattive) sono caratteristici delle crisi uncinate,
una forma di epilessia temporale per la prima volta descritta da
Hughlings Jackson circa un secolo fa. Di solito l'esperienza 
piuttosto specifica,ma talvolta vi  un'intensificazione
generalizzatadell'odorato,unaiperosmia.L'uncus,che
filogeneticamente fa parte dell'antica area cerebrale olfattiva, il
rinencefalo,  funzionalmente associato a tutto il sistema limbico,
che viene sempre pi riconosciuto come fondamentale nel determinare e
regolare l'intero tono emozionale. Una qualsiasi eccitazione di esso
produce un aumento dell'emotivit e un'acutizzazione dei sensi.
L'intero argomento, con le sue affascinanti ramificazioni,  stato
esplorato in tutti i particolari da David Bear (1979).
Nota 2. A.A. Brill (1932) descrive e confronta tutto ci con la
complessiva intensit e fragranza del mondo olfattivo negli animali
macrosomatici (come i cani), nei selvaggi e nei bambini.
Nota 3. Si veda la critica rivolta a Head da Jonathan Miller, in "The
Dog Beneath the Skin", in The Listener, 1970.
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...
19.
OMICIDIO.
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Donald uccise la sua ragazza sotto l'effetto del P.C.P. Non aveva, o
non sembrava avere, alcuna memoria dell'accaduto e n l'ipnosi n il
sodio amital riuscirono a liberare nessun ricordo. Al processo si
giunse quindi alla conclusione che si trattava non di rimozione del
ricordo ma di amnesia organica, il tipo di "blackout" ben descritto
nel caso del P.C.P.
I particolari dell'omicidio, nella testimonianza del medico legale,
erano macabri e non potevano essere resi pubblici, sicch furono
discussi a porte chiuse e tenuti nascosti sia al pubblico sia allo
stesso Donald. Il suo caso fu confrontato con gli atti di violenza
compiuti a volte durante crisi temporali o psicomotorie, atti il cui
ricordo va perduto e nei quali forse la violenza non  intenzionale.
Coloro che li compiono non sono considerati responsabili o colpevoli,
ma sono nondimeno internati per la propria e l'altrui sicurezza. E
questo  quanto accadde all'infelice Donald.
Egli trascorse quattro anni in un ospedale psichiatrico criminale,
nonostante i dubbi rimasti: era poi davvero un criminale o un pazzo?
Donald parve accettare l'internamento con un certo sollievo - la
punizione gli giungeva forse gradita e l'isolamento gli dava
indubbiamente una sensazione di sicurezza. Non posso vivere con gli
altri diceva tristemente, quando lo interrogavano.
Si sentiva protetto dalle conseguenze di un'improvvisa e pericolosa
perdita di controllo, protetto e in un certo modo sereno. Gli erano
sempre piaciute le piante e questo interesse, cos costruttivo e cos
lontano dalla zona pericolosa dei rapporti e delle azioni umane, venne
caldamente incoraggiato nell'ospedale criminale dove ora si trovava.
Cominci cos a lavorare lo spiazzo dissestato e incolto che
circondava l'edificio e cre aiuole fiorite, piccoli orti, giardini di
ogni tipo. Pareva aver raggiunto una sorta di austero equilibrio, nel
quale i rapporti e le passioni umane, una volta cos tempestosi, erano
stati sostituiti da una strana calma. Alcuni lo consideravano
schizoide, altri sano: tutti erano sicuri che avesse raggiunto una sua
stabilit. Al quinto anno d'internamento gli concessero una libera
uscita sulla parola durante i fine settimana. Era sempre stato un
appassionato ciclista e ora si ricompr una bicicletta. Fu questo a
far precipitare il secondo atto della sua strana storia.
Stava scendendo per una ripida collina a gran velocit, come gli
piaceva fare, quando da una curva cieca spunt una macchina
completamente contromano. Donald sterz per evitare lo scontro
frontale, perse il controllo e cadde battendo violentemente la testa
sul selciato.
Riport una grave lesione al capo - vasti ematomi subdurali
bilaterali, subito evacuati e drenati chirurgicamente - e una seria
contusione a entrambi i lobi frontali. Rimase in coma, con emiplegia,
per quasi due settimane; poi, sorprendentemente, cominci a
migliorare. A questo punto ebbero inizio gli incubi.
Il riaffiorare della coscienza non ebbe niente di dolce: fu un ritorno
accompagnato da una spaventosa agitazione e angoscia; Donald, non
ancora del tutto in s, si dibatteva violentemente gridando in
continuazione: Dio mio!, oppure No!. Col progressivo snebbiarsi
della coscienza tornava ora la memoria, una memoria intatta che
portava con s un ricordo orribile. I problemi neurologici erano
gravi: debolezza e insensibilit del lato sinistro, crisi convulsive,
seri deficit frontali, e con questi ultimi qualcosa di assolutamente
nuovo. "L'omicidio, l'atto fino a quel momento perso per la memoria,
gli si parava ora dinanzi con particolari vividi, quasi allucinatori".
La reminiscenza sorgeva incontrollabile e lo sopraffaceva: egli
vedeva in continuazione l'omicidio, lo ripeteva nella mente, senza
sosta. Era un incubo, era pazzia? Oppure c'era ora un'ipermnesi,
un'irruzione di ricordi autentici, veritieri, divenuti ancora pi
vividi e spaventosi?
Donald fu sottoposto a un lungo interrogatorio, durante il quale si
fece attenzione a non fornirgli suggerimenti di sorta, e ben presto ci
si rese conto che la sua era una reminiscenza autentica, anche se
incontrollabile. "Ora egli conosceva i minimi particolari del suo
delitto: tutti i particolari rivelati dal medico legale, mai per resi
noti in una seduta pubblica, o allo stesso Donald".
Tutto ci che in precedenza era stato, o era parso, perduto o
dimenticato - nonostante l'ipnosi o l'iniezione di amital - era ora
ricuperato e ricuperabile. Non solo: era anche incontrollabile; e
ancora: era assolutamente insopportabile. Donald tent due volte il
suicidio all'unit neurochirurgica e fu necessario somministrargli
forti dosi di tranquillanti e trattenerlo con la forza.
Che cosa gli era successo? Che cosa gli STAVA succedendo? Che si
trattasse dell'improvvisa irruzione di una fantasia psicotica era
escluso dalla veridicit della reminiscenza - e anche se fosse stata
tutta una fantasia psicotica,perch si verificava ora,
all'improvviso, senza avvisaglie, in concomitanza con la lesione alla
testa? I ricordi avevano una carica psicotica, o quasi psicotica:
erano, per dirla con un termine psichiatrico, intensamente o sovra-
catessizzati, tanto da indurre Donald a costanti pensieri di
suicidio. Ma quale sarebbe una catessi normale per un ricordo del
genere, per l'improvviso emergere, da un'amnesia totale, non di
qualche oscuro conflitto o colpa edipici, ma di un vero omicidio?
Era possibile che con la perdita dell'integrit dei lobi frontali
fosse andato perduto un requisito essenziale per la rimozione, e che
ci a cui noi ora assistevamo fosse un'improvvisa, esplosiva,
specifica de-rimozione? Nessuno di noi aveva mai sentito o letto di
qualcosa di simile, pur avendo tutti dimestichezza con la generale
disinibizione che si osserva nelle sindromi frontali: l'impulsivit,
l'umorismo inopportuno, la loquacit, l'oscenit, l'esibizione di un
Es disinibito, sfrontato e volgare. Ma non erano questi i tratti
mostrati da Donald, che non era affatto impulsivo, non selettivo o
insensibile. Il suo carattere, il suo giudizio, la sua personalit
generale erano assolutamente intatti: erano solo e specificamente i
ricordi e le emozioni collegati all'omicidio che ora irrompevano in
modo incontrollabile, ossessionandolo e tormentandolo.
Era implicato uno specifico elemento eccitativo o epilettico? A questo
proposito furono particolarmenteinteressantileindagini
elettroencefalografiche, che, utilizzando speciali elettrodi
(nasofaringei) rivelarono, oltre alle saltuarie crisi di grande male,
la presenza in entrambi i lobi temporali di un'incessante irritazione,
un'epilessia profonda che si estendeva (era una supposizione, ma per
averne la conferma sarebbe stato necessario impiantare degli
elettrodi) fino nell'uncus, nell'amigdala, nelle strutture limbiche -
il circuito emozionale situato nel profondo dei lobi temporali.
Penfield e Perot (in Brain, 1963, pagine 595-696) hanno riferito di
reminiscenza ricorrente o di allucinazioni esperienziali in
pazienti soggetti a crisi temporali. Ma gran parte delle esperienze e
reminiscenze descritte da Penfield erano in un certo senso passive: il
paziente udiva musica, vedeva scene, dove magari era presente, ma COME
SPETTATORE, NON COME ATTORE. (1) Nessuno di noi aveva mai sentito dire
che un simile paziente avesse ri-provato l'esperienza, o meglio,
rivissuto un'"azione" - ma a quanto pareva era proprio quello che
stava succedendo a Donald. Non si giunse mai a stabilirlo con
chiarezza.
Resta solo da raccontare il resto della storia. La giovinezza, la
fortuna, il tempo, le capacit di ripresa naturale, un'eccellente
funzione pretraumatica coadiuvata da una terapia luriana di
sostituzione del lobo frontale hanno consentito a Donald, con gli
anni, un recupero straordinario. Le sue funzioni frontali sono ora
quasi normali. L'uso di anticonvulsivi introdotti solo in questi
ultimi anni ha permesso un effettivo controllo della sua irritazione
temporale - e anche qui, probabilmente, la ripresa naturale ha fatto
la sua parte. Infine un'intelligente e regolare psicoterapia
d'appoggio ha temperato la violenza punitiva, autoaccusatoria del
super-Io di Donald, e ha ridato spazio alle sfumature pi miti
dell'Io. Ma la cosa decisiva, la pi importante,  che Donald 
tornato al giardinaggio. Occuparmi del giardino mi fa sentire in
pace mi dice. Non ci sono conflitti. Le piante non hanno un Io. Non
possono farti del male dentro. La terapia decisiva, come ha detto
Freud,  il lavoro e l'amore.
Donald non ha dimenticato n nuovamente rimosso nessun particolare
dell'omicidio - sempre che si sia trattato di rimozione - ma non ne 
pi ossessionato: ha raggiunto un equilibrio fisiologico e morale.
Ma come spiegare neurologicamente la perdita, dapprima, e poi il
recupero della memoria? Perch l'amnesia, e perch l'esplosiva
ricomparsa del ricordo? Perch la sua totale cancellazione e poi i
raccapriccianti ritorni allucinatori? Che cosa  veramente successo in
questo strano dramma semineurologico? Le risposte a queste domande
rimangono a tutt'oggi un mistero.


NOTE.

Nota 1. Tuttavia non era invariabilmente cos. In un caso di trauma
particolarmente spaventoso, riferito da Penfield, la paziente, una
bambina di dodici anni, in ogni crisi aveva l'impressione angosciosa
di essere inseguita da un uomo che voleva ucciderla e che la
rincorreva con una borsa piena di serpenti vivi. Questa allucinazione
esperienziale era l'esatta replica di un orribile episodio realmente
verificatosi cinque anni prima.
...
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...
20.
LE VISIONI DI HILDEGARD.
...
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...
La letteratura religiosa di ogni tempo  ricca di descrizioni di
visioni in cui sentimenti sublimi e ineffabili sono accompagnati
dall'esperienza di una radiosa luminosit (William James, in questo
contesto, parla di fotismo). Nella grande maggioranza dei casi 
impossibile accertare se l'esperienza rappresenti un'estasi isterica o
psicotica, gli effetti dell'ebbrezza, o una manifestazione epilettica
o emicranica. Una straordinaria eccezione  fornita dal caso di
Hildegard di Bingen (1098-1180), una monaca e mistica dalle
eccezionali doti intellettuali e letterarie, che a partire dalla prima
infanzia fino ai suoi ultimi giorni ebbe innumerevoli visioni, di
cui ci ha lasciato mirabili resoconti illustrati nei due codici
manoscritti giunti fino a noi: "Liber scivias" e "Liber divinorum
operum".
Un attento esame di questi resoconti e delle loro figure non lascia
dubbi sulla natura delle visioni: erano indiscutibilmente di origine
emicranica e illustrano, anzi, molte delle diverse aure visive gi
discusse. Nel corso di un ampio saggio sulle visioni di Hildegard,
Singer (1958) individua come particolarmente caratteristici i seguenti
fenomeni:
In tutte le visioni esiste come elemento di rilievo un punto o un
gruppo di punti di luce, che scintillano e si spostano, di solito con
moto ondulatorio, e che sono per lo pi interpretati come stelle o
occhi fiammeggianti. In parecchi casi una luce, pi grande delle
altre, mostra una serie di figure circolari concentriche disegnate con
tratto ondulato; spesso vi  la descrizione di ben precise figure-
fortezza, in alcuni casi irradiantisi da una zona colorata. Spesso le
luci davano l'impressione, descritta da tanti visionari, di essere
vive, di ribollire o fermentare....
Hildegard scrive:
Le visioni che ebbi non le vidi n in sonno n in sogno, n nella
follia n con i miei occhi carnali, n con le orecchie della carne n
in luoghi nascosti; ma nella veglia, ben desta, e con gli occhi dello
spirito e le orecchie interiori, io le percepisco ben chiare allo
sguardo e secondo la volont di Dio.
Una di queste visioni, riprodotta in una figura dove si vedono stelle
che cadono e si spengono nell'oceano, significa per lei La caduta
degli angeli:
Vidi una grande stella, quant'altre mai splendente e meravigliosa, e
con essa una straordinaria moltitudine di stelle cadenti che con la
stella proseguivano verso sud... E d'improvviso furono tutte
annientate, trasformate in neri carboni... e scagliate nell'abisso,
cosicch non le vidi pi.
Questa  l'interpretazione allegorica di Hildegard. La nostra,
letterale, sarebbe che la monaca registr uno sciame di fosfeni in
transito nel suo campo visivo, cui segu uno scotoma negativo. Visioni
con figure-fortezze sono descritte nel suo "Zelus dei" e "Sedens
lucidus", dove le fortezze si dipartono a raggiera da un punto di
grande luminosit, che nell'originale scintilla di molti colori.
Queste due visioni sono fuse in una visione composita, dove la
fortezza  interpretata da Hildegard come l'"aedificium" della citt
di Dio.
Una grande intensit estatica investe l'esperienza di queste aure,
specie le rare volte in cui un secondo scotoma segue immediatamente la
scintillazione originale:
La luce che vedo non  localizzata, eppure  pi splendente del sole,
n posso misurarne l'altezza, la lunghezza o l'ampiezza, e la chiamo
"la nuvola della luce vivente". E come il sole, la luna e le stelle si
riflettono nell'acqua, cos gli scritti, i detti, le virt e le opere
degli uomini risplendono in essa dinanzi a me...
Talvolta dentro questa luce ne vedo un'altra, che chiamo "Luce
Vivente stessa"... E quando levo ad essa lo sguardo, ogni tristezza e
pena svanisce dalla mia memoria, cosicch sono di nuovo una semplice
fanciulla e non una vecchia.
Cariche di questa sensazione estatica, ardenti di un profondo
significato teoforo e filosofico, le visioni di Hildegard
contribuirono a portarla verso una vita di santit e misticismo. Esse
forniscono un raro esempio del modo in cui un evento fisiologico,
banale, odioso o insignificante per la grande maggioranza delle
persone, possa diventare, in una coscienza privilegiata, il sostrato
di una suprema ispirazione estatica. Per trovare un valido parallelo
storico bisogna arrivare a Dostoevskij, che conobbe a varie riprese
aure epilettiche estatiche alle quali attribuiva enorme importanza:
Vi sono momenti, ed  questione di non pi di cinque o sei secondi,
in cui si avverte la presenza dell'armonia eterna... la cosa terribile
 la chiarezza spaventosa con cui essa si manifesta e il rapimento
estatico di cui ti colma. Se questo stato durasse pi di cinque
secondi, l'anima non riuscirebbe a reggerlo e sarebbe costretta a
scomparire. In questi cinque secondi io vivo un'intera esistenza
umana; per averli darei tutta la mia vita, n lo riterrei un prezzo
troppo alto....
...
.
....
Parte quarta.
...
.
...
IL MONDO DEI SEMPLICI.
...
.
...
Quando, diversi anni fa, incominciai a lavorare con i ritardati,
pensai che sarebbe stata un'esperienza deprimente e lo scrissi a
Lurija. Con mia sorpresa, egli mi rispose in termini quanto mai
positivi: di tutti i suoi pazienti nessuno era a lui pi caro di
costoro, e considerava le ore e gli anni passati all'Istituto per le
insufficienze mentali fra i pi umanamente ricchi e interessanti di
tutta la sua vita professionale. Un sentimento analogo  espresso
nella prefazione alla prima delle sue biografie cliniche ("Linguaggio
e sviluppo dei processi cognitivi nel bambino"): Se un autore ha il
diritto di esprimere dei sentimenti circa la propria opera, io devo
registrare il calore e la partecipazione con cui sempre mi accosto al
materiale pubblicato in questo breve libro.
Che cosa sono questo calore e questa partecipazione di cui parla
Lurija? Sono chiaramente l'espressione di un qualcosa di emotivo e di
personale, che non sarebbe possibile se i ritardati non
rispondessero, non possedessero anche loro sensibilit autentica, un
potenziale emotivo e personale, quali che siano i loro difetti
(intellettuali). Ma  anche di pi. E' l'espressione di un interesse
scientifico: di qualcosa che Lurija considerava di particolarissimo
interesse scientifico. Che cosa poteva essere? Sicuramente qualcosa di
ben diverso dalle deficienze, o dallo studio di esse, cose che in s
offrono un interesse abbastanza limitato. Che cosa dunque vi  di cos
particolarmente interessante nei semplici?
E' qualcosa che riguarda le qualit della mente che sono preservate, e
addirittura potenziate, sicch questi individui, sebbene per certi
aspetti mentalmente deficienti, possono essere, per altri aspetti,
mentalmente interessanti e persino completi. Qualit della mente
diverse da quelle concettuali: ecco ci che possiamo esplorare con
particolare chiarezza nella mente dei semplici (cos come in quella
dei bambini e dei selvaggi, anche se, come sottolinea ripetutamente
Clifford Geertz, queste categorie non devono mai essere messe sullo
stesso piano: i selvaggi non sono n semplici n bambini; i bambini
non hanno una cultura selvaggia; e i semplici non sono n selvaggi n
bambini). Eppure vi sono importanti affinit, e tutto ci che Piaget
ha messo in luce nella mente del bambino e Lvi-Strauss nel pensiero
selvaggio, lo ritroveremo, in forma diversa, nella mente e nel mondo
dei semplici. (1)
Ci che attende di essere studiato  una cosa che tocca la mente come
il cuore, e che perci spinge a muoversi nella direzione della
scienza romantica di Lurija.
Che cos' questa qualit mentale, questa disposizione, che
caratterizza i semplici, che d loro quella commovente innocenza,
quella trasparenza, completezza e dignit, quella qualit cos
peculiare che ci fa parlare di mondo dei semplici (cos come
parliamo di mondo dei bambini o dei selvaggi)?
Se dovessimo racchiudere tutto ci in una sola parola, questa sarebbe
concretezza: il loro mondo  vivido, intenso, ricco di particolari,
eppure semplice, proprio perch E' concreto, e non complicato, diluito
o unificato dall'astrazione.
Per una sorta di inversione, o sovversione, dell'ordine naturale delle
cose, la concretezza  spesso vista dai neurologi come qualcosa di
spregevole, di indegno d'attenzione, di incoerente e regredito. Per
Kurt Goldstein, ad esempio, il massimo organizzatore della materia tra
gli studiosi della sua generazione, la mente, gloria dell'uomo, 
tutta nella facolt di astrazione e di categorizzazione e l'effetto di
un danno cerebrale di qualsiasi tipo  di far precipitare l'uomo da
questa regione elevata nelle paludi quasi subumane del concreto. Se
l'uomo perde la facolt astratto-categoriale (Goldstein) o il
pensiero proposizionale (Hughlings Jackson), ci che rimane 
subumano, di nessuna importanza o interesse.
Io la chiamo inversione perch il concreto  fondamentale,  ci che
rende la realt reale, viva, personale e significativa. Tutto ci
viene perduto se si perde il concreto, come abbiamo visto nel caso di
quel personaggio quasi marziano che era il dottor P., l'uomo che
scambi la moglie per un cappello, il quale cadde (con un percorso
inverso a quello indicato da Goldstein) dal concreto NELL'astratto.
Molto pi facile da comprendere, e molto pi naturale,  l'idea che
nel danno cerebrale il concreto venga conservato: che vi sia non una
regressione al concreto, bens la conservazione DEL concreto, con la
conseguente conservazione della personalit, identit, umanit
essenziali, dell'ESSERE della creatura colpita.
E' quello che osserviamo in Zasetskij, l'uomo dal mondo perduto:
nonostante la distruzione delle sue facolt di astrazione e
proposizionali, egli rimane quintessenzialmente uomo, con tutto lo
spessore morale e tutta la ricchezza immaginativa di un uomo. Qui
Lurija, mentre da un lato sembra appoggiare le formulazioni di
Hughlings Jackson e di Goldstein, ne capovolge dall'altro il
significato. Zasetskij non  un minorato jacksoniano, e nemmeno un
relitto goldsteiniano:  un uomo nella pienezza della sua maturit, un
uomo con emozioni e immaginazione assolutamente intatte, e forse
potenziate. Il suo mondo non  in frantumi: manca di astrazioni
unificanti, ma viene esperito come una realt straordinariamente
ricca, profonda e concreta.
Credo che tutto questo valga anche per i semplici tanto pi che,
essendo tali da sempre, essi non hanno mai conosciuto l'astratto, non
ne sono mai stati sedotti, ma hanno sempre vissuto la realt in modo
diretto e immediato, con un'intensit elementare e, a volte,
soverchiante.
Con loro entriamo in un mondo affascinante e paradossale, dove tutto
converge sull'ambiguit del concreto. E noi in particolare, come
medici, terapeuti, insegnanti, scienziati, siamo invitati, anzi
costretti "ad esplorare il concreto". E' questa la scienza romantica
propugnata da Lurija, le cui due grandi biografie cliniche, o
romanzi, possono infatti essere viste come esplorazioni del
concreto: di come esso sia conservato, al servizio della realt, nel
cerebroleso Zasetskij, o esagerato, a spese della realt, nella
supermente dell'uomo che non dimenticava nulla.
La scienza classica si disinteressa del concreto: in neurologia e in
psichiatria esso  considerato alla stregua del futile. Ci vuole una
scienza romantica perch esso riceva l'attenzione che si merita,
perch ne vengano apprezzati gli straordinari poteri... e i pericoli;
e nei semplici ci troviamo faccia a faccia col concreto, col concreto
puro e semplice, in tutta la sua incondizionata intensit.
Il concreto pu aprire certe porte, e pu anche chiuderle. Pu essere
l'accesso alla sensibilit, all'immaginazione, alla profondit, oppure
pu relegare chi lo possiede (o ne  posseduto) in un mondo di
particolari senza senso. Nei semplici vediamo, come amplificati,
entrambi i potenziali.
Le facolt di immaginazione concreta e di memoria, quando siano
potenziate dalla natura per compensare la carenza di quelle
concettuali e astratte, possono volgere in direzioni del tutto
opposte: verso un'attenzione ossessiva ai particolari, verso lo
sviluppo di un'immaginazione e di una memoria eidetiche, e
l'esibizionismo del prodigio vivente (come nel caso dell'uomo che
non dimenticava nulla e, nei secoli passati, nel culto della concreta
arte della memoria (2)). Riscontriamo tendenze in questo senso in
Martin A. (capitolo 22), in Jos (capitolo 24) e soprattutto nei
gemelli (capitolo 23); tendenze che, specialmente in questi ultimi,
vennero esagerate dalle sollecitazioni a prodursi in pubblico, nonch
dalla loro stessa modalit ossessiva ed esibizionistica.
Ma di gran lunga pi interessanti, pi umani, toccanti e reali - e
tuttavia quasi ignorati dalle ricerche condotte sui semplici (bench
immediatamente chiari ai genitori e agli insegnanti intelligenti) -
sono il "giusto" uso e sviluppo del concreto.
Il concreto pu anche diventare un veicolo del mistero, della bellezza
e della profondit, pu condurre alle emozioni, all'immaginazione,
allo spirito - non meno di qualsiasi concezione astratta (anzi, forse
di pi, come sostiene Gershom Sholem, 1965, contrapponendo il
concettuale e il simbolico, o Jerome Bruner, 1984, contrapponendo
paradigmatico e narrativo). Il concreto  pronto ad assorbire
sentimento e significato, forse pi di qualsiasi concezione astratta.
E' pronto a passare nella dimensione estetica, drammatica, comica,
simbolica, nel vasto e profondo mondo dell'arte e dello spirito. I
minorati mentali, dunque, bench forse invalidi "concettualmente",
possono essere, nelle loro capacit di apprendimento concreto e
simbolico, in tutto e per tutto alla pari di un qualsiasi individuo
normale. (Questa  scienza, ed  anche romanzo, avventura...).
Nessuno ha espresso tutto ci con parole pi belle di quelle scritte
da Kierkegaard sul letto di morte. Eccole, lievemente ritoccate: OH
UOMO SEMPLICE!Il simbolismo delle Scritture  qualcosa
d'infinitamente elevato... ma non  "elevato" in un senso che abbia a
che fare con l'elevatezza "intellettuale", o con le differenze
"intellettuali" fra un uomo e l'altro... No,  per tutti... tutti
possono raggiungere questa altezza infinita.
Un uomo pu avere un livello intellettuale bassissimo: pu non
riuscire a infilare una chiave nella serratura, n tanto meno capire
le leggi newtoniane del moto, pu essere del tutto incapace di
comprendere il mondo come insieme di "concetti", tuttavia pu avere la
piena capacit - e in questo addirittura dimostrare un grande talento
- di comprendere il mondo come concretezza, come simboli. E' questo
l'altro aspetto, un aspetto quasi sublime, di quegli esseri
straordinari, di quegli idioti di genio che sono Martin, Jos e i
gemelli.
Costoro tuttavia, si potr obiettare, sono eccezionali e atipici.
Perci apro quest'ultima parte con Rebecca, una giovane donna affatto
comune, una semplice con cui lavorai dodici anni fa e che tuttora
ricordo con affetto.


NOTE.

Nota 1. Tutti i primi studi di Lurija furono compiuti in questi tre
campi affini: l'osservazione diretta dei bambini e delle comunit
primitive dell'Asia centrale e gli studi all'Istituto per le
insufficienzementali.Insieme,essidiederoavvioa
quell'esplorazione dell'immaginazione umana che sarebbe durata tutta
la sua vita.
Nota 2. Si veda lo straordinario libro di Frances Yates cos
intitolato (1966).





21.
REBECCA.

Quando si present alla nostra clinica, Rebecca era tutt'altro che una
bambina: aveva diciannove anni ma, come diceva sua nonna, in certe
cose  proprio come una bambina. Non sapeva orizzontarsi nel
padiglione, non riusciva ad aprire le porte perch non capiva come
andasse infilata la chiave e ogni volta che glielo spiegavano lo
dimenticava. Confondeva la destra e la sinistra, a volte andava in
giro senza accorgersene coi vestiti infilati alla rovescia o col
davanti dietro, e, se lo notava, non riusciva a rimetterseli dritti.
Era capace di passare ore e ore a cercare di infilare una mano o un
piede nel guanto o nella scarpa sbagliati: come diceva la nonna,
sembrava non possedere nessun senso dello spazio. In tutti i suoi
movimenti era goffa e scoordinata: un fantoccio, diceva una
relazione clinica; un'idiota motoria, diceva un'altra (e tuttavia,
quando ballava, la sua goffaggine scompariva d'incanto).
Rebecca aveva una schisi parziale del palato che la faceva parlare con
un sibilo, aveva dita corte e tozze con unghie brevi e deformate, e
una forte miopia degenerativa la costringeva a portare lenti
spessissime: tutte stigmate della stessa condizione congenita che
aveva causato la sua menomazione cerebrale e mentale. Era timidissima
e schiva, ben consapevole com'era di essere da sempre ridicola e
grottesca.
Ma era capace di attaccamenti intensi e profondi, appassionati
addirittura. Adorava la nonna che l'aveva cresciuta da quando, all'et
di tre anni, era rimasta orfana di entrambi i genitori. Amava la
natura e quando la portavano al parco o al giardino botanico, era al
settimo cielo. Un'altra sua passione erano le storie, che si faceva
leggere dalla nonna o da altri, non avendo mai imparato a farlo da
sola, bench ci avesse spesso provato con sforzi addirittura
frenetici. E' affamata di storie diceva la nonna, che per fortuna
era ben felice di leggergliele e incantava Rebecca con la sua bella
voce. E non solo racconti, anche poesie. Pareva esserci in Rebecca
un'esigenza o una fame profonda di queste cose, come se fossero un
alimento, una realt necessari per la sua mente. La natura era
splendida, ma muta. Non bastava. Rebecca aveva bisogno che il mondo le
venisse riproposto in immagini verbali, in parole, e non sembrava
avere difficolt a seguire le metafore e i simboli di poesie anche
molto profonde, cosa che contrastava nettamente con la sua incapacit
di intendere semplici frasi o istruzioni. Il linguaggio dei
sentimenti, del concreto, delle immagini e dei simboli costituiva un
mondo che lei amava e nel quale spesso riusciva a entrare con una
facilit sorprendente. Malgrado la sua inettitudine a livello
concettuale (e proposizionale), si trovava a suo agio con il
linguaggio poetico ed era lei stessa, a suo modo, con una goffa
immediatezza che commuoveva, una sorta di poeta naturale, primitivo.
Metafore, immagini verbali, similitudini sorprendenti le venivano
spontanee, anche se imprevedibili, sotto forma d'improvvise
esclamazioni o allusioni poetiche. La nonna di Rebecca era religiosa e
anche Rebecca amava il rito delle candele il giorno del sabato, le
benedizioni e le preghiere che scandiscono la giornata ebraica; le
piaceva andare alla sinagoga, dove era ricevuta con affetto (e
considerata una figlia di Dio, una specie d'innocente, di sacra
folle) e capiva perfettamente la liturgia, i canti, le preghiere, i
riti e i simboli di cui  fatto il servizio ortodosso. Tutto questo
essa lo poteva fare, capire e amare, nonostante i suoi gravi problemi
percettivi e spazio-temporali e le gravi carenze nella capacit di
schematizzazione: non riusciva a calcolare un resto, sbagliava le
operazioni pi semplici, non impar mai a leggere e a scrivere e nei
test di valutazione del Q.I. otteneva in media 60 o anche meno (pur
riuscendo decisamente meglio nelle parti orali che non in quelle di
performance).
Era quindi un'idiota, una scema, una tonta, o cos sembrava e
cos veniva chiamata da sempre, ma un'idiota dotata di una capacit
poetica inaspettata e stranamente commovente. Superficialmente era
davvero un cumulo di handicap o di incapacit, con le pesanti
frustrazioni e le ansie che ne derivavano; a questo livello essa era e
sentiva di essere un'invalida mentale, totalmente priva della
disinvoltura e delle abilit degli altri; ma a un livello pi profondo
handicap e incapacit non erano pi avvertiti; vi era piuttosto una
sensazione di calma e di completezza, l'impressione di essere
pienamente viva, di essere un'anima, profonda ed elevata, e uguale a
tutti gli altri. Intellettualmente, dunque, Rebecca si sentiva
menomata; spiritualmente si sentiva un essere integro e completo.
La prima volta che la incontrai - goffa, sgraziata, maldestra - vidi
in lei semplicemente, o soltanto, una vittima, una creatura ferita, di
cui potevo individuare e analizzare con esattezza le menomazioni
neurologiche: un gran numero di aprassie e agnosie, una quantit di
impedimenti e incapacit psicomotorii, limiti di schematizzazione
intellettuale e di concettualizzazione pari (secondo i criteri di
Piaget) a quelli di un bambino di otto anni. Una poveretta, mi dissi,
forse con un'abilit isolata, un talento bizzarro per il linguaggio;
un semplice mosaico di funzioni corticali superiori, di schemi
piagetiani, gravemente compromessi.
Il secondo incontro fu molto diverso. Non la vidi nell'mbito di un
test, di una valutazione clinica. Una splendida giornata di
primavera mi aveva attirato fuori per una breve passeggiata, prima
d'incominciare le mie visite, quando vidi Rebecca che, seduta su una
panchina, contemplava tranquilla e con evidente piacere il giovane
fogliame d'aprile. L'atteggiamento della sua persona non aveva nulla
della goffaggine che mi aveva tanto colpito in precedenza. Cos
seduta, con un vestitino leggero, il volto disteso in un lieve
sorriso, mi fece subito pensare a una delle tante fanciulle di Cechov,
Irene, Anja, Sonja, Nina, sul fondale di un cechoviano giardino dei
ciliegi. Avrebbe potuto essere una giovane donna qualsiasi che gode
una bella giornata di primavera. Questa fu la mia visione umana, ben
diversa da quella neurologica.
Quando mi avvicinai, Rebecca ud i miei passi, si volt e con un largo
sorriso agit una mano senza parlare. Guarda com' bello il mondo
pareva dire. E poi, in scatti jacksoniani, vennero esclamazioni
strane, improvvise, poetiche: primavera, nascita, crescita,
fermento, nuova vita, stagioni, ogni cosa a suo tempo. Mi
venne in mente l'Ecclesiaste: Per ogni cosa c' il suo momento, il
suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C' un tempo per nascere e
un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo.... Questo era
ci che Rebecca, nel suo modo disarticolato, stava esprimendo: una
visione delle stagioni, del trascorrere del tempo, simile a quella del
Predicatore. E' un Ecclesiaste idiota mi dissi. E in questo pensiero
le due visioni che avevo di lei, quella di un'idiota e quella di una
mente simbolizzante, s'incontrarono, si scontrarono e si fusero.
Rebecca aveva ottenuto punteggi bassissimi nei test, i quali in un
certo senso, come tutti i test neurologici e psicologici, avevano come
risultato non solo di scoprire, di evidenziare i deficit, ma di
scomporre Rebecca in funzioni e deficit. Sottoposta a test formali
essa si era orribilmente frantumata; ora invece, misteriosamente, si
era riunita, ricomposta.
Perch prima era cos de-composta? Come poteva ora essere cos ri-
composta? Avevo l'impressione nettissima di due modi di pensiero, o di
organizzazione, o di essere, affatto diversi. Il primo, schematico -
la capacit di individuare schemi e risolvere problemi -, era stato
appunto l'oggetto dei test e l essa si era rivelata cos minorata,
cos disastrosamente carente. Ma i test non avevano neanche accennato
alla possibile esistenza di qualcosa di diverso dai deficit, di
qualcosa che fosse, per cos dire, al di l dei suoi deficit.
Non mi avevano fatto sospettare nessuna delle sue capacit positive,
della sua abilit di percepire il mondo reale - il mondo della natura,
e forse dell'immaginazione - come un tutto coerente, intelligibile,
poetico: il suo saper vedere, pensare e (quando poteva) vivere questo
mondo; non mi avevano dato alcun indizio del suo mondo interiore, il
quale ERA evidentemente composto e coerente, e che essa affrontava
come qualcosa di diverso da un insieme di problemi o compiti.
Ma qual era il principio che la ricomponeva, che le conferiva quella
compostezza? Chiaramente non un principio schematico. Mi venne in
mente la sua passione per le storie, per la composizione e la coerenza
del racconto. E' possibile, mi chiesi, che questo essere di fronte a
me - insieme fanciulla deliziosa e idiota, una minorata nelle capacit
cognitive - riesca a USARE un modo narrativo (o drammatico) per
comporre e integrare un mondo coerente, in sostituzione del modo
schematico che in lei  cos carente, anzi addirittura assente? E mi
ricordai di come ballava e di come la danza riuscisse a organizzare i
suoi movimenti altrimenti scoordinati e goffi.
I nostri test, i nostri approcci, pensai osservandola l sulla
panchina, in muto godimento di uno spettacolo naturale che lei sentiva
come sacro, le nostre valutazioni sono ridicolmente insufficienti.
Ci rivelano solo i deficit, non le capacit; ci forniscono solo dati
frammentari e schemi, mentre abbiamo bisogno di vedere una musica, un
racconto, una serie di azioni vissute, un essere che si comporta
spontaneamente nel suo modo naturale.
Rebecca, pensai, era completa e intatta come essere narrativo, nelle
condizioni che le consentivano di organizzarsi in modo narrativo; ed
era molto importante saperlo, poich ci permetteva di vedere lei, e
il suo potenziale, in modo del tutto diverso da quello imposto dal
modo schematico.
Forse fu un caso fortunato quello che mi permise di vedere Rebecca nei
suoi due modi opposti: cos irrimediabilmente menomata nell'uno, cos
ricca di promesse e di potenziale nell'altro - e fu un caso fortunato
che essa fosse una delle prime pazienti che incontrai nella nostra
clinica. Poich ci che vidi in lei, quello che lei mi mostr, lo vidi
poi in tutti gli altri.
Pi la osservavo, pi Rebecca sembrava acquistare in profondit. O
forse era lei che rivelava sempre di pi le sue profondit, oppure ero
io che ne provavo un crescente rispetto. Non erano profondit
interamente felici - le profondit non lo sono mai -, ma per buona
parte dell'anno la felicit fu il loro tratto pi evidente.
Poi, in novembre, la nonna di Rebecca mor e la gioia luminosa
affiorata in aprile si trasform in un profondissimo dolore, in
tenebra. Ma nonostante la lacerazione della perdita, Rebecca si
comport con grande dignit, e questa nuova dimensione, questa
profondit etica ora si aggiunsero a formare un grave e persistente
contrappunto al s luminoso e lirico che prima avevo cos sovente
osservato.
Andai a trovarla non appena seppi la notizia: mi ricevette con grande
dignit, ma raggelata dal dolore, nella sua stanzetta della casa ormai
vuota. Il suo modo di esprimersi era di nuovo esclamatorio,
jacksoniano, con brevi scoppi di dolore e di lamentazioni. Perch
se n' andata? grid, e aggiunse: Piango per me, non per lei. Poi,
dopo una pausa: La nonna sta bene. E' andata alla sua lunga dimora.
Lunga dimora! Era un simbolo suo o un ricordo, inconscio o allusivo,
dell'Ecclesiaste? Ho tanto freddo esclam stringendosi le braccia al
corpo. Non  il freddo di fuori,  l'inverno dentro. Freddo come la
morte aggiunse. Era una parte di me. Una parte di me  morta con
lei.
Rebecca era completa nel suo lutto, tragica e completa: in quel
momento nulla in lei ricordava la minorata mentale. Dopo mezz'ora
Rebecca si sciolse dal suo gelo e ritrov un poco del suo calore e
della sua vivacit. E' inverno disse. Mi sento morta. Ma so che
torner la primavera.
L'elaborazione del lutto fu lenta, ma vittoriosa, come lei stessa
aveva intuito, anche nei momenti di maggior sconforto. Di grande aiuto
e sostegno fu una prozia intelligente e comprensiva, una sorella della
nonna che and a vivere con lei. Di grande aiuto furono anche la
sinagoga e tutta la comunit, e soprattutto i riti della "shiv" (1) e
la speciale posizione che le era accordata come parente pi prossima
della defunta. Forse le giov anche parlare liberamente con me. E
inoltre, fu aiutata dai "sogni", che raccontava con animazione e che
segnavano delle evidenti "tappe" nell'elaborazione del lutto (si veda
Peters, 1983).
Come la ricordo nel sole di aprile, quasi una Nina cechoviana, cos la
rivedo stagliata con tragica chiarezza sullo sfondo del tetro novembre
di quell'anno, in uno squallido cimitero del Queens, ritta davanti
alla tomba della nonna a recitare il "kadish". Le preghiere e le
storie della Bibbia l'avevano sempre attratta perch corrispondevano
al lato felice, lirico, di grazia, della sua vita. Ora, nelle
preghiere funebri, nel salmo 103 e soprattutto nel "kadish", essa
trovava le sole parole giuste di consolazione e di lamentazione.
Nei mesi che intercorsero fra la prima volta che la vidi, in aprile, e
la morte della nonna, in novembre, Rebecca, come tutti i nostri
ospiti (eufemismo ipocrita allora venuto di moda perch ritenuto
meno degradante di pazienti), fu convinta a partecipare a gruppi di
lavoro e di studio nel quadro delle nostre iniziative di sviluppo
cognitivo e ambientale (altro esempio della terminologia allora in
voga).
La cosa non funzion, n per Rebecca, n per gran parte degli altri
pazienti. Mi convinsi che era tutto un errore: noi li forzavamo al
massimo, come gi era stato fatto inutilmente e spesso fino a livelli
di crudelt per tutta la loro vita, l dove erano i loro limiti. Ci
concentravamo troppo sui difetti, come Rebecca fu la prima a farmi
capire, e troppo poco su ci che era intatto o preservato. Per usare
un'altra espressione del gergo tecnico, ci preoccupavamo troppo della
difettologia e troppo poco della narratologia, la scienza del
concreto, cos trascurata e cos necessaria.
Rebecca illustr, con esempi concreti, con il suo stesso essere, le
due forme, diversissime e separate, del pensiero e della mente, la
paradigmatica e la narrativa (per usare la terminologia di
Bruner). Entrambe sono ugualmente naturali e innate nella mente umana
nel suo sviluppo, ma quella narrativa viene per prima, ha una priorit
spirituale. I bambini amano e chiedono storie e sono in grado di
capire argomenti complessi se presentati sotto forma di storie, quando
le loro capacit di comprendere concetti generali e paradigmi sono
ancora quasi inesistenti. E' questo potere narrativo o simbolico che
d un senso del mondo - una realt concreta racchiusa nella forma
immaginativa del simbolo e della storia - quando il pensiero astratto
non pu fornire assolutamente nulla. Un bambino capisce la Bibbia
assai prima di Euclide. Non perch la Bibbia sia pi semplice (si
potrebbe anzi sostenere il contrario), ma perch  strutturata per
simboli e narrazioni.
E sotto questo aspetto Rebecca a diciannove anni era ancora, come
diceva sua nonna, proprio come una bambina. Come una bambina, ma non
una bambina, perch era adulta. (Il termine ritardata fa pensare al
persistere della mentalit infantile, il termine insufficiente
mentale a un adulto incompleto: entrambi i termini, entrambi i
concetti sono una combinazione di verit profonda e di falsit).
In Rebecca - e negli altri minorati nei quali sia stato permesso o
incoraggiato uno sviluppo personale - le capacit emozionali,
narrative e simboliche possono svilupparsi con vigore ed esuberanza, e
produrre a volte una sorta di poeta naturale, come Rebecca, o di
artista naturale, come Jos (L'artista autistico, capitolo 24),
mentre le facolt paradigmatiche o concettuali, la cui debolezza 
evidente fin dall'inizio, arrancano faticosamente e possono
raggiungere solo livelli molto bassi e limitati.
Rebecca se ne rendeva perfettamente conto, e me lo aveva dimostrato
molto chiaramente sin dal primo giorno, quando mi disse della sua
goffaggine, e di come i suoi movimenti scomposti e scoordinati
acquistassero coordinazione, compostezza e armonia con la musica; e
quando mi "mostr" come tutto il suo essere trovava armonia in una
scena naturale, dotata di unit e senso organici, estetici e
drammatici.
Quasi all'improvviso, dopo la morte della nonna, Rebecca divenne
esplicita e decisa. Basta con le lezioni, basta con i laboratori
disse. Non mi servono a niente. Non servono a mettermi insieme. E
con quella sua capacit di trovare l'esempio o la metafora giusti che
io tanto ammiravo, cos sviluppata in lei nonostante il suo
modestissimo Q.I., abbass lo sguardo sul tappeto dello studio e
disse:
Sono come un tappeto, un tappeto vivente. Ho bisogno di un motivo, di
un disegno come questo sul suo tappeto. Se non c' un disegno, vado in
pezzi, mi disfo. Guardai il tappeto e mi torn in mente la famosa
immagine di Sherrington: il cervello/mente come un telaio incantato,
che tesse disegni sempre diversi ma sempre dotati di significato.
Pensai:  possibile avere un tappeto grezzo, senza disegno? Ed 
possibile avere il disegno senza il tappeto (ma questo era come il
sorriso del gatto incontrato da Alice senza il gatto)? Un tappeto
vivente, come era Rebecca, doveva avere l'uno e l'altro; e lei in
particolare, con la sua mancanza di struttura schematica (la trama e
l'ordito, il tessuto del tappeto, per cos dire), senza un disegno (la
struttura scenica o narrativa del tappeto) poteva davvero disfarsi.
Devo trovare un senso continu. Le lezioni, i lavoretti qua e l,
non hanno senso... Quello che amo davvero aggiunse pensosa  il
teatro....
Togliemmo Rebecca dall'odiato laboratorio e riuscimmo a inserirla in
uno speciale gruppo teatrale. Ne fu entusiasta: dal teatro trasse la
sua compostezza e rivel una bravura sorprendente: in ogni parte
diventava una persona completa, armoniosa, sciolta nell'espressione e
ricca di stile. E chi vedesse ora Rebecca sul palcoscenico - perch il
teatro e il gruppo teatrale diventarono ben presto la sua vita - non
sospetterebbe mai di trovarsi di fronte a una minorata mentale.


Post scriptum.

Il potere della musica, della narrazione e del teatro  di grandissima
importanza pratica e teorica. Lo si pu osservare anche nel caso di
idioti con un Q.I. inferiore a 20 e inabilit e disorientamento
motorii di estrema gravit. La musica e la danza possono far
scomparire di colpo ogni goffaggine di movimento: con la musica essi
sanno tutt'a un tratto come muoversi. I ritardati incapaci di svolgere
compiti abbastanza semplici che comportano una sequenza di quattro o
cinque movimenti o fasi, sono in grado di compierli con esattezza se
lavorano con un sottofondo musicale, perch la sequenza che non
riescono a ritenere come schema, riescono invece a ritenerla
perfettamente come musica, iscritta cio nella musica. Lo stesso 
riscontrabile - e sorprendente - nei pazienti con un grave danno
frontale e aprassia, cio un'incapacit di "fare", di ritenere i pi
semplici programmi e sequenze motorii, persino di camminare, anche se
l'intelligenza  perfettamente conservata sotto ogni altro aspetto.
Questo difetto procedurale, o idiozia motoria, per cos dire, del
tutto refrattaria a ogni normale sistema di istruzione riabilitativa,
svanisce all'istante se l'istruttore  la musica. Questo 
indubbiamente la ragione, o una delle ragioni, per cui esistono i
canti di lavoro.
Ci che osserviamo  essenzialmente il potere organizzatore della
musica - un'organizzazione efficace e per giunta gioiosa, l dove
falliscono le forme di organizzazione schematiche o astratte. E i
risultati sono tanto pi sorprendenti, naturalmente, proprio quando
nessun'altra forma di organizzazione funziona. La musica, o una
qualsiasi altra forma narrativa,  quindi essenziale nel lavoro con i
ritardati o con gli aprassici: l'istruzione scolastica o la terapia
devono essere incentrate sulla musica o su qualcosa di equivalente. E
nella recitazione vi  dell'altro ancora: vi  il potere organizzatore
della "parte", il suo potere di conferire nell'arco della sua durata
un'intera personalit. La capacit di recitare, di "essere", la si
direbbe innata nella vita umana, e del tutto indipendente dalle
differenze intellettuali. Lo si vede nei bambini piccolissimi, lo si
vede negli anziani dementi, lo si vede soprattutto, con intensit
quanto mai commovente, nelle Rebecche di questo mondo.

NOTE.

Nota 1. La prima settimana di lutto [Nota del Traduttore].
...
.
...
22.
IL MELOMANE ENCICLOPEDICO.
...
.
...
Il sessantunenne Martin A. fu ricoverato nella nostra clinica verso la
fine del 1983 poich, colpito dal morbo di Parkinson, non era pi in
grado di badare a se stesso. Una gravissima meningite avuta in et
infantile aveva lasciato un ritardo mentale, impulsivit, attacchi
convulsivi e una lieve emiparesi spastica. Di fronte a un'educazione
scolastica assai limitata, possedeva una notevolissima cultura
musicale, dovuta al padre, famoso cantante al Metropolitan.
Era sempre vissuto con i genitori e quando questi erano morti aveva
dovuto guadagnarsi da vivere facendo il fattorino, il facchino, il
cuoco nelle tavole calde e altri lavori simili, sempre di breve
durata, perch veniva invariabilmente licenziato per lentezza,
svagatezza o incompetenza. Una vita squallida e scoraggiante, se non
fosse stato per le sue eccezionali doti musicali e per la gioia che
esse procuravano a lui e agli altri.
La sua memoria musicale era sbalorditiva (Conosco pi di duemila
opere mi disse una volta), bench non avesse mai imparato a leggere
la musica, forse per effettiva incapacit a farlo, cosa peraltro
difficile da stabilire con sicurezza, dal momento che egli aveva
sempre fatto affidamento sul suo straordinario orecchio musicale e
sulla sua capacit di ricordare perfettamente un'opera o un oratorio
dopo averli ascoltati una sola volta. Purtroppo la sua voce non era
all'altezza dell'orecchio: era intonata ma roca, con una certa
disfonia spastica. Il talento musicale innato ed ereditario, veniva
naturale concludere, era sopravvissuto alle devastazioni operate dalla
meningite e al danno cerebrale. Ma era poi cos? Sarebbe davvero
diventato un Caruso se non ci fosse stata la meningite? E se invece la
sua sviluppata musicalit fosse stata, in una certa misura, una
compensazione del danno cerebrale e delle limitazioni intellettuali?
Non lo sapremo mai. E' certo comunque che suo padre gli aveva
trasmesso non solo i suoi geni musicali, ma anche la sua passione per
la musica, nell'intimit del rapporto padre-figlio e forse nella
relazione particolarmente affettuosa che s'instaura fra un genitore e
il figlio ritardato. Il lento e goffo Martin fu amato dal padre e
ricambi appassionatamente questo amore, e il sentimento fu cementato
dal comune amore per la musica.
Il grande dolore nella vita di Martin era di non poter seguire le orme
del padre e diventare un famoso cantante d'opera e di oratori; egli
non se ne faceva un'ossessione, per, e traeva un enorme piacere, per
s e per gli altri, da ci che riusciva a fare. Per la sua
straordinaria memoria, che non era limitata alla sola musica ma si
estendevaa tutti i particolari dell'esecuzione e della
rappresentazione, era consultato anche da personaggi famosi. Godeva di
una discreta fama di enciclopedia ambulante: conosceva non solo la
musica di duemila opere, ma anche tutti i cantanti che avevano preso
parte alle innumerevoli rappresentazioni e ogni particolare
dell'allestimento, della regia, dei costumi e delle scene. (Andava
anche fierissimo della sua capillare conoscenza di New York, strada
per strada, casa per casa, e di tutti i percorsi degli autobus e della
metropolitana). Era dunque un melomane e in un certo senso una specie
di "idiot savant". Da queste sue prodezze mentali traeva un piacere
infantile, come avviene di solito in questi fenomeni viventi. Ma la
vera felicit - e l'unica cosa che rendesse la vita sopportabile - era
la sua attivit come corista nelle chiese del suo quartiere (anche se
purtroppo non poteva cantare come solista, a causa della sua
disfonia), soprattutto nelle grandi occasioni di Pasqua e di Natale,
quando cantava la "Passione secondo Giovanni", la "Passione secondo
Matteo", l'"Oratorio di Natale" o il "Messia", come faceva da
cinquant'anni, nelle grandi chiese e nelle cattedrali della citt.
Aveva anche cantato al Metropolitan e, dopo la sua demolizione, al
Lincoln Center, discretamente confuso nella folla dei grandi cori
verdiani e wagneriani.
In quelle occasioni - soprattutto negli oratori e nelle passioni, ma
anche nei pi umili cori di chiesa e nelle corali - Martin, perduto
nell'estasi della musica, dimenticava di essere un ritardato,
dimenticava tutta la tristezza e lo squallore della sua vita, si
sentiva come avvolto da uno spazio vastissimo, si sentiva un vero uomo
e un vero figlio di Dio.
Ma il mondo di Martin, il suo mondo interiore, com'era fatto? Del
mondo esterno Martin aveva una conoscenza diretta molto scarsa, e
comunque non ne sentiva alcun interesse. Se gli veniva letta una
pagina di enciclopedia o di giornale, o gli veniva mostrata una carta
dei fiumi dell'Asia o della metropolitana di New York, la sua mente
eidetica registrava tutto all'istante. Ma lui non aveva alcun rapporto
con queste registrazioni eidetiche: per usare il termine di Richard
Wollheim, esse erano acentriche, non avevano n lui n alcun'altra
persona o cosa come loro centro vivente. Tali ricordi parevano
contenere ben poca emozione - non pi di quanta ve ne fosse in una
cartina stradale di New York - e non avevano collegamenti o
ramificazioni n venivano in alcun modo generalizzati. Sicch la sua
memoria eidetica, che era il suo aspetto fenomenale, non formava di
per s un mondo n dava alcuna impressione del mondo. Era senza
unit, senza sentimento, senza relazione con lui. Era una memoria,
veniva fatto di concludere, fisiologica, come una memoria a nuclei
magnetici o come quella di una banca dati, non faceva parte di un s
vivente reale e personale.
Eppure, questa realt aveva una straordinaria eccezione nella sua
impresa mnemonica al tempo stesso pi prodigiosa, pi personale e pi
appassionata: Martin sapeva a memoria tutto il "Dictionary of Music
and Musicians" del Grove nella mastodontica edizione in nove volumi
pubblicata nel 1954; lo si poteva anzi definire un Grove ambulante.
Suo padre a quel tempo era ormai vecchio e malandato di salute, e non
potendo pi cantare in pubblico, passava gran parte del giorno a
suonare i dischi della sua grande collezione di musica vocale,
ripetendo tutti i suoi cavalli di battaglia insieme col figlio ormai
trentenne, in un'affettuosissima comunione di vita, e insieme
leggendogli da cima a fondo le seimila pagine del dizionario del
Grove, che via via s'imprimevano indelebilmente nell'incolta ma quanto
mai ritentiva corteccia cerebrale del figlio. Da allora per Martin le
parole del Grove e "la voce del padre" furono un tutt'uno che egli non
poteva richiamare alla mente senza commuoversi.
Queste prodigiose ipertrofie della memoria eidetica, soprattutto se
utilizzate o sfruttate professionalmente, a volte sembrano
spodestare il vero s, o competere con esso e impedirne lo sviluppo. E
se in queste memorie non c' profondit n sentimento, non c' per
nemmeno dolore, sicch esse possono offrire una via di fuga dalla
realt. E' chiaramente quanto accadde, in larga misura, nell'uomo che
non dimenticava nulla, come racconta efficacemente Lurija nell'ultimo
capitolo del suo libro. Ed era certo quello che in parte accadeva,
oltre che in Martin A., nei gemelli e in Jos (capitoli 23 e 24), ma
in ciascuno di questi casi tali facolt erano utilizzate anche in
direzione della realt, anzi di una super-realt: di un senso
eccezionale, intenso e mistico del mondo...
Memoria eidetica a parte, com'era in generale il suo mondo? Era sotto
molti aspetti piccolo, gretto, cattivo e buio, il mondo di un
ritardato irriso ed emarginato da bambino, e relegato con disprezzo da
adulto a lavori umili e spesso licenziato: il mondo di uno che
raramente si considerava, o si vedeva considerato, un bambino o un
uomo come tutti gli altri.
Martin era spesso infantile, a volte dispettoso e incline a bizze
improvvise, durante le quali usava un linguaggio da bambino. Una volta
lo sentii urlare: Adesso ti picchio, brutto cattivo! e a volte
sputava o mollava calci. Era sporco, tirava su col naso, e quando se
lo puliva nella manica aveva davvero l'aspetto (e certo anche i
sentimenti) di un piccolo moccioso. Queste caratteristiche infantili,
unite a una certa mancanza di calore umano e di gentilezza e coronate
dal suo irritante esibizionismo eidetico, non lo rendevano simpatico
agli altri ricoverati, e ben presto fu evitato da tutti. Si profilava
una crisi: Martin regrediva di giorno in giorno, di settimana in
settimana, e nessuno aveva ben chiaro che cosa fare. Il suo
comportamento fu dapprima attribuito alle difficolt di adattamento
frequenti in pazienti che lasciano la vita indipendente per entrare in
una casa di riposo. Ma la caposala era convinta che si trattasse di
qualcosa di pi specifico: C' qualcosa che lo rode, come una fame,
una fame divorante che non possiamo soddisfare. E continu: Lo sta
distruggendo. Dobbiamo assolutamente fare qualcosa.
Cos in gennaio gli feci una seconda visita e trovai un uomo
completamente diverso: invece del presuntuoso esibizionista di prima,
avevo davanti un uomo chiaramente abbattuto da un dolore spirituale e
in qualche modo anche fisico.
Che cos'ha? dissi. Che le succede?.
Ho bisogno di cantare disse ruvidamente. Altrimenti non posso
vivere. Non  solo la musica... se non canto non riesco a pregare. E
poi, con un improvviso sprazzo della memoria di un tempo: "La musica
per Bach era l'apparato del culto", Grove, voce Bach, pagina 304...
Non ho mai passato una domenica continu pi sommesso, come
riflettendo senza andare in chiesa, senza cantare nel coro. Ho
cominciato ad andarci appena in grado di camminare, con mio padre, e
ho continuato a farlo anche dopo la sua morte nel 1955. Devo andarci
disse con forza. Se non ci vado, muoio.
Ci andr dissi. Non avevamo idea che fosse una privazione cos
grave.
La chiesa non era lontana dalla clinica e Martin vi fu nuovamente
accolto, non solo come membro fedele della comunit e del coro, ma
anche come successore del padre, che del coro era stato la mente e
l'esperto.
La sua vita ne fu immediatamente trasformata: aveva ripreso il posto
che sentiva come suo; poteva cantare, poteva pregare attraverso la
musica di Bach ogni domenica, ed era soddisfatto della tacita autorit
che gli veniva accordata.
Vede, mi disse durante la mia visita successiva, senza vanteria ma
come semplice constatazione loro sanno che conosco tutta la musica
liturgica e corale di Bach. Conosco tutte le cantate sacre, tutte le
202 cantate elencate dal Grove, e so in quali domeniche e in quali
feste devono essere cantate. Siamo l'unica chiesa della diocesi con
una vera orchestra e un vero coro, l'unica dove siano regolarmente
cantate tutte le musiche di Bach. Una cantata per ogni domenica, e a
Pasqua faremo la "Passione secondo Matteo"!.
Trovai curioso e commovente che il ritardato Martin avesse questo
grande amore per Bach, un musicista che si sarebbe detto troppo
intellettuale per un semplicione come lui. Ci di cui non mi resi
conto finch non incominciai a registrare qualcuna delle cantate e una
volta il "Magnificat", era che, nonostante tutti i suoi limiti
intellettuali, l'intelligenza musicale di Martin era perfettamente in
grado di apprezzare gran parte della complessit tecnica di Bach, e
anzi, che non era affatto una questione d'intelligenza. Bach viveva
per lui e lui viveva per Bach.
Il talento musicale di Martin era s mostruoso, ma solo se tolto dal
suo giusto contesto naturale.
Ci che era fondamentale per Martin, come lo era stato per suo padre,
ci che li aveva intimamente avvinti, era lo "spirito" della musica,
specialmente di quella religiosa, e della voce come strumento divino
appositamente creato per cantare, per innalzarsi nel giubilo e nella
lode del Signore.
Fu cos che quando ritorn alla musica e alla chiesa, Martin divenne
un altro: si riprese, ritrov se stesso, la propria realt. Le
pseudopersone - il ritardato stigmatizzato, il moccioso, il ragazzo
che sputava - scomparvero, e con loro scomparve anche l'irritante
eidetico freddo e impersonale. Al loro posto ricomparve la vera
persona, un uomo equilibrato e dignitoso che ora veniva rispettato e
stimato dagli altri pazienti.
Ma la meraviglia, la vera meraviglia, era vedere Martin concentrato
nel canto o nell'ascolto, in intima comunione con la musica, con una
immedesimazione che rasentava l'estasi: un uomo nella sua interezza,
interamente presente. In queste occasioni - cos come succedeva a
Rebecca quando recitava o a Jos quando disegnava o ai gemelli durante
la loro strana comunione numerica - Martin era, per dirla in una
parola, trasfigurato. Tutto ci che vi era in lui di deficitario o di
patologico scompariva, lasciando solo concentrazione ed entusiasmo,
integrit e salute.


Post scriptum.

Quando scrissi questo resoconto e i due successivi, mi basavo solo
sulla mia esperienza, non conoscendo quasi nulla della letteratura
sull'argomento, e non avendo anzi idea di quanto fosse vasta tale
letteratura (si vedano, per esempio, i cinquantadue riferimenti
bibliografici in Lewis Hill, 1974). Ne ebbi un assaggio, spesso
sconcertante e stuzzicante, solo dopo la prima pubblicazione
dell'articolo sui gemelli, quando mi vidi sommerso da lettere e da
estratti di articoli.
La mia attenzione fu attirata in particolare da uno studio accurato e
affascinante di David Viscott (1970). Ci sono molte analogie fra la
sua paziente Harriet G. e il mio Martin. In entrambi i casi c'erano
poteri straordinari, usati a volte in modo acentrico o di rifiuto
della vita, a volte in modo vitale e creativo: ad esempio Harriet,
dopo che il padre le ebbe letto le prime tre pagine dell'elenco
telefonico di Boston, le aveva imparate a memoria (e per molti anni
pot dare a richiesta qualsiasi numero in esse contenuto); ma, in
modo del tutto diverso e straordinariamente creativo, essa era in
grado di comporre musica e poteva improvvisare nello stile di
qualsiasi compositore.
E' chiaro che entrambi - come i gemelli, di cui parlo nel prossimo
capitolo - potevano essere spinti o attirati verso quelle prodezze
meccaniche che sono tipiche degli "idiots savants", prodezze al tempo
stesso straordinarie e prive di senso; ma  anche chiaro che entrambi
(come i gemelli), quando non erano spinti o attirati in questa
direzione, davano prova di una costante ricerca della bellezza e
dell'ordine. Martin, pur avendo una memoria eccezionale per fatti
casuali e insignificanti, trova il suo vero godimento nell'ordine e
nella coerenza, si tratti dell'organizzazione musicale e spirituale di
una cantata o di quella enciclopedica del Grove. Bach e Grove
comunicano entrambi un "mondo". L'"unico" mondo di Martin (e questo
vale anche per la paziente di Viscott)  la musica, ma  un mondo
reale, che gli d realt e riesce a trasfigurarlo. Essere testimoni di
questa metamorfosi di Martin  un'esperienza bellissima, come lo era
indubbiamente lo spettacolo di Harriet G. al pianoforte:
Questa signora goffa, sciatta e sgraziata, questa bambina in un corpo
di adulta, si trasform completamente quando le chiesi di suonare per
un seminario tenuto al Boston State Hospital. Si sedette composta al
piano e attese, gli occhi fissi sui tasti. Quando il silenzio fu
completo, sollev lentamente le mani e le tenne per un attimo sospese
sulla tastiera. Poi abbass il capo e incominci a suonare con tutto
il sentimento e l'impeto di una concertista nata. Da quel momento fu
un'altra persona.
...
.
...
23.
I GEMELLI.
...
.
...
Quando nel 1966 feci la conoscenza dei gemelli John e Michael,
ricoverati in un ospedale pubblico, essi erano gi famosi. Erano stati
alla radio e alla televisione e il loro caso era stato descritto in
relazioni scientifiche e in articoli divulgativi. (1) Sospetto anche
una loro presenza nella fantascienza, in forma un po' romanzata ma
sostanzialmente uguale a quella delle loro descrizioni scientifiche.
(2)
I gemelli, che avevano allora ventisei anni, avevano vissuto dall'et
di sei anni in istituti, con diagnosi che li definivano come
autistici, psicotici o gravemente ritardati. Le relazioni in genere
concludevano che come "idiots savants" non erano niente di
eccezionale, se non per la loro notevole memoria documentaria dei
minimi particolari visivi del loro vissuto, e per l'uso di un
inconscio algoritmo calendariale, che consentiva loro di dire
all'istante in quale giorno della settimana cadeva una data anche
lontana del passato o del futuro. Questo  il parere di Steven Smith
nel suo brillante ed esauriente saggio "The Great Mental Calculators"
(1983). Dopo la met degli Anni Sessanta, quando la soluzione dei
problemi offerti dai gemelli spense il breve interesse suscitato dal
loro caso, non ci furono, per quanto ne so, altri studi su di loro.
Ma la soluzione, io credo, fu in realt un malinteso, forse
inevitabile dato l'approccio stereotipato, la rigida formulazione
delle domande, la concentrazione su questa o quella prova, che
caratterizzarono l'approccio dei primi investigatori e che ridussero i
gemelli - la loro psicologia, i loro metodi, la loro vita - a poco pi
che nulla.
La realt  molto pi strana, molto pi complessa e molto meno
spiegabile di quanto non ipotizzino questi studi, per non parlare dei
vari test aggressivi o delle interviste-spettacolo alla televisione.
Non che questi studi o queste esibizioni pubbliche siano malfatti,
anzi sono intelligenti, e spesso informativi nel loro genere, ma si
limitano alla superficie ovvia e verificabile senza andare in
profondit, e non lasciano sospettare, n forse immaginano,
l'esistenza di una realt pi profonda.
In effetti non si ha sentore di queste profondit dei gemelli fino a
quando non si smette di sottoporli a continui test e di vederli come
soggetti da studiare. Bisogna abbandonare la tendenza a
circoscrivere e a verificare, e conoscere i gemelli come persone,
osservarli apertamente,serenamente, senza preconcetti, con
un'apertura fenomenologica totale e simpatetica, osservarli mentre
vivono, pensano e interagiscono in tutta tranquillit, secondo le loro
modalit spontanee e singolari. Solo allora si scopre che  in atto
qualcosa di decisamente misterioso, che vi sono poteri e profondit di
un genere forse fondamentale che in diciott'anni, da quando cio li
conosco, non sono stato in grado di spiegare.
Al primo incontro i gemelli non fanno effettivamente un'impressione
troppo gradevole: sembrano due grotteschi Tweedledum e Tweedledee,
indistinguibili, immagini speculari l'uno dell'altro, identici nel
volto, nei movimenti, nella personalit, nella mente, identici anche
nelle stigmate del danno cerebrale e dei tessuti. La loro statura  al
di sotto della media, hanno mani e testa fortemente sproporzionate, il
palato molto convesso, i piedi arcuati, la voce monotona e stridula,
tutta una serie di curiosi tic e manierismi; inoltre una gravissima
miopia degenerativa li obbliga a portare lenti molto spesse e
deformanti, che danno loro un'aria da professorini strambi e
concentratissimi, con un'intensit sproporzionata, ossessiva, assurda.
E questa impressione si rafforza non appena cominciano le domande, o
quando li si lascia liberi di dare inizio spontaneamente e con un
sincronismo da marionette a uno dei loro numeri.
Questa  l'immagine che di loro viene data negli articoli pubblicati,
e quella che risulta nelle loro esibizioni sul palcoscenico (sono una
frequente attrazione nello spettacolo organizzato ogni anno dal mio
ospedale) e nelle non infrequenti, e piuttosto imbarazzanti,
apparizioni in televisione.
I fatti, in tali circostanze, si ripetono con monotonia. Diteci una
data, una qualunque degli ultimi o dei prossimi quarantamila anni
esordiscono i gemelli. Gli viene proposta una data e un attimo dopo
loro dicono a quale giorno della settimana corrisponde. Un'altra
data! esclamano, e la scena si ripete. Sanno anche dire la data di
qualsiasi Pasqua entro lo stesso periodo di ottantamila anni. Nel
corso del loro numero si pu notare una cosa di solito non menzionata
nelle relazioni: i gemelli ruotano gli occhi e poi li arrestano in un
modo particolare, come se stessero srotolando un calendario mentale o
scrutando un paesaggio interiore. A guardarli, si direbbe che
vedano, che visualizzino intensamente, per la conclusione corrente
 che essi ricorrano al puro calcolo.
La loro memoria per le cifre  straordinaria, forse illimitata.
Ripetono con la stessa facilit un numero di tre, trenta o trecento
cifre. Anche questo  stato attribuito a un metodo.
Ma quando si mette alla prova la loro abilit nel calcolo - che  il
tipico pezzo forte dei genii aritmetici e dei calcolatori mentali -
danno risultati pessimi, come ci si pu aspettare dal loro Q.I. di 60.
Non sono in grado di eseguire semplici addizioni o sottrazioni e non
sanno nemmeno che cosa sia una moltiplicazione o una divisione. Com'
possibile che dei calcolatori non sappiano calcolare e manchino
delle pi rudimentali capacit aritmetiche?
Tuttavia li chiamano calcolatori del calendario, ed  stato concluso
e accettato, su basi in realt debolissime, che nei loro calcoli di
date essi si servano non della memoria ma di un algoritmo inconscio.
Se si pensa che persino Carl Friedrich Gauss, uno dei massimi
matematici e calcolatori, trov difficilissimo elaborare un algoritmo
per calcolare la data della Pasqua,  assai poco credibile che questi
gemelli, incapaci persino dei pi semplici metodi aritmetici, possano
avere desunto e determinato un simile algoritmo e siano in grado di
servirsene. Vero  che moltissimi calcolatori hanno elaborato a
proprio uso un ampio repertorio di metodi e di algoritmi e questo ha
forse indotto W.A. Horwitz "et al." a concludere che ci valesse anche
per i gemelli. Steven Smith, accettando per definitivi questi primi
studi, commenta:
In tutto ci  in atto qualcosa di misterioso, anche se banale: la
misteriosa abilit umana di formare algoritmi inconsci sulla base di
esempi.
Se tutto si riducesse a questo, i gemelli potrebbero davvero essere
considerati banali e per niente misteriosi, poich il calcolo di
algoritmi, che pu essere benissimo svolto dalle macchine, 
essenzialmente meccanico e rientra nella sfera dei problemi e non in
quella dei misteri.
Invece anche nelle loro esibizioni pi plateali c' un qualcosa che
sorprende e lascia perplessi. Essi sanno dire che tempo faceva e che
cosa era successo in un giorno qualunque della loro vita a partire dal
loro quarto anno di et. Il loro modo di parlare - ben riprodotto da
Robert Silverberg nel personaggio di "Melangio" -  al tempo stesso
infantile, preciso e privo di emozioni. Appena si d loro una data,
roteano brevemente gli occhi, li arrestano e poi, con voce piatta e
monotona, vi dicono com'era il tempo quel giorno, enumerano gli scarni
avvenimenti politici di cui avevano sentito parlare allora e i fatti
accaduti quel giorno nella loro vita; questi ultimi spesso includono i
dolori e le angosce dell'infanzia, il disprezzo, lo scherno e le
mortificazioni subiti, il tutto per riferito con tono piatto e
uniforme, senza la minima inflessione o emozione personale. Qui si ha
evidentemente a che fare con ricordi che sembrano di tipo
documentario, privi di ogni riferimento o relazione personali o di
qualsiasi centro vivente.
Si potrebbe quasi dire che da questi ricordi il coinvolgimento
personale, l'emozione, siano stati cancellati, per quello stesso
meccanismo di difesa riscontrabile negli ossessivi e negli schizoidi
(e i gemelli devono senz'altro essere considerati come tali). Ma si
potrebbe altrettanto legittimamente dire, ed  anzi pi plausibile,
che ricordi di questo tipo non hanno mai avuto un carattere personale,
perch tale assenza  una caratteristica fondamentale della memoria
eidetica, come  appunto la loro.
Ma ci che occorre mettere in risalto - e che non  stato a
sufficienza segnalato da coloro che hanno studiato il caso dei
gemelli, bench sia evidentissimo a un ascoltatore ingenuo pronto a
lasciarsi sbalordire -  la vastit della loro memoria, la sua
estensione si direbbe illimitata (pur se infantile e banale), e
insieme il modo in cui vengono richiamati i ricordi. Se si chiede loro
come fanno a tenere a mente tante cose - numeri di trecento cifre o
miliardi di avvenimenti degli ultimi quarant'anni -, rispondono in
tutta semplicit: Li vediamo. E questo vedere questo
visualizzare, con una straordinaria intensit, un'illimitata
estensione e una perfetta fedelt pare essere la chiave di tutta la
faccenda. La si direbbe una capacit fisiologica innata, analoga per
certi versi nei suoi meccanismi a quella del famoso paziente di Lurija
descritto in "Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava
nulla", anche se ai gemelli manca forse la ricca sinestesia e
l'organizzazione consapevole dei ricordi del paziente russo. Ma non
v' dubbio, almeno da parte mia, che i gemelli dispongano di un
prodigioso panorama, di una sorta di paesaggio o fisionomia di tutto
ci che hanno sentito, visto, pensato o fatto e che in un batter
d'occhio, con un processo che si manifesta esternamente nel breve
roteare degli occhi e nel loro arrestarsi improvviso, essi sono in
grado di ritrovare e di vedere (con l'occhio della mente) quasi
tutto ci che si trova in quelle ampie distese.
Siffatte capacit mnemoniche sono effettivamente rare, ma non certo
uniche. Sappiamo poco o nulla di ci che le determina, nei gemelli o
in chiunque altro. Vi  dunque qualcosa in loro che merita un
interesse pi profondo, come accennavo prima? Io sono convinto di s.
Si racconta che, una volta, Sir Herbert Oakley, professore di musica a
Edimburgo nel secolo scorso, trovandosi in una fattoria, sent
strillare un maiale ed esclam all'istante: Sol diesis!. Qualcuno
corse al pianoforte: era proprio un sol diesis. Il mio primo contatto
con le capacit naturali, e il modo naturale, dei gemelli avvenne
in maniera assai simile, spontanea e (non potei fare a meno di
pensare) piuttosto comica.
Una scatola di fiammiferi che era sul tavolo cadde spargendo il
contenuto sul pavimento. 111! gridarono i gemelli all'unisono; e poi
John mormor: 37, Michael lo ripet, John lo disse una terza volta e
tacque. Contai i fiammiferi (mi ci volle un certo tempo): erano 111.
Come avete fatto a contare i fiammiferi cos in fretta? chiesi. Non
li abbiamo contati dissero. Abbiamo "visto" il 111.
Storie simili si raccontano di Zacharias Dase, il mago dei numeri, che
gridava all'istante 183 o 79 non appena veniva rovesciato un
mucchio di piselli, e spiegava come meglio poteva (essendo anche lui
un ritardato) che non li contava ma ne vedeva il numero in un lampo,
come un insieme.
E perch avete mormorato "37" e lo avete ripetuto tre volte? chiesi
ai gemelli. Risposero all'unisono: 37, 37, 37, 111.
Trovai questo, se possibile, ancora pi sconcertante. Che essi
"vedessero" in un lampo il 111, la centoundicit, era straordinario,
ma forse non pi straordinario del sol diesis di Oakley, una specie di
orecchio assoluto per i numeri. Ma essi avevano aggiunto la
scomposizione in fattori primi del numero 111, senza avere alcun
metodo, senza nemmeno sapere (nel senso comune) che cosa fosse un
fattore primo. Non avevo gi osservato che erano incapaci di eseguire
i calcoli pi semplici e che non capivano (o parevano non capire)
che cosa "fosse" la moltiplicazione o la divisione? Eppure ora avevano
spontaneamente diviso un numero composto in tre parti uguali.
Come ci siete arrivati? dissi con una certa foga. Essi spiegarono,
come meglio potevano, con parole povere e inadeguate - ma forse non vi
sono parole per cose del genere - che non ci erano arrivati, ma che
semplicemente l'avevano visto, in un lampo. John fece un gesto con
il pollice e due dita tesi, come per indicare che avevano
spontaneamente "diviso in tre" il numero, o che esso si era scisso
da s in quelle tre parti uguali per una specie di fissione numerica
spontanea. Parvero sorpresi della mia sorpresa, come se io fossi in
qualche modo cieco e il gesto di John trasmetteva un senso
straordinario di realt immediata, "sentita". E' possibile, mi dissi,
che riescano in qualche modo a vedere le propriet, non
concettualmente, in maniera astratta, ma come "qualit", percepite dai
sensi in modo per cos dire concreto, immediato? E non solo le qualit
isolate, come la centoundicit, ma anche le qualit di relazione?
Forse pi o meno allo stesso modo in cui Sir Herbert Oakley avrebbe
potuto dire una terza o una quinta.
Mi ero gi convinto, per questa loro capacit di vedere gli
avvenimenti e le date, che essi potevano tenere a mente, che TENEVANO
a mente un immenso arazzo mnemonico, un paesaggio vasto (o forse
infinito) nel quale ogni cosa poteva essere vista, o isolata o in
relazione ad altro. Quello che maggiormente veniva mostrato quando
essi svolgevano il loro implacabile e affollatissimo documentario
era l'isolamento piuttosto che la relazione. Ma queste prodigiose
capacit di visualizzazione - capacit essenzialmente concrete e ben
distinte dalla concettualizzazione - non potevano fornire loro il
potenziale per vedere relazioni, relazioni formali, di forma,
arbitrarie o significative? Se potevano vedere la centoundicit al
primo sguardo (se potevano vedere un'intera costellazione di
numeri), non potevano anche vedere al primo sguardo - vedere,
riconoscere, mettere in relazione e paragonare, in modo del tutto
sensuale e inintellettuale - formazioni e costellazioni di numeri
enormemente complesse? Una capacit ridicola, paralizzante
addirittura. Pensai al Funes di Borges:
Noi, in un'occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes:
tutti i tralci, i grappoli e gli acini d'una pergola... Un cerchio su
una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi
possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini
rabbuffati d'un puledro, una mandria innumerevole in una sierra... Non
so quante stelle vedeva nel cielo. (3)
I gemelli, che sembravano avere una particolare passione e padronanza
dei numeri, che avevano visto la centoundicit al primo sguardo, non
potevano forse vedere nella loro mente una pergola numerica, con
tutti i tralci-numeri, grappoli-numeri, acini-numeri che la
componevano? Era un pensiero strano, forse assurdo, quasi impossibile
- ma ci che essi mi avevano gi mostrato era tanto strano da superare
quasi ogni comprensione. E, per quanto ne sapevo, era solo un assaggio
di ci che potevano fare.
Riflettei sulla questione, ma non venni a capo di nulla. E poi me ne
dimenticai. Me ne dimenticai finch non si verific un secondo
episodio, spontaneo e magico, al quale assistei per puro caso.
Questa volta i gemelli sedevano vicini in un angolo, con un sorriso
misterioso e segreto sul volto, un sorriso che non avevo mai visto
prima, paghi dello strano piacere e della pace che parevano aver
raggiunto. Mi avvicinai in silenzio per non disturbarli. Sembravano
avvinti in una straordinaria conversazione puramente numerica. John
diceva un numero, un numero di sei cifre. Michael afferrava il numero,
annuiva, sorrideva e pareva assaporarlo. Poi diceva a sua volta un
numero di sei cifre offrendolo a John, che a sua volta lo gustava con
soddisfazione. Facevano pensare, a tutta prima, a due esperti
assaggiatori intenti a degustare vini rari di annate prestigiose.
Immobile e non visto, io ero ipnotizzato e stupefatto.
Che diavolo stavano facendo? Che roba era quella? Non ci capivo nulla.
Forse era un gioco, ma aveva una gravit e un'intensit serena,
meditativa, quasi religiosa, che non avevo mai osservato in nessun
gioco, e sicuramente mai nei gemelli, di solito cos esagitati e
confusi. Mi accontentai di prendere nota dei numeri che dicevano, di
quei numeri che palesemente procuravano loro una tale gioia e che essi
contemplavano, assaporavano, condividevano, in comunione profonda.
Erano numeri dotati di un qualche significato? mi chiesi tornando a
casa. Avevano un qualche senso reale o universale, oppure anche solo
un senso esclusivamente privato o stravagante, come i buffi
linguaggi segreti che ci si inventa a volte tra fratelli? E pensai
ai gemelli di Lurija, Lscia e Jura, gemelli identici cerebrolesi e
con disturbi del linguaggio, e a come giocavano e chiacchieravano tra
loro usando un linguaggio primitivo e balbettante (Lurija e Yudovich,
1959). John e Michael non usavano nemmeno parole o frammenti di
parole: si palleggiavano numeri. Erano numeri borgesiani o
funesiani, semplici pergole, o crini di cavallo, o costellazioni
numeriche, forme numeriche private, una specie di "argot" numerico che
solo loro conoscevano?
A casa tirai subito fuori le tavole delle potenze, dei fattori primi,
dei logaritmi e dei numeri primi, tutti ricordi e cimeli di una strana
fase di isolamento della mia fanciullezza in cui anch'io rimuginavo
numeri, ero un veggente di numeri e nutrivo per loro una curiosa
passione. Il mio sospetto fu confermato. "Tutti i numeri che i gemelli
si erano scambiati, numeri di sei cifre, erano primi", cio divisibili
solo per se stessi e per l'unit. I gemelli avevano in qualche modo
visto o posseduto un libro come il mio, oppure, chiss come,
vedevano i numeri primi, cos come avevano visto la centoundicit
o la tripla trentasettit? Certo era che non li "calcolavano", perch
non sapevano calcolare nulla.
Il giorno seguente tornai al reparto portando con me il prezioso libro
dei numeri primi. Li trovai di nuovo appartati in comunione numerica,
ma questa volta mi sedetti accanto a loro in silenzio. Dapprima ne
furono sorpresi ma, vedendo che non li interrompevo, ripresero il loro
gioco con i numeri primi di sei cifre. Dopo qualche minuto decisi di
unirmi anch'io e arrischiai il mio numero, un numero primo di otto
cifre. Si voltarono entrambi verso di me, poi si bloccarono di colpo
con un'espressione di intensa concentrazione e forse di stupore sui
volti. Ci fu una lunga pausa, la pausa pi lunga che gli avessi mai
visto fare, mezzo minuto o anche pi; poi, d'improvviso e
simultaneamente, sorrisero.
Dopo chiss quale processo interno di verifica, avevano riconosciuto
il mio numero di otto cifre come numero primo e ne avevano provato
chiaramente una grande gioia, una doppia gioia: in primo luogo, perch
gli avevo offerto un nuovo e bellissimo giocattolo, un numero primo di
un ordine di grandezza da loro mai incontrato prima; e poi perch era
evidente che avevo capito ci che stavano facendo, che mi piaceva, che
lo ammiravo e potevo prendervi parte.
Si scostarono un po' per farmi posto in mezzo a loro: ero un nuovo
compagno di giochi numerici, una terza presenza nel loro mondo. Poi
John, che prendeva sempre l'iniziativa, pens a lungo, almeno cinque
minuti, durante i quali non osai n muovermi n quasi respirare, e
alla fine tir fuori un numero di nove cifre. Dopo una pausa identica,
suo fratello Michael rispose con un numero simile. Toccava a me: diedi
uno sguardo furtivo al libro e proclamai sfacciatamente un numero
primo di dieci cifre.
Il silenzio questa volta fu ancor pi lungo e stupefatto; poi, dopo
una prodigiosa contemplazione interiore, John sillab un numero di
dodici cifre. Non potevo n controllarlo n rispondere perch il mio
libro, unico nel suo genere per quanto ne so, non andava oltre i
numeri primi di dieci cifre. Ma Michael s, anche se gli ci vollero
cinque minuti. E un'ora pi tardi i gemelli si scambiavano numeri
primi di venti cifre, o cos almeno credo, dato che non avevo modo di
verificarlo. E nel 1966 una simile verifica non era facile, se non si
disponeva di un elaboratore molto sofisticato, e anche con quello
sarebbe stato sempre difficile: che si usi o il crivello di Eratostene
o qualunque altro algoritmo, non esiste alcun metodo semplice per
calcolare i numeri primi. "Non esiste un metodo semplice per calcolare
numeri primi di questo ordine di grandezza, eppure i gemelli ci
riuscivano". (Ma si veda il "Post scriptum").
Pensai di nuovo a Dase, che avevo incontrato anni prima
nell'affascinante libro di F.W.H. Myers, "Human Personality" (1903):
Sappiamo che Dase (forse il pi sensazionale di questi prodigi) era
singolarmente privo di conoscenze matematiche... Eppure in dodici anni
aveva compilato tavole di fattori primi e numeri primi fino al settimo
e quasi all'ottavo milione - un'impresa che senza aiuto meccanico
pochi avrebbero saputo portare a termine nell'arco di una vita.
Dase pu quindi essere considerato, conclude Myers, l'unico uomo che
abbia mai reso un prezioso servizio alla matematica pur non essendo in
grado di superare il Ponte dell'asino.
Quello che Myers non chiarisce, e che forse non era chiaro,  se Dase
avesse qualche metodo per compilare le sue tavole oppure, come fanno
pensare i suoi semplici esperimenti di visione dei numeri, in
qualche modo vedesse questi grandi numeri primi, come a quanto pare
facevano i gemelli.
Quando osservavo i gemelli senza disturbarli, cosa che potevo fare
facilmente perch avevo uno studio nel loro reparto, li vedevo
occupati con giochi numerici sempre diversi o in intima comunione
numerica, la cui natura non potevo stabilire o anche solo indovinare.
Ma sembra probabile, o forse certo, che quello che fanno ha come
oggetto propriet o qualit reali, perch ci che  arbitrario, per
esempio i numeri casuali, d loro poco o nessun piacere. E' chiaro che
hanno bisogno di un senso nei loro numeri, allo stesso modo forse
che un musicista ha bisogno di armonia. E in effetti mi capita di
paragonarli a dei musicisti, oppure a Martin (capitolo 22), anche lui
un ritardato, il quale nella serena e maestosa architettura di Bach
trovava una manifestazione sensibile dell'armonia e dell'ordine
supremi del mondo che gli erano del tutto inaccessibili
concettualmente a causa dei suoi limiti intellettuali.
Chi sia armonicamente composto scrive Sir Thomas Browne trova
diletto nell'armonia... e in una profonda contemplazione del Primo
Compositore. Vi  in essa qualcosa della Divinit, pi di quanto
l'orecchio non possa scoprire;  una Lezione Geroglifica e adombrata
sul Mondo intero... un frammento sensibile di quell'armonia che
risuona intellettualmente nelle orecchie di Dio... L'anima... 
armonica ed ha la sua pi prossima simpatia con la Musica.
In "The Thread of Life" (1984), Richard Wollheim traccia una
distinzione assoluta fra i calcoli e quelli che chiama stati mentali
iconici, e cos previene una possibile obiezione:
Qualcuno potrebbe contestare il fatto che tutti i calcoli sono non-
iconici adducendo la ragione che a volte egli calcola visualizzando il
calcolo su una pagina. Ma questo non  un controesempio. In tali casi
infatti ci che viene rappresentato non  il calcolo in s ma una
rappresentazione di esso; si calcolano i numeri ma si visualizzano i
"numerali", che rappresentano i numeri.
D'altro canto Leibniz stabilisce un'allettante analogia fra i numeri e
la musica: Il piacere che traiamo dalla musica viene dal "contare",
ma da un contare inconscio. La musica non  altro che aritmetica
inconscia.
Qual  dunque, per quanto ci  dato saperne, la situazione dei
gemelli, e forse di altri? Lawrence Weschler mi racconta che il suo
bisnonno, il compositore Ernst Toch, poteva tenere a mente con
facilit una lunghissima serie di numeri dopo averla ascoltata una
sola volta; ma lo faceva convertendo la serie di numeri in una
melodia (un motivo musicale che egli stesso inventava in modo
corrispondente ai numeri). Jedediah Buxton, uno dei pi grevi ma
ostinati calcolatori di tutti i tempi, che per il calcolo e per i
numeri aveva una passione autentica, addirittura patologica (egli
stesso diceva di ubriacarsi di numeri), convertiva la musica e le
opere teatrali in numeri. Durante la danza riferisce un resoconto
contemporaneo del 1754 egli concentr la sua attenzione sul numero
dei passi; dopo un eccellente brano musicale dichiar che
gl'innumerevoli suoni prodotti dalla musica lo avevano oltremodo
confuso, e persino al signor Garrick prest attenzione solo per
contare le parole da lui pronunciate, cosa che, dichiar, gli riusc
alla perfezione.
Ecco due begli esempi, anche se di segno contrario: un musicista che
volge i numeri in musica e un calcolatore che volge la musica in
numeri. Non potrebbero esserci, credo, due tipi di mente o, almeno,
due modi mentali pi opposti. (4)
Credo che i gemelli, che hanno uno straordinario senso dei numeri,
pur non essendo assolutamente capaci di eseguire calcoli, siano in
questo piuttosto affini a Toch che a Buxton. Tranne che - e questo 
ci che noi gente comune troviamo cos difficile - essi non
convertono i numeri in musica, ma li "sentono", dentro di s, come
forme, come toni, al pari della moltitudine di forme che
costituisce la natura stessa. Essi non sono dei calcolatori, e la loro
numericit  iconica. Evocano e abitano strani scenari di numeri;
spaziano liberamente in grandi paesaggi di numeri; creano,
drammaturgicamente, un intero mondo fatto di numeri. Essi hanno, io
credo, un'immaginazione singolarissima, e non ultima fra le sue
singolarit  che essa pu immaginare solo numeri. Non sembrano
operare con i numeri, non iconicamente, come gli altri calcolatori;
li vedono, direttamente, come una vasta scena naturale.
E se ci si chiede se esistono analogie, quanto meno, per una simile
iconicit, credo che le si possa trovare in certe menti
scientifiche. Dmitrij Mendeleev, per esempio, si portava in tasca
biglietti su cui erano scritte le propriet numeriche degli elementi,
finch non gli divennero perfettamente familiari - cos familiari
che non pensava pi a loro come ad aggregati di propriet ma (cos ci
dice) come a volti familiari. Ormai li vedeva iconicamente,
fisiognomicamente, come volti - volti imparentati fra di loro, come
membri di una famiglia, i quali "in toto" costituivano, disposti
periodicamente, l'intero volto formale dell'universo. Una simile mente
scientifica  fondamentalmente iconica e vede la natura intera
come volti e scene, e forse anche come musica. Questa visione,
questa visione interiore soffusa di fenomenico, ha nondimeno una
relazione integrale con il fisico, e la sua restituzione, dallo
psichico al fisico, costituisce il lavoro secondario, o esteriore, di
tale scienza. (Il filosofo cerca di udire dentro di s gli echi della
sinfonia del mondo scrive Nietzsche e di riproiettarli in forma di
concetti). I gemelli, bench deficienti, udivano, io suppongo, la
sinfonia del mondo, ma l'udivano esclusivamente sotto forma di numeri.
L'anima  armonica, quale che sia il Q.I., e per alcuni, come gli
studiosi delle scienze fisiche e i matematici, il senso dell'armonia,
forse,  principalmente intellettuale. Eppure io non riesco a pensare
ad alcunch d'intellettuale che non sia, in qualche modo, anche
sensibile - anzi, la stessa parola senso ha sempre questa doppia
connotazione. Sensibile, e in un certo senso anche personale, poich
non si pu sentire nulla, non si pu trovare nulla sensibile a meno
che non sia in qualche modo collegato o collegabile a se stessi. Cos,
la possente architettura di Bach fornisce, come faceva per Martin A.,
una Lezione Geroglifica e adombrata sul Mondo intero, ma  anche, in
modo riconoscibile, singolare, intimo, Bach; e anche questo Martin A.
lo sentiva, con acuta partecipazione, e lo collegava con il proprio
amore per suo padre.
I gemelli, io credo, non solo possiedono una singolare facolt, ma
possiedono anche una sensibilit, una sensibilit armonica, forse
legata a quella musicale. La si potrebbe chiamare, molto naturalmente,
una sensibilit pitagorica: e lo strano  non che essa esista ma che
si riveli cos rara. Forse l'esigenza di trovare o sentire una qualche
armonia o ordine supremi  un universale della mente, quali che siano
i suoi poteri e la forma in cui essa si manifesta. La matematica 
sempre stata chiamata la regina delle scienze, e i matematici hanno
sempre considerato il numero come un grande mistero e il mondo come
organizzato, misteriosamente, dalla potenza del numero. Questa
convinzione  meravigliosamente espressa da Bertrand Russell nel
prologo alla sua "Autobiografia":
Con uguale passione ho perseguito la conoscenza. Ho desiderato
comprendere il cuore degli uomini. Ho desiderato sapere perch
splendono le stelle. E ho cercato di comprendere la potenza pitagorica
per la quale il numero domina sul flusso degli eventi.
E' strano paragonare questi gemelli minorati a un'intelligenza, a uno
spirito come quello di Bertrand Russell. Eppure non credo che sia poi
tanto improbabile. I gemelli vivono esclusivamente in un mondo mentale
di numeri. Non provano interesse per lo splendore delle stelle o per
il cuore degli uomini. Eppure io sono persuaso che per loro i numeri
non sono solo numeri, ma significazioni, significanti il cui
significando  il mondo.
Essi non si accostano ai numeri con leggerezza, come fa la maggior
parte dei calcolatori. Non provano interesse per i calcoli, non sono
capaci di eseguirli e non li comprendono. Sono piuttosto dei sereni
contemplatori del numero, e ai numeri si accostano con un senso di
riverenza e soggezione. I numeri per loro sono sacri, gravidi di
significato. Sono il loro modo - come per Martin la musica - di
conoscere il Primo Compositore.
Ma i numeri non incutono loro solo soggezione, sono anche degli amici,
forse gli unici amici che abbiano mai avuto nella loro vita isolata,
autistica. E' questo un modo di sentire piuttosto diffuso fra la gente
dotata di talento per i numeri, e di esso Steven Smith, pur
riconoscendo l'estrema importanza del metodo, cita vari esempi assai
piacevoli: George Parker Bidder che, parlando della sua passione
infantile per i numeri, scriveva: Acquistai una perfetta
dimestichezza con i numeri fino a cento; essi divennero, per cos
dire, amici intimi, di cui conoscevo a fondo famiglia, parentela e
ambiente. O l'indiano Shyam Marathe, suo contemporaneo: Quando dico
che i numeri sono miei amici, intendo dire che con ciascuno di essi in
passato ho avuto a che fare in vari modi, trovandovi sovente nuove e
affascinanti qualit nascoste... Cos, se in un calcolo m'imbatto in
un numero conosciuto, lo considero immediatamente un amico.
Hermann von Helmholtz, a proposito della percezione musicale dice che
i toni composti, pur potendo essere analizzati nelle loro singole
componenti, sono normalmente uditi come qualit, qualit uniche di
tono, come un tutto indivisibile. Egli parla a questo proposito di una
percezione sintetica che trascende l'analisi ed  l'essenza non
analizzabile di ogni senso musicale. Paragona questi toni ai volti, e
ritiene che li si possa riconoscere pi o meno allo stesso modo, un
modo personale. In breve, egli accenna alla possibilit che i toni
musicali, e certe melodie, siano effettivamente dei volti per
l'udito e siano immediatamente riconosciuti, avvertiti, come persone
(o personit), riconoscimento che comporta calore, emozione,
relazione personale.
La stessa cosa sembra accadere a coloro che amano i numeri: anche
questi ultimi sono riconoscibili come tali con un unico, intuitivo,
personale Ti conosco!. (5) Il matematico Wim Klein ne rende bene
l'idea: I numeri sono per me, quale pi quale meno, degli amici. Per
voi 3844 non significa la stessa cosa, vero? Per voi  solo un tre, un
otto, un quattro e un altro quattro. Ma io dico: "Ehil, 62 al
quadrato!".
Credo che i gemelli, in apparenza cos isolati, vivano in un mondo
pieno di amici, che abbiano milioni, anzi miliardi di numeri ai quali
dicono: Ehil! e quelli, ne sono certo, gli rispondono: Ehil!.
Ma, come 62 al quadrato, questi numeri non sono mai arbitrari, e per
trovarli i gemelli (e qui sta il mistero) non usano nessuno dei soliti
metodi, anzi, per quanto ne capisco, non usano nessunissimo metodo.
Sembrano piuttosto servirsi di una cognizione diretta, come gli
angeli. Essi vedono direttamente un universo e un cielo di numeri. E
questa facolt, per quanto singolare, per quanto bizzarra - ma che
diritto abbiamo di chiamarla patologica? - conferisce una peculiare
e serena autosufficienza alla loro vita: interferire con essa o
infrangerla potrebbe avere effetti tragici.


Questa serenit fu effettivamente interrotta e distrutta dieci anni
dopo, quando si giudic opportuno separare i gemelli - per il loro
bene, per porre fine alla loro morbosa intimit e per metterli in
grado di affrontare il mondo... in un modo consapevole e socialmente
accettabile (cos si disse, con tipico gergo medico e sociologico).
Essi vennero quindi separati nel 1977, con risultati che si possono
considerare a scelta soddisfacenti o atroci. Furono entrambi
trasferiti in un istituto di reinserimento dove ora svolgono, sotto
stretta sorveglianza, lavoretti semplici che gli permettono di
guadagnare qualche spicciolo. Hanno imparato a prendere i mezzi
pubblici, se gli viene ben spiegato cosa devono fare e gli viene gi
dato il biglietto, e riescono a tenersi abbastanza puliti e
presentabili, anche se  sufficiente un'occhiata per accorgersi della
loro condizione di minorati e psicotici.
Questo  l'aspetto positivo, ma ve n' anche uno negativo (non
menzionato nelle loro cartelle cliniche perch non  mai stato
riconosciuto).Privatidellalorocomunionenumerica,
impossibilitati a dedicarsi a qualsiasi forma di contemplazione o di
comunione, sempre sospinti come sono da un lavoro all'altro, essi
sembrano aver perso la loro strana facolt numerica, e con essa la
principale gioia e il senso della loro vita. Ma questo sar certo
considerato un piccolo prezzo da pagare per la loro semi-indipendenza
e la loro accettabilit sociale.
La loro sorte ricorda per certi versi quella di Nadia, una bambina
autistica con un talento fenomenale per il disegno (si veda pi
avanti, pagina 285). Anche Nadia fu sottoposta a un regime terapeutico
per trovare il modo di massimizzare le sue potenzialit in altre
direzioni. Il risultato netto fu che essa incominci a parlare - e
smise di disegnare. Nigel Dennis commenta: Ci ritroviamo con un genio
amputato del suo genio, cui non  rimasto altro che una generale
deficienza. Che cosa dobbiamo pensare di questa strana cura?.
Bisognerebbe aggiungere - e su questo punto si sofferma F.W.H. Myers,
il quale nelle prime pagine del capitolo Genius si occupa dei
prodigi matematici - che tali facolt sono strane e possono
scomparire spontaneamente, anche se altrettanto spesso durano tutta
una vita. Nel caso dei gemelli, naturalmente non si trattava solo di
una facolt, ma del centro personale ed emozionale della loro vita.
E ora che sono stati separati, ora che la facolt  scomparsa, la loro
vita non ha pi n senso n centro. (6)


Post scriptum.

Quando lesse il manoscritto di questo testo, Israel Rosenfield fece
notare che vi  un'altra aritmetica, pi elevata e semplice di quella
convenzionale delle operazioni, e prospett la possibilit che le
singolari facolt (e i limiti) dei gemelli riflettessero il loro uso
di questa aritmetica modulare. In una nota di risposta, egli ha
avanzato l'ipotesi che gli algoritmi modulari, del tipo descritto da
Ian Stewart nel terzo capitolo di "Concepts of Modern Mathematics"
(1975), possano spiegare l'abilit dei gemelli nei calcoli di
calendario:
La loro abilit nel determinare il giorno della settimana entro un
periodo di ottantamila anni fa pensare a un algoritmo piuttosto
semplice. Si divide per sette il numero totale di giorni tra "oggi" e
"allora". Se non vi  resto, la data cade nello stesso giorno di
"oggi"; se il resto  uno, la data cade un giorno dopo, e cos via. Da
notare che l'aritmetica modulare  ciclica: consiste di strutture
("patterns") ripetitive.
Forse i gemelli visualizzavano queste strutture, in forma o di
semplici tabelle o di una specie di "paesaggio", come la spirale di
numeri interi riportata a pagina 30 del libro di Stewart.
Questo non spiega perch i gemelli comunicassero in numeri primi. Ma
l'aritmetica del calendario richiede il numero primo sette. E se si
pensa all'aritmetica modulare in generale, la divisione modulare
produrr strutture cicliche precise solo se si usano numeri primi. Dal
momento che il numero primo sette aiuta i gemelli a reperire le date,
e di conseguenza gli avvenimenti di determinati giorni della loro
vita, essi hanno forse trovato che altri numeri primi producono
strutture simili a quelle cos importanti per le loro imprese
mnemoniche. (Quando, vedendo i fiammiferi, essi dicono: "111... 37 per
3", prendono appunto il numero primo 37 e lo moltiplicano per 3). In
effetti, solo le strutture prime sono "visualizzabili". Le diverse
strutture prodotte dai diversi numeri primi (per esempio, le tavole
pitagoriche) sono forse le informazioni visive che essi si comunicano
a vicenda quando ripetono un dato numero primo. In breve, l'aritmetica
modulare pu aiutarli a richiamare alla mente il proprio passato, e di
conseguenza le strutture create usando questi calcoli (che sono
possibili solo con i numeri primi) possono assumere per i gemelli un
significato particolare.
Con l'uso di questa aritmetica modulare, fa rilevare Ian Stewart, si
pu rapidamente arrivare a una soluzione stupefacente in situazioni
che sconfiggono ogni comune aritmetica - in particolare nella
ricerca (con il cosiddetto principio della piccionaia) di numeri
primi di estrema grandezza e non calcolabili (con i metodi
convenzionali).
Se tali metodi, tali visualizzazioni, sono visti come algoritmi, sono
algoritmi di un genere molto particolare - organizzati non
algebricamente ma spazialmente, come alberi, spirali, architetture,
paesaggi mentali - configurazioni in uno spazio mentale formale e
tuttavia quasi sensoriale. Ho trovato molto stimolanti i commenti di
Israel Rosenfield e le spiegazioni fornite da Ian Stewart circa
un'aritmetica superiore (e in particolare modulare), poich sembrano
promettere, se non una soluzione, una illuminazione di facolt
altrimenti inspiegabili, come quelle dei gemelli.
Questa aritmetica pi elevata o pi profonda fu concepita, nei suoi
princpi, da Gauss nel 1801, nelle sue "Disquisitiones Arithmeticae",
ma  stata applicata solo in anni recenti. C' da chiedersi se non
esista, accanto a un'aritmetica convenzionale (cio, un'aritmetica
delle operazioni) - spesso irritante per insegnanti e studenti,
innaturale e difficile da imparare -, anche un'aritmetica profonda
del genere descritto da Gauss, che sia davvero innata nel cervello,
altrettanto innata quanto la sintassi profonda e la grammatica
generativa di Chomsky. Una simile aritmetica, in una mente come quella
dei gemelli, potrebbe essere dinamica e quasi viva: ammassi globulari
e nebulose di numeri che ruotano e si evolvono in un cielo mentale in
continua espansione.


Come ho gi detto, dopo la pubblicazione di I gemelli ricevetti
numerose comunicazioni, personali e scientifiche. Alcune trattavano
specificamente della visione o dell'apprendimento dei numeri, altre
del possibile senso o del significato di tale fenomeno, altre delle
caratteristiche generali delle disposizioni e sensibilit autistiche e
delle possibilit di incoraggiarle o di inibirle, altre ancora del
problema dei gemelli identici. Particolarmente interessanti erano le
lettere dei genitori di bambini con tali problemi, e tra queste le pi
rare e straordinarie venivano dai genitori che le circostanze avevano
spinto alla riflessione e alla ricerca e che erano riusciti a
combinare una profonda partecipazione emotiva con una rigorosa
oggettivit. Fra di loro c'erano i Park, genitori estremamente
intelligenti di una bambina altrettanto intelligente ma autistica (si
vedano C.C. Park, 1967, e D. Park, 1974). La bambina dei Park, Ella,
aveva un grande talento per il disegno e una straordinaria attitudine
per i numeri, evidente soprattutto nella prima infanzia. Era
affascinata dall'ordine dei numeri, soprattutto dei numeri primi. A
quanto pare, tale particolare sensibilit per i numeri primi non 
rara. C.C. Park mi scrisse di un altro bambino autistico da lei
conosciuto che riempiva fogli interi dinumeriscritti
costrittivamente. Erano tutti numeri primi osservava Park, e
aggiungeva: Sono finestre che si aprono su un altro mondo. In
seguito essa menzion una recente esperienza con un giovane autistico
anch'egli affascinato dai fattori e dai numeri primi, che egli
percepiva all'istante come speciali. Anzi, per sollecitare una
reazione, si doveva usare la parola speciale:

"Ha qualcosa di speciale questo numero, Joe (4875)?".
Joe: "E' divisibile solo per 13 e 15".
Di un altro (7241): "E' divisibile per 13 e per 557".
E di 8741: "E' un numero primo".

Park commenta Nessuno della famiglia rinforza il suo interesse per i
numeri primi; essi sono un piacere solitario.
Non  chiaro, in questi casi, in che modo le risposte vengano trovate
quasi istantaneamente, se siano calcolate, conosciute (ricordate),
o, in qualche modo, semplicemente viste. Chiari sono invece il
particolare senso di piacere e il significato connessi ai numeri
primi; in parte essi sembrano accompagnarsi a un senso di bellezza e
simmetria formali, ma in parte anche a un peculiare significato o
potere associativo. Nel caso di Ella, tutto questo era spesso
chiamato magico: i numeri, specialmente i primi, evocavano pensieri,
immagini, sentimenti, connessioni particolari - alcuni quasi troppo
speciali o magici per essere menzionati. Tutto questo  ben
descritto nell'articolo citato di David Park.
Kurt Gdel ha discusso, in modo affatto generale, la possibilit per i
numeri, soprattutto quelli primi, di fungere da contrassegno - per
idee, persone, luoghi, o altro; tali contrassegni gdeliani
renderebbero possibile una aritmetizzazione o una numerizzazione
del mondo (si veda E. Nagel e J.R. Newmann, 1958). Se ci  veramente
possibile, pu essere che i gemelli, e quelli come loro, non vivano
semplicemente in un mondo di numeri, ma in un mondo, in questo mondo,
COME numeri, e che la loro meditazione numerica o i loro giochi siano
una sorta di meditazione esistenziale - e, se si arriva a comprenderli
o a trovarne la chiave (come a volte succede a David Park), siano
anche una strana e precisa comunicazione.


NOTE.

Nota 1. Per esempio Horowitz "et al." (1965) e Hamblin (1966).
Nota 2. Si veda il romanzo di Robert Silverberg "Thorns" (1968),
soprattutto le pagine 11-17.
Nota 3. J.L. Borges, "Funes, o della memoria", in "Tutte le opere",
volume 1, Milano, Mondadori, 1984, pagina 712.
Nota 4. Qualcosa di paragonabile al modo di Buxton, che forse pare il
pi innaturale dei due, fu mostrato dalla mia paziente Miriam H. (in
"Awakenings") nei suoi attacchi aritmomanici.
Nota 5. La percezione e il riconoscimento dei volti solleva problemi
particolarmente affascinanti e fondamentali, poich sembra, da molti
indizi, che noi riconosciamo i volti (almeno quelli familiari)
immediatamente e non con un processo di analisi e aggregazione. La
cosa si manifesta in modo drammatico, come abbiamo visto, nella
prosopagnosia, nella quale, come conseguenza di una lesione alla
corteccia occipitale destra, i pazienti non sono pi in grado di
riconoscere i volti come tali, e devono ricorrere a un procedimento
indiretto, elaborato e assurdo che comporta un'analisi minuziosa di
elementi separati e privi di significato (capitolo 1).
Nota 6. D'altro canto, se questa discussione dovesse parere troppo
idiosincratica,  importante rilevare che nel caso dei gemelli
studiati da Lurija, la separazione era essenziale al loro sviluppo, li
sbloccava da un balbettio e da un legame sterile e privo di senso e
consentiva loro di evolversi come persone sane e creative.
...
.
...
24.
L'ARTISTA AUTISTICO.
...
.
...
Disegna questo dissi, e diedi a Jos il mio orologio da taschino.
Jos aveva circa 21 anni, era considerato un ritardato senza speranza
ed era appena reduce da una delle violente crisi cui andava soggetto.
Era un ragazzo magro, dall'aspetto fragile.
La sua svagatezza e la sua irrequietezza cessarono di colpo. Prese
l'orologio delicatamente, come se fosse stato un talismano o un
gioiello, lo pos davanti a s e lo fiss a lungo, immobile e
concentratissimo.
E' un idiota intervenne l'assistente. Non stia a chiederglielo. Lui
non sa mica cos', non sa leggere le ore. Non sa nemmeno parlare.
Dicono che  "autistico", ma per me  solo idiota. Jos impallid,
forse pi per il tono dell'assistente che per le sue parole -
l'assistente aveva appena detto che Jos non usava le parole.
Forza dissi. Sono sicuro che ce la farai.
Jos cominci a disegnare in un silenzio assoluto, concentrandosi
completamente sul piccolo orologio che gli stava davanti, escludendo
ogni altra cosa. Per la prima volta era sicuro e non pi esitante,
composto e non pi svagato. Disegnava con rapidit ma minuziosamente,
con un tratto chiaro, senza cancellature.
Chiedo quasi sempre ai pazienti, se  loro possibile, di scrivere e
disegnare, in parte perch questo pu fornire un indice approssimativo
di varie competenze, in parte perch  espressione del carattere o
dello stile.
Jos aveva disegnato l'orologio con straordinaria fedelt,
riproducendo tutti i particolari (per lo meno quelli essenziali: non
copi le scritte "Westclox", "shock resistant", "made in USA"), e non
solo l'ora (anch'essa fedelmente registrata, le 11.30) ma persino
tutti i minuti e il piccolo quadrante dei secondi, senza tralasciare
la chiavetta zigrinata della carica e l'anello trapezoidale dove si
aggancia la catena; quest'ultimo era notevolmente ingrandito, mentre
tutte le altre parti erano nelle proporzioni giuste. Poi mi accorsi
che le cifre erano diverse per misura, forma e stile: alcune erano
spesse, altre sottili; alcune allineate, altre rientrate; alcune
semplici, altre elaborate e persino un po' gotiche. E alla lancetta
dei secondi, che nell'originale si notava appena, era stato dato un
forte rilievo, come nei piccoli quadranti interni degli orologi
stellari o degli astrolabi.
L'idea essenziale dell'oggetto, la sua peculiarit, erano state
espresse in modo sorprendente, tanto pi sorprendente se Jos, come
aveva detto l'assistente, non aveva nessuna idea del tempo. Per il
resto, vi era una strana mescolanza di accuratezza puntigliosa,
persino ossessiva, e di elaborazioni e varianti curiose (e, a mio
parere, comiche).
La cosa mi lasci perplesso, e continuai a pensarci tornando a casa.
Un idiota? Autismo? No, qui si trattava di altro.
Non fui pi chiamato a vedere Jos. La prima visita, una domenica
sera, era stata per un'emergenza. Jos aveva avuto numerose crisi
convulsive per tutto il fine settimana, e nel pomeriggio avevo
prescritto per telefono una nuova terapia anticonvulsiva. Ora che le
sue crisi erano sotto controllo, non c'era pi bisogno di un altro
parere neurologico. Ma il problema dell'orologio mi ronzava ancora in
testa, vi avvertivo un senso di mistero irrisolto. Avevo bisogno di
rivedere Jos. Fissai una nuova visita e chiesi di vedere la sua
cartella clinica completa (la prima volta mi era stata data solo una
nota di consultazione, non molto informativa).
Jos entr in clinica tranquillo, quasi indifferente, non aveva alcuna
idea del motivo per cui era stato chiamato (e forse non gli
interessava), ma quando mi vide la sua faccia si illumin di un
sorriso che cancell all'istante l'espressione spenta e indifferente,
la maschera che ricordavo. Fu un sorriso breve e timido, come
un'apparizione fuggevole colta nello spiraglio di una porta.
Ho pensato a te, Jos dissi. Forse non cap le mie parole, ma cap
il mio tono. Vorrei vedere qualche altro disegno e gli porsi la mia
penna.
Che cosa potevo fargli disegnare questa volta? Avevo con me, come
sempre, una copia di Arizona Highways, una bellissima rivista ricca
di illustrazioni che tenevo nella mia cartella per uso neurologico,
come materiale da test per i miei pazienti. Sulla copertina c'era una
scena idilliaca di due persone in canoa su un lago, con uno sfondo di
montagne al tramonto. Jos cominci con il primo piano, una massa
quasi nera stagliata contro il cielo: la deline con estrema
accuratezza e cominci a riempirla. Era chiaramente una cosa da fare
con un pennello, non con una penna sottile. Lascia perdere dissi
allora, indicando col dito. Passa alla canoa. Rapidamente, senza
esitazione, Jos schizz i contorni delle figure e la canoa. Guard di
nuovo brevemente la foto, poi la mise da parte, le forme gi impresse
nella mente; quindi, con gesti rapidi, riemp i contorni col lato
della penna.
Anche questa volta, e pi profondamente, trattandosi di un'intera
scena, fui impressionato dalla rapidit e dalla minuziosa accuratezza
della riproduzione tanto pi che Jos aveva studiato un attimo la
canoa e poi l'aveva messa da parte, con la figura ormai ben chiara
nella mente. Questo deponeva decisamente contro l'idea che egli si
limitasse a copiare (l'assistente aveva detto: E' solo una Xerox) e
faceva invece pensare a un'apprensione della foto come una figura, il
che rivelava una sorprendente capacit non di mera copiatura ma di
percezione. La sua figura infatti aveva una tensione che mancava
all'originale. Le due persone, ingrandite, erano pi intense, pi
vive, davano un'impressione di azione e di energia finalizzata per
nulla evidenti nell'originale. Erano insomma presenti tutti i segni di
quello che Richard Wollheim chiama iconicit, ossia soggettivit,
intenzionalit e drammatizzazione. Sicch, in aggiunta alla capacit
di produrre un semplice facsimile, peraltro gi sorprendente, egli
sembrava possedere chiare capacit d'immaginazione e di creativit.
Quello che veniva fuori dal disegno non era UNA canoa, ma la SUA
canoa.
Voltai qualche pagina della rivista e trovai un articolo sulla pesca
della trota illustrato da un acquarello che mostrava un vivaio di
trote con rocce e alberi sullo sfondo e, in primo piano, una trota
arcobaleno nell'atto di afferrare l'esca. Disegna questo dissi
indicando il pesce. Jos lo fiss intensamente, parve sorridere tra
s, poi si concentr sul foglio e con evidente soddisfazione, e con un
sorriso sempre pi largo, disegn il SUO pesce.
Nell'osservarlo disegnare anch'io sorrisi senza volerlo, perch ora
Jos, sentendosi a suo agio in mia presenza, si era abbandonato
all'entusiasmo artistico e ci che si stava furtivamente delineando
non era un semplice pesce, ma un pesce con un suo carattere.
L'originale non diceva nulla, sembrava senza vita, bidimensionale,
quasi imbalsamato. Il pesce di Jos, invece, colto nell'attimo di un
colpo di coda, era fortemente tridimensionale, molto pi simile a un
vero pesce di quanto non fosse l'originale. Ci che Jos aveva
aggiunto al suo pesce non era solo verosimiglianza e animazione, ma
qualcos'altro, qualcosa di intensamente espressivo, bench non del
tutto tipico di un pesce: una bocca cavernosa, da balena, un muso
vagamente coccodrillesco, un occhio che, bisognava dire, era
decisamente umano, col suo lampo malandrino. Era un pesce molto buffo
e divertente, e non c'era da stupirsi che Jos disegnandolo avesse
sorriso: era una specie di persona-pesce, un personaggio da racconto
per bambini, come il Valletto-ranocchio di "Alice nel paese delle
meraviglie".
Ora avevo qualcosa su cui lavorare. Il disegno dell'orologio mi aveva
sorpreso, aveva acceso il mio interesse, ma non permetteva in s
alcuna riflessione o conclusione. La canoa aveva dimostrato che Jos
aveva una notevole memoria visiva, e qualcosa di pi. Il pesce rivel
una vivace fantasia altamente personale, un senso dell'umorismo e un
non so che di affine alle illustrazioni delle parole. Certo non era
grande arte, era arte 'primitiva', forse infantile; ma, a modo suo era
sicuramente arte. Ora, fantasia, umorismo e arte sono precisamente
cose che non ci si aspetta di trovare negli idioti, o negli "idiots
savants", o negli autistici. Questa per lo meno  l'opinione
prevalente.
La mia amica e collega Isabelle Rapin aveva conosciuto personalmente
Jos anni prima, quando fu ricoverato nella clinica neurologica
infantile con crisi non dominabili. Con la sua grande esperienza,
essa non dubit che il ragazzo fosse autistico. A proposito
dell'autismo in genere aveva scritto:
Un numero limitato di bambini autistici possiedono un'eccezionale
abilit di decodificazione del linguaggio scritto e diventano
iperlessici o sviluppano una fissazione per i numeri... Le
straordinarie abilit di taluni bambini autistici di ricomporre
"puzzles", smontare giocattoli meccanici o decodificare testi scritti
possono riflettere le conseguenze di una esagerata focalizzazione
dell'apprendimento su compiti spaziovisuali non verbali con
esclusione, o mancanza, della domanda di apprendimento di abilit
verbali (1982, pagine 146-150).
Osservazioni in qualche modo simili, specificamente riguardanti il
disegno, sono fatte da Lorna Selfe nel suo straordinario libro "Nadia"
(1978). Uno studio della letteratura sugli "idiots savants" e sugli
autistici ha rivelato alla dottoressa Selfe che tutte le loro abilit
e prestazioni vengono considerate come basate solo sulla memoria e sul
calcolo, mai su qualcosa di personale o sulla fantasia. E se questi
bambini sapessero disegnare, abilit ritenuta molto rara, anche i loro
disegni sarebbero puramente meccanici. La letteratura parla di isole
di abilit e di capacit isolate. Non lascia alcuno spazio alla
possibilit di una personalit individuale, o tanto meno creativa.
Che cosa era dunque Jos? dovetti chiedermi. Che specie di essere? Che
cosa succedeva dentro di lui? Come era arrivato allo stato in cui si
trovava? E di che stato si trattava? Era possibile fare qualcosa?
Le informazioni disponibili, la massa di dati raccolti fin dal primo
manifestarsi della sua strana malattia, del suo stato, mi aiutavano
e al tempo stesso mi davano perplessit. Avevo a mia disposizione
un'abbondante documentazione contenente le descrizioni iniziali della
malattia originale: una febbre molto elevata all'et di otto anni,
associata al primo manifestarsi di crisi convulsive continue e poi
persistenti e la rapida comparsa di una sintomatologia da danno
cerebrale o da autismo. (Fin dall'inizio c'erano stati dubbi su che
cosa stesse esattamente succedendo).
Il suo liquido spinale era risultato anormale durante lo stadio acuto
della malattia. L'opinione condivisa era che avesse probabilmente
sofferto di una forma di encefalite. Le sue crisi erano di molti tipi
diversi: piccolo male, grande male, acinetiche e psicomotorie, e
queste ultime erano di tipo eccezionalmente complesso.
Le crisi psicomotorie possono anche trovarsi associate a collere
improvvise e violente, e al verificarsi di stati comportamentali
particolari anche fra una crisi e l'altra (la cosiddetta personalit
psicomotoria). Esse sono invariabilmente associate a turbe o danni ai
lobi temporali, e innumerevoli E.E.G. avevano rilevato in Jos gravi
turbe ai lobi sia destro sia sinistro.
I lobi temporali sono anche associati alle capacit uditive e, in
particolare, alla percezione e alla produzione del linguaggio. La
dottoressa Rapin non solo aveva ritenuto Jos autistico, ma si era
anche chiesta se una turba frontale avesse causato una agnosia
acustica verbale, un'incapacit a riconoscere i suoni linguistici che
interferiva con la sua capacit di usare o capire il linguaggio.
Perch la cosa sorprendente, qualunque ne fosse l'interpretazione (e
furono avanzate sia quella psichiatrica sia quella neurologica), era
la perdita o la regressione del linguaggio, per cui Jos, prima
normale (cos almeno dicevano i suoi genitori), con la malattia
divenne muto e smise di parlare agli altri.
Ma una capacit era stata a quanto pareva 'risparmiata', e forse
potenziata per compensazione: una passione e un talento non comuni per
il disegno, che erano stati evidenti fin dalla prima infanzia e
sembravano in certa misura ereditari o di famiglia, poich il padre di
Jos aveva sempre amato molto disegnare e il fratello maggiore (molto
pi vecchio) era un pittore affermato. Con l'insorgere della malattia,
con le sue crisi apparentemente non dominabili (poteva avere venti o
anche trenta crisi gravi al giorno e innumerevoli piccole crisi,
cadute, vuoti, o stati di sogno), con la perdita del linguaggio e
la generale regressione intellettuale ed emotiva, Jos venne a
trovarsi in una condizione strana e tragica. Fu ritirato dalla scuola
(bench per un certo periodo fosse seguito da un insegnante privato) e
rientr definitivamente in famiglia, come epilettico 'a tempo pieno',
autistico, probabilmente afasico e ritardato. Fu considerato non
educabile, incurabile, e insomma senza speranza. All'et di nove anni,
Jos si trov 'tagliato fuori': dalla scuola, dalla societ, da quasi
tutto ci che costituisce la realt di un bambino normale.
Per quindici anni non usc praticamente di casa; il motivo addotto
erano le sue crisi non dominabili: la madre sosteneva che non osava
portarlo fuori perch questo gli avrebbe causato venti o trenta crisi
al giorno per strada. Fu provato ogni tipo di anticonvulsivi, ma la
sua epilessia sembrava incurabile: questa almeno l'opinione
registrata sulla sua cartella clinica. C'erano fratelli e sorelle
maggiori, ma la differenza di et fra loro e Jos era molto grande:
Jos era il bambinone di una donna sulla cinquantina. Sappiamo
troppo poco su questi anni intermedi. In pratica Jos spar dal mondo,
fu perso di vista non solo sotto il profilo medico, ma in generale, e
forse sarebbe stato perso per sempre, lasciato solo con le sue
convulsioni nella sua stanza sotterranea, se ultimamente non fosse
esploso con una violenza che rese necessario un ricovero
ospedaliero. Nella sua cantina Jos era stato del tutto privo di vita
interiore. Aveva una passione per le riviste illustrate, specialmente
quelle di storia naturale tipo il National Geographic, e quando gli
era possibile, nei momenti di tregua dalle convulsioni e dai
rimproveri, cercava mozziconi di matita e disegnava quello che vedeva.
Questi disegni erano forse il suo unico legame con il mondo esterno,
in particolare il mondo degli animali e delle piante, della natura,
che aveva tanto amato da piccolo, specialmente quando andava a
disegnare all'aperto con suo padre. Questo e nient'altro gli era stato
permesso di conservare, questo era l'unico legame rimastogli con la
realt.
Tale, dunque, la storia che mi venne data, o meglio, che misi insieme
dalla sua cartella o cartelle cliniche, documenti notevoli non solo
per il loro contenuto ma anche per i loro silenzi, documentazione per
difetto di un 'vuoto' di quindici anni; dal rapporto di un assistente
sociale che aveva frequentato la casa di Jos e si era interessato a
lui senza per poter fare nulla; e anche dalla testimonianza dei suoi
genitori ormai anziani e malati. Ma niente di tutto ci sarebbe venuto
alla luce, se non fosse esplosa una furia improvvisa, di una violenza
senza precedenti, spaventosa e distruttiva, una crisi che lo port per
la prima volta in un ospedale pubblico.
La causa di questa esplosione di violenza era tutt'altro che chiara:
difficile a dirsi se fosse stata di origine epilettica (quale si
incontra in rari casi nelle gravissime crisi temporali), o se si fosse
trattato, come diceva semplicisticamente la sua nota di accettazione,
di pura psicosi, o ancora se rappresentasse un'ultima e disperata
richiesta di aiuto di un'anima torturata che non aveva voce n mezzo
diretto per esprimere il proprio dramma, i propri bisogni.
Era invece chiaro che la degenza in ospedale e il controllo delle
sue crisi per mezzo di nuovi e potenti farmaci gli diedero per la
prima volta tempo e libert, un 'sollievo' fisico e psicologico, quale
non aveva mai conosciuto dall'et di otto anni.
Gli ospedali pubblici spesso sono considerati come istituzioni
totali, per usare la definizione di Erving Goffman, meccanismi
miranti per lo pi alla degradazione dei pazienti. Ci  indubbiamente
vero, e su vasta scala. Ma gli ospedali possono anche essere degli
asili nel miglior senso della parola, un senso che Goffman sembra
restio ad ammettere: luoghi che offrono un rifugio alle anime
tormentate e sconvolte e lo offrono con quel giusto dosaggio di ordine
e libert di cui esse hanno cos grande bisogno. Jos aveva sofferto
per la confusione e il caos derivati in parte dall'epilessia organica,
in parte dal disordine della sua vita, e per la sua reclusione e
schiavit, anche queste sia organiche sia esistenziali. L'ospedale gli
fece del bene, forse a questo punto gli salv la vita, e non v'
dubbio che egli se ne rendesse pienamente conto.
Inoltre, dopo l'opprimente angustia morale, la febbrile intimit della
sua casa, egli tutt'a un tratto trov altre persone, trov un mondo,
al tempo stesso professionale e partecipe: persone che non
giudicavano, che non avevano pregiudizi, che non muovevano accuse,
persone distaccate, ma nello stesso tempo animate da un reale
interesse per lui e i suoi problemi. A questo punto quindi (si trovava
in ospedale ormai da quattro settimane) Jos inizi a sperare, ad
essere pi animato, a rivolgersi agli altri come non aveva mai fatto
prima, o almeno non dall'insorgere dell'autismo, all'et di otto anni.
Ma la speranza, il rivolgersi agli altri, l'interazione erano
proibiti e certo spaventosamente complessi e pericolosi. Jos
aveva vissuto per quindici anni in un mondo chiuso e sorvegliato, in
quella che Bruno Bettelheim nel suo libro sull'autismo chiama la
fortezza vuota. Ma per lui non era e non era mai stata completamente
vuota; c'era sempre stato il suo amore per la natura, per gli animali,
per le piante. Questa parte di s, questa porta era in realt rimasta
sempre aperta. Ma ora c'era la tentazione, e l'urgenza, di
interagire, un'urgenza spesso eccessiva, giunta troppo
all'improvviso. E proprio in quei momenti Jos aveva una ricaduta,
si volgeva di nuovo, come per cercarvi conforto e sicurezza,
all'isolamento e ai primitivi movimenti oscillatori che aveva mostrato
all'inizio.
La terza volta che vidi Jos, non lo feci venire in clinica, ma andai
io stesso nel suo reparto, senza preavviso. Era seduto nello squallido
soggiorno e si dondolava con il volto e gli occhi chiusi, l'immagine
stessa della regressione. Provai un soprassalto di orrore nel vederlo
cos, perch mi ero lasciato andare alla speranza di una progressiva
ripresa. Dovetti vedere Jos in condizione di regresso (come mi
sarebbe accaduto molte altre volte) per accorgermi che davanti a lui
non c'era un semplice risveglio, bens un sentiero pieno di
pericoli, doppiamente rischioso, eccitante ma anche terrificante,
perch egli aveva cominciato ad amare le sbarre della sua prigione.
Appena lo chiamai, balz in piedi e, avido e impaziente, mi segu nel
laboratorio artistico. Ancora una volta tolsi di tasca una penna
sottile, perch Jos sembrava avere antipatia per le matite e nel
reparto non usavano che quelle. Quel pesce che hai disegnato, dissi
e lo abbozzai con un gesto nell'aria, non sapendo fino a che punto il
ragazzo riuscisse a comprendere le mie parole quel pesce, te lo
ricordi? Sapresti disegnarlo di nuovo?. Annu felice e prese la
penna. Erano passate tre settimane da quando l'aveva visto. Che cosa
avrebbe disegnato ora?
Chiuse gli occhi un momento - per rievocare un'immagine? - e poi
disegn. Era sempre una trota arcobaleno, con le pinne sfrangiate e la
coda biforcuta, ma questa volta aveva tratti dichiaratamente umani,
una narice (quale pesce ha una narice?) e due tumide labbra umane.
Stavo per riprendere la penna, e invece no, non aveva finito. Che cosa
aveva in mente? La figura era completa. La figura, forse, ma non la
scena. Il primo pesce era isolato, come un'icona: ora sarebbe
diventato parte di un mondo, di una scena. Rapidamente Jos schizz un
altro pesciolino, un compagno, nell'atto di fare una capriola
nell'acqua, per gioco. Poi disegn la superficie dell'acqua sollevata
in un'ondata improvvisa. Disegnandola, fu preso dall'eccitazione ed
emise un grido strano e misterioso.
Non potei evitare la sensazione, forse scontata, che il suo disegno
fosse simbolico: il pesce piccolo e il pesce grande, eravamo lui e io?
Ma la cosa importante ed entusiasmante era la rappresentazione
spontanea, l'impulso del tutto autonomo, non suggerito da me, di
introdurre questo nuovo elemento: un'interazione viva con ci che
aveva disegnato. Fino a quel momento l'interazione era sempre mancata,
nei suoi disegni come nella sua vita. Ora veniva riammessa, anche se
solo nel gioco, nel simbolo. Ma lo era davvero? Che cos'era quell'onda
irata, vendicatrice?
Meglio ritornare su un terreno sicuro, pensai; basta con le libere
associazioni. Avevo visto una potenzialit ma avevo anche visto, e
udito, un pericolo. Meglio tornare a Madre Natura, serena, edenica,
innocente. Vidi sul tavolo un cartoncino natalizio: un pettirosso su
un tronco d'albero, e tutt'intorno neve e rami nudi. Indicai l'uccello
e diedi la penna a Jos. L'uccello fu disegnato con cura, e per il
petto Jos uso una penna rossa. Le zampe erano un po' artigliate e
adunghiavano con forza la corteccia. (Fui colpito, e mi doveva
accadere altre volte, dal suo bisogno di enfatizzare la capacit
prensile delle mani e dei piedi, di sottolineare il contatto,
rendendolo pressante, quasi ossessivo). Ma che succedeva ora? Il
ramoscello secco vicino al tronco era esploso, nel disegno, in una
vistosa fioritura. Altre cose erano forse simboliche, bench non
potessi dirlo con sicurezza. Ma la trasformazione pi significativa,
saliente ed emozionante era questa: Jos aveva trasformato l'inverno
in primavera.
Allora finalmente cominci a parlare; ma parlare  un termine troppo
forte per descrivere le strane esclamazioni incespicanti e quasi del
tutto incomprensibili che a tratti facevano trasalire lui non meno che
noi; perch tutti noi (Jos compreso) lo avevamo considerato
completamente e irrimediabilmente muto, o per incapacit o per
avversione, o per entrambe le cose (c'era stato l'atteggiamento del
mutismo, oltre che il puro fatto). E anche qui ci fu impossibile
stabilire quanto ci fosse di organico e quanto fosse questione di
motivazione. Noi avevamo ridotto, anche se non eliminato, le sue
turbe temporali. Gli elettroencefalogrammi non furono mai normali e in
questi lobi mostravano ancora tratti irritativi a basso potenziale,
punte occasionali, disritmia e onde lente; ma erano enormemente
migliorati rispetto a quelli fatti al momento del ricovero. Se
potevamo eliminare le convulsioni, non potevamo tuttavia far regredire
il danno subto.
Avevamo indubbiamente migliorato i suoi "potenziali" fisiologici della
parola, bench ci fosse una menomazione delle sue capacit di usare,
capire e riconoscere il linguaggio parlato, con la quale avrebbe
sempre dovuto fare i conti. Ma ora, cosa altrettanto importante, egli
stava lottando per il ricupero della sua capacit di capire e di
parlare (incitato da tutti noi e guidato in particolare dal
logopedista), mentre prima si era lasciato andare, senza speranza o
masochisticamente,e anzi aveva respinto addirittura ogni
comunicazione, verbale o altro, con le altre persone. Prima la
menomazione del linguaggio e il rifiuto di parlare si erano associati
nel duplice carattere maligno della malattia; ora il ricupero della
parola e i tentativi di parlare si associavano felicemente nel duplice
carattere benigno della guarigione. Anche al pi ottimista di noi era
chiaro che Jos non avrebbe mai parlato con una facilit anche solo
limitatamente normale, che la parola per lui non sarebbe mai stata un
genuino veicolo di autoespressione, e gli sarebbe servita solo per
manifestare i bisogni pi semplici. Lui stesso pareva rendersene conto
e pur continuando a sforzarsi di parlare, si volse pi caparbiamente
al disegno per esprimere se stesso.
Un ultimo episodio. Jos era stato trasferito dal reparto degli
agitati a un reparto speciale, pi tranquillo e silenzioso, pi simile
a una casa e meno a una prigione che non il resto dell'ospedale: un
reparto ricco di personale altamente qualificato, creato espressamente
per essere una casa dell'anima, come direbbe Bruno Bettelheim, per i
pazienti autistici, i quali sembrano richiedere un'attenzione
affettuosa e costante che pochi ospedali possono dare. Quando mi recai
nel suo nuovo reparto, Jos mi accolse agitando calorosamente la mano
- un gesto ampio, aperto, che non riuscivo a immaginare nel Jos di
prima. Poi indic la porta chiusa: voleva che gli venisse aperta,
voleva andare fuori.
Mi precedette gi per le scale e usc nel giardino incolto e pieno di
sole. A quanto mi risultava, non era mai uscito volontariamente
dall'et di otto anni, cio dall'inizio della malattia e
dall'isolamento. Non dovetti neppure dargli la penna, ne aveva portata
una con s. Passeggiammo nel giardino dell'ospedale. Jos alzava a
tratti gli occhi al cielo e agli alberi, ma pi spesso guardava in
basso il tappeto violetto e giallo di trifoglio e denti di leone.
Aveva un occhio acuto per la forma e i colori delle piante, not
subito un raro trifoglio bianco e lo colse, poi scorse un ancor pi
raro quadrifoglio. Trov non meno di sette diversi tipi di erba e
sembr riconoscerli e salutarli tutti come tanti amici. Lo riempivano
di gioia soprattutto i grandi denti di leone gialli, spalancati al
sole. Il bisogno di disegnare, di manifestare graficamente la sua
reverenza, fu immediato e forte: s'inginocchi, pos a terra il suo
blocco e tenendo in mano il dente di leone lo disegn.
Questo , credo, il primo disegno dal vivo che Jos fece da quando,
bambino, prima di ammalarsi, usciva a disegnare con il padre. E' un
disegno bellissimo, accurato e vivo. Mostra il suo amore per la
realt, per un'altra forma di vita, e a mio vedere assomiglia ed 
anche all'altezza dei vividi disegni di fiori che si trovano nelle
tavole botaniche e negli erbari medioevali:  di un'accuratezza
pignola, scientifica, anche se Jos non sa nulla di botanica, e non 
nemmeno in grado di studiarla e di capirla. La sua mente non 
costruita per l'astrazione, per il concetto: questa via alla verit
gli  preclusa. Ma ha una passione e un vero talento per il
particolare: lo ama, vi si immerge, lo ricrea. E il particolare, per
chi sia sufficientemente particolare,  anch'esso una strada - si
potrebbe dire la strada naturale - per arrivare alla realt e alla
verit.
Per la persona autistica l'astratto, il categoriale non hanno alcun
interesse: ci che conta  il concreto, il particolare, il singolare.
Si tratti di capacit o di disposizione, questa  la realt dei fatti.
Incapaci o refrattari a cogliere il generale, gli autistici sembrano
costruire la loro immagine del mondo interamente con particolari. Essi
perci vivono non in un universo, ma in ci che William James chiamava
un multiverso, fatto di innumerevoli particolari nitidissimi e
appassionatamente intensi. E' una modalit mentale all'estremo opposto
di quella generalizzatrice, scientifica, ma  pur sempre reale,
altrettanto reale, in un modo affatto diverso. Una tale mente  stata
immaginata da Borges nel racconto "Funes, o della memoria" (il cui
protagonista  cos simile all'uomo che non dimenticava nulla
descritto da Lurija):
Questi, non dimentichiamolo, era quasi incapace di idee generali,
platoniche... Nessuno... ha mai sentito il calore e la pressione d'una
realt cos intangibile come quella che giorno e notte convergeva sul
felice Ireneo... Nel mondo sovraccarico di Funes non c'erano che
dettagli, quasi immediati. (1)
Come per l'Ireneo di Borges, cos per Jos. Ma tale circostanza non 
necessariamente fonte di infelicit; ci pu essere una profonda
soddisfazione nei particolari, specialmente se essi brillano, come
forse nel caso di Jos, di un emblematico splendore.
Penso che Jos, un autistico e un semplice, possieda un tale dono per
il concreto, per la forma, da essere a modo suo un naturalista e un
artista naturale. Egli afferra il mondo come forme, come forme
direttamente e intensamente sentite, che egli poi riproduce. Possiede
sottili abilit letterali, ma anche abilit figurative. Sa disegnare
un fiore o un pesce con notevole accuratezza, ma sa anche disegnarne
uno che sia una personificazione, un emblema, un sogno o una
caricatura. E poi si dice che gli autistici mancano di fantasia, di
umorismo e di senso artistico!
Creature come Jos in teoria non dovrebbero esistere. Cos come non
dovrebbero esistere bambini autistici dotati di talento artistico come
Nadia. Sono veramente cos rari, o non vengono notati? Nigel Dennis,
in un brillante saggio su Nadia in The New York Review of Books (4
maggio 1978), si chiede quante Nadie nel mondo passino inosservate e
vedano i propri interessanti disegni accartocciati e buttati nel
cestino, o semplicemente quanti bambini autistici, come Jos, vengano
trattati senza alcuna attenzione,come curiosit isolate,
trascurabili, di nessun interesse. Ma l'artista autistico o, per
essere meno pomposi, la fantasia creativa autistica,  ben lungi
dall'essere una rarit. Io stesso ne ho incontrato una dozzina di
esempi in altrettanti anni, e senza fare nessuno sforzo per trovarli.
Per loro natura gli autistici sono raramente aperti agli influssi.
E' loro destino essere isolati, e quindi originali. La loro visione,
se si riesce ad avere uno spiraglio su di essa, viene dal di dentro e
appare originale. Pi ne vedo, pi mi sembrano una strana specie in
mezzo a noi, bizzarra, originale, interamente rivolta verso il proprio
intimo, diversa dagli altri.
L'autismo era una volta considerato una schizofrenia infantile, ma dal
punto di vista fenomenologico  vero il contrario. Lo schizofrenico si
lamenta sempre di un'influenza esterna: lui  passivo,  vittima,
non pu essere se stesso. L'autistico lamenterebbe, se si lamentasse,
l'assenza d'influenza, l'assoluto isolamento.
Nessun uomo  un'isola, completa in se stessa scrisse Donne. Ma
l'autismo  proprio questo, un'isola totalmente separata dalla
terraferma. Nell'autismo classico, che  gi manifesto, e spesso
totale, al terzo anno di vita, la separazione avviene cos presto che
pu non esserci memoria della terraferma. Nell'autismo secondario,
come quello di Jos, causato da una malattia cerebrale in un periodo
pi tardo della vita, rimane un certo ricordo, e forse nostalgia, per
la terraferma. Questo forse spiega perch Jos sia stato pi
accessibile degli altri, e perch, almeno nel disegno, egli pu
mostrare interazione.
Essere un'isola, essere totalmente separati,  necessariamente una
morte? E' possibile, ma non necessario. Perch anche se le connessioni
orizzontali con gli altri, con la societ e la cultura sono perdute,
ci possono essere connessioni verticali vitali e intensificate,
connessioni dirette con la natura, con la realt, non influenzate, non
mediate, non toccate da nessun'altra. Questo contatto verticale 
nettissimo in Jos: di qui la sua penetrante acutezza, l'assoluta
chiarezza delle sue percezioni e dei suoi disegni, senza un'ombra di
ambiguit o di irrisolutezza, un potere adamantino non influenzato da
altri.
Questo ci porta al nostro interrogativo finale: c' posto nel mondo
per un uomo che  come un'isola, che non pu essere acculturato, reso
parte della terraferma? Pu la terraferma accogliere il singolare,
fargli posto? Vi sono in questo somiglianze con le reazioni sociali e
culturali nei confronti del genio. (Naturalmente non voglio dire che
tutti gli autistici abbiano del genio, solo che essi condividono col
genio il problema della loro singolarit). Nel caso specifico: che
cosa serba il futuro per Jos? C' un posto per lui nel mondo dove
la sua autonomia possa essere utilizzata, senza tuttavia venirne
intaccata?
Con il suo occhio acuto e il suo grande amore per le piante, potrebbe
magari diventare un illustratore di testi di botanica o di erbari? O
un illustratore di testi di anatomia o di zoologia? (Si veda qui
accanto il disegno che mi fece quando, su un manuale di zoologia, gli
mostrai la figura del tessuto stratificato detto epitelio ciliato).
Potrebbe far parte di spedizioni scientifiche e disegnare (dipinge e
modella con uguale facilit) esemplari di specie rare? La sua totale
concentrazione sull'oggetto che gli sta innanzi lo renderebbe ideale
in tali situazioni.
Oppure, per fare un salto strano ma non illogico, non potrebbe, con le
sue peculiarit e la sua idiosincrasia, diventare un illustratore di
libri di fiabe, di racconti per l'infanzia, di storie a soggetto
biblico o mitologico? Oppure (dal momento che non sa leggere, e nelle
lettere vede solo forme pure e bellissime) non potrebbe illustrare ed
elaborare le meravigliose maiuscole dei breviari e dei messali
manoscritti? Ha gi eseguito bellissime pale d'altare con motivi a
mosaico e in legno colorato. Ha inciso iscrizioni di squisita fattura
su pietre tombali. Il suo lavoro attuale consiste nello stampare a
mano gli avvisi richiesti dal reparto, che egli ornamenta di arabeschi
e fregi degni di una moderna Magna Charta. Potrebbe fare tutto questo,
e molto bene, con vantaggio e piacere suo e degli altri. Potrebbe fare
tutto questo... ma purtroppo non far nulla se non ci sar una persona
intelligente, che disponga di tempo e mezzi e sia pronta a guidarlo e
a instradarlo in una vera attivit. Perch, lasciato al suo destino,
Jos probabilmente non far nulla, trascorrer una vita sterile e
inutile, come tanti altri autistici, solo e ignorato, in un oscuro
reparto d'ospedale.


Post scriptum.

Anche dopo la pubblicazione di questo articolo ho ricevuto numerosi
estratti e lettere, fra i quali i pi interessanti ml sono giunti
dalla dottoressa C.C. Park. E' in realt evidente (come sospett Nigel
Dennis) che, anche se Nadia era eccezionalmente dotata, una specie di
Picasso, non  raro trovare fra gli autistici talenti artistici
piuttosto notevoli. Ma cercare di individuare il potenziale artistico
con dei test, ad esempio il test d'intelligenza Goodenough in cui si
richiede al paziente di disegnare una figura umana,  del tutto
inutile: bisogna che ci sia, come per Nadia, Jos e la Ella della
dottoressa Park, una produzione "spontanea" di disegni straordinari.
In un'importante recensione, riccamente illustrata, dello studio su
Nadia (1978), la dottoressa Park definisce, sulla base della sua
stessa esperienza con sua figlia, oltre che di un attento studio della
letteratura mondiale, quelle che paiono essere le caratteristiche
cardinali di tali disegni. Possono essere caratteristiche negative,
come la mancanza di originalit e la stereotipia, e positive, come
una non comune capacit di riprodurre l'oggetto a distanza di tempo e
di renderlo come PERCEPITO (non come CONcepito): di qui quella sorta
di ispirata ingenuit che soprattutto si vede. La Park nota anche una
relativa indifferenza verso le reazioni degli altri, il che
sembrerebbe rendere questi bambini refrattari all'insegnamento. Eppure
 evidente che non  necessariamente cos. Non  sempre detto che
questi bambini non rispondano all'insegnamento o all'attenzione che
viene loro rivolta, anche se la cosa pu richiedere un approccio del
tutto particolare.
Oltre alla sua esperienza con la figlia, ora adulta e ottima pittrice,
la dottoressa Park cita le esperienze dei giapponesi, affascinanti e
poco note, e in particolare quelle di Morishima e Motzugi, i quali
sono riusciti con notevole successo a portare bambini autistici dotati
ma non educati (e apparentemente non educabili) a una compiuta
professionalit artistica adulta. Morishima preferisce tecniche
formative speciali (un "training" altamente strutturato dell'abilit
specifica), una specie di apprendistato secondo la tradizione
culturale classica giapponese e l'incoraggiamento del disegno "come
mezzo di comunicazione". Ma questo "training" formale, bench di
cruciale importanza, non basta. Ci vuole anche una relazione molto
intima, di empatia. Le parole con cui la dottoressa Park conclude la
sua recensione sono anche una conclusione perfetta per Il mondo dei
semplici:
Forse il segreto  altrove, forse si trova in quella direzione che
port Motzugi a vivere fianco a fianco con un altro artista ritardato,
e a scrivere: "Il segreto che permise di sviluppare il talento di
Yanamura fu la comunione col suo spirito. Il maestro deve amare la
meravigliosa e schietta personalit del ritardato e vivere insieme con
un mondo purificato e ritardato".
...
.
...
NOTE.
...
.
...
Nota 1. J.L. Borges, opera citata, pagine 714-15.
...
.
...
FINE.
...
.
...
BIBLIOGRAFIA.
...
.
...
Hughlings Jackson, Kurt Goldstein, Henry Head, A.R. Lurija: sono i
padri della neurologia. Essi vissero intensamente e rifletterono
intensamente su pazienti e problemi non molto diversi dai nostri, e
sono sempre presenti nella mente del neurologo e nelle pagine di
questo libro. C' una tendenza a ridurre le figure complesse a
stereotipi, a non riconoscere la pienezza, e sovente la ricca
contraddittoriet, del loro pensiero. Io, per esempio, parlo spesso di
neurologia classica jacksoniana, ma lo Hughlings Jackson che scrisse
sugli stati di sogno e sulla reminiscenza era molto diverso dal
Jackson che vedeva tutto il pensiero come calcolo proposizionale. Il
primo era un poeta, il secondo un logico, e tuttavia sono la stessa
persona. Henry Head, inventore di diagrammi, amante delle strutture
schematiche, era molto diverso dallo Head che scriveva con commossa
partecipazione sul feeling-tone. Goldstein, che scrisse in termini
cos astratti dell'Astratto, amava la variegata concretezza dei casi
individuali. In Lurija, poi, la duplicit era consapevole: egli si
sentiva spinto a scrivere due tipi di libro: testi formali e
strutturali (come "Le funzioni corticali superiori nell'uomo") e
'romanzi' biografici (come "Viaggio nella mente di un uomo che non
dimenticava nulla"). I primi li chiamava scienza classica, i secondi
scienza romantica.
Jackson, Goldstein, Head e Lurija: sono l'asse fondamentale della
neurologia e sicuramente l'asse delle mie riflessioni e di questo
libro. La mia bibliografia deve quindi aprirsi con loro e, idealmente,
dovrebbe contenere tutto ci che essi hanno scritto, perch ci che 
pi caratteristico  sempre soffuso lungo tutto l'arco di una vita di
studio; tuttavia, per motivi pratici, essa ricorder alcune opere
chiave facilmente accessibili anche in traduzione.


JOHN HUGHLINGS JACKSON.

Prima di Hughlings Jackson ci sono state bellissime descrizioni di
casi clinici - ad esempio, gi nel 1817, '"Essay on the Shaking Palsy"
di Parkinson - ma nessun quadro generale e nessuna sistematizzazione
della funzione nervosa. Jackson  il fondatore della neurologia come
scienza. I suoi lavori fondamentali sono raccolti in J. Taylor,
"Selected Writings of John Hughlings Jackson", London, 1931 (ristampa
New York, 1958). Sono opere di non facile lettura, pur contenendo
diversi brani altamente suggestivi e cristallini. Un'ulteriore scelta
di lavori di Jackson, comprendente la trascrizione di alcune sue
conversazioni e una memoria, era stata quasi completata da Purdon
Martin al momento della sua recente scomparsa, e si spera verr
pubblicata nel centocinquantesimo anniversario della nascita di
Jackson, che cade appunto in questo 1985.


HENRY HEAD.

Anche Head, come Weir Mitchell (per il quale si veda la bibliografia
del capitolo 6),  uno scrittore meraviglioso, e i suoi massicci
volumi, a differenza di quelli di Jackson, sono di piacevolissima
lettura:

"Studies in Neurology", 2 volumi, Oxford, 1920.
"Aphasia and Kindred Disorders of Speech", 2 volumi, Cambridge, 1926.


KURT GOLDSTEIN.

Il lavoro generale pi accessibile di Goldstein  "Der Aufbau des
Organismus", The Hague, 1934 (traduzione inglese "The Organism: A
Holistic Approach to Biology derived from Pathological Data in Man",
New York, 1939). Si veda anche K. Goldstein e M. Sheerer, "Abstract
and concrete behaviour", in Psychol. Monogr., 53, 1941.
Le affascinanti descrizioni di casi clinici fatte da Goldstein sono
sparse nei suoi numerosi libri e attendono ancora di essere raccolte
in volume.


A. R. LURIJA.

Il massimo tesoro neurologico dei nostri tempi, per le idee e per la
descrizione dei casi clinici, sono le opere di A.R. Lurija, in gran
parte tradotte. Le pi accessibili sono:

"Un mondo perduto e ritrovato", Roma, 1973.
"Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla", Roma,
1979.
(con F. Ja. Yudovich) "Linguaggio e sviluppo dei processi cognitivi
nel bambino", Firenze, 1975. Uno studio del ritardo mentale, dell'uso
della parola, del gioco e dei gemelli.
"Human Brain and Psychological Processes", New York, 1966. Storie di
casi clinici di pazienti con sindromi frontali.
"Neuropsicologia della memoria", Roma, 1981.
"Le funzioni corticali superiori nell'uomo", Firenze, 1967. E' il
"magnum opus" di Lurija, la pi grande sintesi della ricerca e del
pensiero neurologico del nostro secolo.
"Come lavora il cervello", Bologna, 1977. Una versione condensata e
leggibilissima dell'opera precedente, e la miglior introduzione alla
neuropsicologia.


1. L'UOMO CHE SCAMBIO' SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO.

D. Macrae e E. Trolle, "The defect of function in visual agnosia", in
Brain, 7, 1956, pagine 94-110.
A. Kertesz, "Visual agnosia: the dual deficit of perception and
recognition", in Cortex, 15, 1979, pp. 403-19.
Per D. Marr si veda la bibliografia del capitolo 15.


2. IL MARINAIO PERDUTO.

Il contributo originale di Korsakov (1887) e i suoi lavori successivi
non sono mai stati tradotti. Una bibliografia completa, insieme con
traduzioni di brani e una discussione, si trova in A.R. Lurija,
"Neuropsicologia della memoria", citato, che a sua volta fornisce
notevoli esempi di amnesia simili a quello del marinaio perduto.
Nella storia di questo caso clinico, come in quella precedente, ho
citato Anton, Ptzl e Freud. Lo studio di Freud, un lavoro
estremamente importante, esiste anche in traduzione inglese.
G. Anton, "ber die Selbstwarnehmung der Herderkrankungen des Gehirns
durch den kranken", in Arch. Psychiatr., 32, 1899.
S. Freud, "Zur Auffassllng der Aphasien", Leipzig, 1891; traduzione
inglese autorizzata di E. Stengel, "On Aphasia: a Critical Study", New
York, 1953.
O. Ptzl, "Die Aphasielehre vom Standpunkt der klinischen Psychiatrie:
Die optische-agnostischen Strungen", Leipzig, 1928. La sindrome
descritta da Ptzl non  solo visiva, ma pu estendersi a una completa
perdita della consapevolezza di una parte o della met del corpo. Come
tale riguarda anche gli argomenti che tratto nei capitoli 3, 4 e 8. E'
anche citata nel mio "A leg to Stand On", London, 1984.
A.B. Sterman "et alii", "The acute sensory neuropathy syndrome", in
Annals of Neurology, 7, 1972, pagine 354-58.


3. LA DISINCARNATA.

C.S. Sherrington, "The Integrative Action of the Nervous System",
Cambridge 1906, soprattutto le pagine 335-43.
- "Man on His Nature", Cambridge, 1940, capitolo 11, soprattutto le
pagine 328-29, che riguardano direttamente la condizione di questa
paziente.
J. Purdon Martin, "The Basal Ganglia and Posture", London, 1967.
Questo libro importante  anche citato, con maggiori particolari,
nella bibliografia del capitolo 7.
Per S. Weir Mitchell si veda la bibliografia del capitolo 6.


4. L'UOMO CHE CADDE DAL LETTO.

O. Ptzl, "Die Aphasielehre...", citato.


5. MANI.

A.N. Leont'ev e A.V. Zaporozhets, "Rehabilitation of Hand Function",
traduzione inglese, Oxford, 1960.



6. FANTASMI.

A.B. Sterman "et alii", "The acute sensory neuropathy syndrome",
citato.
S. Weir Mitchell, "Injuries of Nerves", 1872 (ristampa New York,
1965). Questo libro fondamentale contiene le descrizioni classiche di
arti fantasma, paralisi di riflesso, eccetera, osservati da Weir
Mitchell nei reduci della Guerra Civile americana. E' un'opera
straordinariamente viva e di facile lettura, perch Weir Mitchell era
un narratore non meno che un neurologo. Anzi, alcuni dei suoi scritti
neurologici pi pittoreschi (ad esempio "The Case of George Dedlow")
furono pubblicati non in riviste scientifiche, bens sull'Atlantic
Monthly, negli anni 1860-1880 e non sono quindi ora facilmente
accessibili, nonostante la loro enorme popolarit a quell'epoca.


7. COME UN FUSO.

J. Purdon Martin, "The Basal Ganglia...", citato, capitolo 3,
soprattutto le pagine 36-51.


8. ATTENTI A DESTR!

W.S. Battersby "et alii", "Unilateral spatial agnosia (inattention)
in patients with cerebral lesions", in Brain 79, pagine 68-93.


9. IL DISCORSO DEL PRESIDENTE.

La miglior discussione delle teorie di Frege sul tono si trova in M.
Dummett, "Frege: Philosophy of Language, London, 1973 (traduzione
italiana "Filosofia del linguaggio", Casale Monferrato, 1983),
soprattutto alle pagine 83-89. Per le tesi di Head sulla parola e sul
linguaggio, in particolare sul feeling-tone, il testo migliore  il
suo trattato sull'afasia, citato. Gli studi di Hughlings Jackson sulla
parola, prima sparsi in molte pubblicazioni, sono stati raccolti dopo
la sua morte in "Hughlings Jackson on aphasia and kindred affections
of speech, together with a complete bibliography of his publications
on speech and a reprint of some of the more important papers", in
Brain, 38, 1915, pagine 1-190. Sul complesso e confuso argomento
delle agnosie uditive, si veda H. Hecaen e M.L. Albert, "Human
Neuropsychology", New York, 1978, pagine 265-76.

10. RAY DEI MILLE TIC.

Nel 1885 Gilles de la Tourette pubblic un lavoro in due parti nel
quale descriveva con grande realismo (era un commediografo oltre che
un neurologo) la sindrome che ora porta il suo nome: "Etude sur une
affection nerveuse caracterise par l'incoordination motrice
accompagne d'cholalie et de coprolalie", in Arch. Neurol., 9,
pagine 19-42 e 158-200. La prima traduzione inglese di questo studio,
accompagnata da interessanti commenti dei curatori,  C.G. Goetz e
H.L. Klawans, "Gilles de la Tourette on Tourette Syndrome", London,
1982.
Il grande lavoro di Meige e Feidel, "Les Tics et leur traitement",
Paris, 1902, brillantemente tradotto in inglese da Kinnier Wilson nel
1907, si apre con un bellissimo scritto autobiografico, "Les
confidences d'un ticqeur", unico nel suo genere.


11. LA MALATTIA DI CUPIDO.

Come per la sindrome di Tourette, dobbiamo risalire alla letteratura
del passato per trovare descrizioni cliniche esaurienti. Kraepelin,
contemporaneo di Freud, ci d parecchie descrizioni di casi
sorprendenti di neurosifilide. Il lettore interessato pu consultare:
E. Kraepelin, "Lectures on Clinical Psychiatry", traduzione inglese,
London, 1904, in particolare i capitoli 10 e 12 sulla megalomania e
sul delirio nella paralisi generale.


12. UNA QUESTIONE DI IDENTITA'.

A.R. Lurija, "Neuropsicologia della memoria", citato.


13. SI', PADRE-SORELLA.

A.R. Lurija, "Human Brain and Psychological Processes", citato.


14. LA POSSEDUTA.

Si veda la bibliografia del capitolo 10.



15. REMINISCENZA.

T. Alajouanine, "Dostoievski's epilepsy", in Brain, 86, 1963, pagine
209-21.
M. Critchley e R.A. Henson (a cura di), "Music and the Brain: Studies
in the Neurology of Music", London, 1977, specialmente i capitoli 19 e
20.
W. Penfield e P. Perot, "The brain's record of visual and auditory
experience: a final summary and discussion", in Brain, 86, 1963,
pagine 595-696. A mio parere questo magnifico studio, il culmine di
quasi trent'anni di assidua osservazione, sperimentazione e
riflessione,  uno dei lavori pi originali e importanti di tutta la
neurologia. Mi fece una grande impressione la prima volta che lo lessi
e l'ho avuto sempre presente mentre scrivevo il mio "Migraine" nel
1967. E' il testo di riferimento essenziale e l'ispirazione di tutta
questa parte del presente libro. Assai pi leggibile di molti romanzi,
offre una dovizia di materiale strano e singolare che qualsiasi
romanziere invidierebbe.
E. Salaman, "A Collection of Moments", 1970.
D. Williams, "Emotions reflected in epileptic experiences", in
Brain, 79, 1956, pagine 29-67.

Hughlings Jackson fu il primo a studiare gli attacchi psicomotorii,
a descrivere la loro fenomenologia quasi romanzesca e a identificare i
loro loci anatomici nel cervello. Egli scrisse numerosi articoli
sull'argomento, tra i quali particolarmente pertinenti sono quelli
pubblicati nel primo volume dei suoi "Selected Writings" (1931),
pagine 251 e seguenti e 274 e seguenti, e i due seguenti, non compresi
in tale volume: "On right-or left-sided spasm at the onset of
epileptic paroxysms, and on crude sensation warnings and elaborate
mental states", in Brain, 3, 1880, pagine 192-206; "On a particular
variety of epilepsy" (Intellectual Aura)", in Brain, 11, 1888,
pagine 179-207.

Purdon Martin ha avanzato la suggestiva ipotesi che Henry James abbia
conosciuto Hughlings Jackson e abbia discusso con lui tali crisi
epilettiche, servendosi poi di quanto aveva appreso nella sua
descrizione delle inquietanti apparizioni di "Giro di vite"
("Neurology in fiction: The Turn of the Screw", in British Medical
Journal, 4, 1973, pagine 717-21).

D. Marr, "Vision: A Computational Investigation of Visual
Representation in Man", San Francisco, 1982. Si tratta di uno studio
estremamente originale e importante, pubblicato postumo (Marr
contrasse la leucemia ancora in giovane et). Penfield ci mostra la
forma delle rappresentazioni finali del cervello: voci, volti,
musiche, scene, l'iconico; Marr ci mostra qualcosa che non 
intuitivamente evidente, o anche solo sperimentato normalmente: la
forma delle rappresentazioni iniziali del cervello. Forse avrei dovuto
citare questo lavoro nella bibliografia del capitolo 1, poich  certo
che il dottor P. aveva un deficit di 'tipo Marr', una difficolt a
formare ci che Marr chiama schema iniziale ("primal sketch"), in
aggiunta o sottostante alle sue difficolt fisiognomiche. Non vi 
probabilmente studio neurologico della formazione delle immagini o
della memoria che possa prescindere dalle considerazioni sollevate da
Marr.


16. NOSTALGIA INCONTINENTE.


S.E. Jelliffe, "Psychopathology of Forced Movements an Oculogyric
Crises of Lethargic Encephalitis", London, 1932, soprattutto le pagine
114 e seguenti dove si discute l'articolo di Zutt del 1930.
Si veda anche il caso di Rose R. nel mio "Awakenings", London, 1973,
1983/3.
17. PASSAGGIO IN INDIA.

Non mi  nota la letteratura sull'argomento di questo capitolo. Ho
tuttavia esperienza personale di un'altra paziente, anch'essa con un
glioma, aumento di pressione intracranica e crisi, e sottoposta a
terapia steroidea, la quale, negli ultimi giorni di vita, aveva simili
visioni e reminiscenze nostalgiche, nel suo caso riguardanti il Mid-
West americano.


18. IL CANE SOTTO LA PELLE.

D. Bear, "Temporal-lobe epilepsy: a syndrome of sensorylimbic
hyperconnection", in Cortex, 15, 1979, pagine 357-84.
A.A. Brill, "The sense of smell in neuroses and psychoses", in
Psychoanalytical Quarterly, 1, 1932, pagine 7-42. Questo lungo
articolo spazia molto pi di quanto non indichi il suo titolo. In
particolare contiene un esame assai dettagliato della forza e
dell'importanza dell'odorato in molti animali, nei selvaggi e nei
bambini, le cui straordinarie capacit e potenzialit sembrano andare
perdute nell'adulto.

19. OMICIDIO.

Non sono a conoscenza di alcun caso che si avvicini a questo.
Tuttavia, in rari casi di lesione frontale, tumore frontale, ictus
frontale (anterocerebrale) e (non ultima) di lobotomia, ho visto la
precipitazione di una reminiscenza ossessiva. Le lobotomie
naturalmente furono introdotte come cura di tale reminiscenza, ma
a volte riuscivano invece ad aggravarla. Si veda anche Penfeld e
Perot, opera citata.


20. LE VISIONI DI HILDEGARD.

C. Singer, "The visions of Hildegard of Bingen", in "From Magic to
Science", ristampa New York, 1958.
Si veda anche il mio "Migraine", London, 1970, 1985/3, soprattutto il
capitolo 3, Migraine Aura. Per i trasporti e le visioni epilettiche
di Dostoevskij si veda Alajounine, opera citata.




INTRODUZIONE ALLA QUARTA PARTE.

J. Bruner, "Narrative and paradigmatic modes of thought", letto
all'"Annual Meeting of the American Psychological Association",
Toronto, agosto 1984 (il testo di questa relazione  ottenibile dal
professor Jerome Bruner, Institute for the Humanities, New York
University, NY 10003).
G. Scholem, "On the Kabbalah and its Symbolism", New York, 1965
(traduzione italiana "La Kabbalah e il suo simbolismo", Torino, 1980).
E. Yates, "The Art of Memory", London, 1966 (traduzione italiana
"L'arte della memoria", Torino, 1972).


21. REBECCA.

J. Bruner, opera citata.
L.K. Peters, "The role of dreams in the life of a mentally retarded
individual", in Ethos, 1983, pagine 49-65.




22. IL MELOMANE ENCICLOPEDICO.

L. Hill, "Idiots savants: a categorisation of abilities", in Mental
Retardation, dicembre 1974.
D. Viscott, "A musical idiot savant: a psychodynamic study and some
speculations on the creative process", in Psychiatry, 33, 4, 1970,
pagine 494-515.


23. I GEMELLI.

D.J. Hamblin, "They are idiots savants - wizards of the calendar",
in Life 60, 18 marzo 1966, pagine 106-108.
W.A. Horwitz "et alii", "Identical twin idiots savants calendar
calculators, in Americal Journal of Psychiatry, 121, 1965, pagine
1075-79.
A.R. Lurija e F. Ja. Yudovich, "Linguaggio e sviluppo dei processi
cognitivi nel bambino", citato.
F.W.H. Myers, "Human Personality and its Survival of Bodily Death",
London, 1903 (si veda il capitolo 3, Genius, soprattutto le pagine
70-87). Myers era anche lui a suo modo un genio e questo libro  a suo
modo un capolavoro, come  evidente nel primo volume, spesso
paragonabile ai "Princpi di psicologia" di William James, di cui era
intimo amico. Il secondo volume, "Phantasms of the Dead", lo si legge
con un certo imbarazzo.
E. Nagel e J.R. Newmann, "Gdel's Proof", New York, 1958 (traduzione
italiana "La prova di Gdel", Torino, 1974/2).
C.C. e D. Park: si veda la bibliografia del capitolo 24.
L. Selfe, "Nadia": si veda la bibliografia del capitolo 24.
R. Silverberg, "Thorns", New York, 1968 (traduzione italiana "Brivido
crudele", Milano, 1972).
S.B. Smith, "The Great Mental Calculators: The Psychology, Methods,
and Loves of Calculating Prodigies, Past and Present", New York, 1983.
I. Stewart, "Concepts of Modern Mathematics", Harmondsworth, 1975.
R. Wollheim," The Thread of Life", Cambridge, Mass., 1984, soprattutto
il capitolo 3 sull'iconicit e la centricit. Quando scrissi di
Martin A., dei gemelli e di Jos avevo appena finito di leggere questo
libro, sicch tutti e tre i capitoli vi fanno spesso riferimento.


24. L'ARTISTA AUTISTICO.

L.A. Buck "et alii", "Artistic talent in autistic adolescents and
young adults", in Empirical Studies of the Arts, 3, 1, 1985, pagine
81-104.
- "Arts as a means of interpersonal cornmunication in autistic young
adults", in J.P.C., 3, 1985, pagine 73-84. Questo articolo e il
precedente sono stati pubblicati sotto l'egida del Talented
Handicapped Artist's Workshop, fondato a New York nel 1981.
A. Morishima, "Another Van Gogh of Japan: the superior artwork of a
retarded boy", in Exceptional Children, 41, 1974, pagine 92-96.
K. Motzugi, "Shyochan's drawing of insects", in Japanese Journal of
Mentally Retarded Children, 119, 1968, pagine 44-47.
C.C. Park, "The Siege: The First Eight Years of an Autistic Child",
New York, 1967 (edizione economica Boston e Harmondsworth, 1972).
D. Park e P. Iouderian, "Light and number: ordering principles in the
world of an autistic child", in Journal of Autism and Childhood
Schizophrenia, 4, 4, 1974, pagine 313-23.
I. Rapin, "Children with Brain Disfunctions: Neurology, Cognition,
Language and Behaviour", London, 1982.
L. Selfe, "Nadia: A Case of Extraordinary Drawing Ability in an
Autistic Child", London, 1977. Questo illustratissimo studio di una
bambina straordinariamente dotata attrasse grande attenzione quando fu
pubblicato, e ne apparvero alcune importanti critiche e recensioni. Il
lettore pu consultare quella di Nigel Dennis, sulla New York Review
of Books, 4 maggio 1978, e quella di C.C. Park nel Journal of Autism
and Childhood Schizophrenia, 8, 1978, pagine 457-72. Quest'ultima
contiene una completa discussione con bibliografia delle straordinarie
esperienze con artisti autistici compiute in Giappone, con le quali si
chiude il mio ultimo "Post scriptum".
...
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...
FINE.